Tra e il dire e il fare c’è di mezzo un buon 91% di Pmi che ancora oggi non è impegnata nella trasformazione sostenibile. O meglio: magari lo è, ma non se ne rende conto. O, semplicemente, non lo comunica. Perché neppure il 3% delle piccole e medie imprese redige un bilancio di sostenibilità e il 6% tratta obiettivi di sviluppo sostenibile senza però documentare una concreta strategia, con numeri dei risultati raggiunti e degli impatti realizzati. I dati che ConsumerLab, – centro studi promosso da Markonet e Future Respect che collega mondo consumeristico,  accademico e professionale, per promuovere la cultura della sostenibilità – mette sul tavolo fotografano un paradosso dopo l’altro.

«Una recente indagine Istat rileva che, tra 4,3 milioni di imprese italiane, poco più di un milione si ponga la domanda e sia interessata ad avviare un percorso di “trasformazione sostenibile”», spiega a Economy il coordinatore di ConsumerLab Francesco Tamburella: «più precisamente il 68,9% si dichiara attenta a migliorare il benessere lavorativo, il 66,6% a ridurre l’impatto ambientale, il 31,3% a sostenere o realizzare iniziative d’interesse collettivo, il 29,4% a sostenere o realizzare iniziative a beneficio del tessuto produttivo del territorio, il 64,8% a incrementare i livelli di sicurezza all’interno dell’impresa o nel territorio in cui opera. Eppure, nell’ultimo censimento di ConsumerLab, emerge il primo paradosso secondo cui sono poco più di mille le imprese che redigono un bilancio di sostenibilità. Quindi, le attività produttive concretamente avviate alla trasformazione sostenibile sono foglie in un bosco, oltretutto molte di queste foglie sono di fico».

Secondo i rilievi di ConsumerLab, il rapporto dei 1.331 bilanci di sostenibilità con le 73.268 Imprese con fatturato superiore ai 10 milioni di euro è pari a 1.82%, ma scende al 1,65% sulle 80.429 imprese con con più di 20 addetti e addirittura allo 0,62% se rapportato alle 214.622 imprese con con più di 10 addetti.

Le contraddizioni

ConsumeLab ha analizzato le principali 1.915 “grandi imprese” secondo l’indice di Mediobanca: solo il 7,6% delle imprese esaminate non dispone neppure di un sito accessibile al pubblico, ma ben 1.011, ovvero il 52,8%, riserva all’interno del proprio sito una sezione alla sostenibilità. E qui emerge il secondo paradosso: di queste stesse 1.915 aziende, solo 535 (il 28,2%) presentano un bilancio annuale o biennale di sostenibilità. Che non sempre soddisfa ConsumerLab: «Il mondo che le imprese raccontano nei loro bilanci di sostenibilità è nutrito di fantasia e autoreferenzialità», continua Tamburella. «Talvolta anche hazy, nebbioso. Raccontarsi sostenibili è uno strumento di marketing che sta diventando logoro e, ultimamente e fortunatamente, ove abusato viene perseguito per comunicazione fuorviante o ingannevole. Una prima sentenza è stata emessa dal Tribunale di Gorizia, chiarendo che “le dichiarazioni ambientali verdi devono essere chiare, veritiere, accurate e non fuorvianti, basate su dati scientifici presentati in modo comprensibile”». Tamburella parla anche di «ingenuità della comunicazione che per essere breve ed efficace rimane sommaria e superficiale: «Il concetto di sostenibilità è complesso e articolato, utilizzarlo in pubblicità sarà sempre una trappola. Ci verrebbe uno strumento come il “Green Claims Code” inglese, una guida per evitare di cadere nell’errore», dice.

Un altro rischio è il carbon offsetting, la compensazione cartolare delle emissioni climalteranti da chi le produce attraverso l’acquisto di crediti da chi invece le assorbe, per esempio riforestando (crediti di carbonio, dove ogni credito di carbonio corrisponde a una tonnellata di CO2 emessa e assorbita da altri): «Anche qui si nasconde il pericolo di dare valori eccessivi agli scambi, anche se certificati», rileva Tamburella. «Poi c’è l’uso furbesco delle percentuali; per esempio dire che è aumentato del 30% il riciclo degli scarti quando si è passati dal 3 al 4% del totale: pare vero ma non lo è».

Vietato generalizzare, s’intende: ci sono fior fiore di imprese virtuose che mantengono quello che promettono e lo comunicano efficacemente. Alla tre giorni romana – a fine aprile – organizzata da Future Respect e promosso da ConsumerLab, per esempio, hanno portato le testimonianze delle loro best practice nei settori più diversi Banca Mediolanum, Granarolo, Esselunga, Yamamay, Asdomar, Caffè Borbone, Icam Cioccolato, Philip Morris Italia, Fideuram Intesa Sanpaolo, Banca Ifis, Alfasigma, Tim, Fondazione Dynamo, FreetoX, Toyota Motor Italia, Zampieri Holding, Perris Group, Pasta De Cecco, Coricelli, solo per citarne alcune. Che, in comune, hanno tutte una cosa: le dimensioni. Come se la comunicazione della sostenibilità fosse una “cosa da grandi”. «La sostenibilità non ha confini di settore né limiti dimensionali», controbatte Tamburella: «questo vale soprattutto per il tessuto produttivo italiano fatto di Pmi dove la sostenibilità è molto più praticata di quanto si creda. Eppure, sul fronte della comunicazione, le Pmi temono la complessità del tema, non si avventurano in una narrazione “superdotata” come proposta dagli standard vigenti e ignorano che molto di quello che fanno ha già caratteristiche di sostenibilità».

Cambiare “dal basso”

«Oltre il 20% delle pubblicità parla di sostenibilità», rimarca Tamburella. «Troppe pubblicità oggi strumentalizzano le parole “sostenibile” e “sostenibilità” in maniera superficiale, parziale e, quasi sempre, su temi ambientali marginali: questo danneggia non solo il coinvolgimento e le scelte giuste ma, soprattutto, oscura la reale portata dell’impegno da assumere per cambiare il modo di produrre, consumare e governare. Danneggia anche quelle attività che questo impegno lo hanno assunto con serietà. La sostenibilità merita rispetto». E invece? «Assistiamo a una comunicazione fuorviante, senza presa, perché non ha riscontro in maniera concreta e dimostrata: gli impatti sono perlopiù autoreferenziali. È piuttosto diffusa la fallacia che confonde le idee. Insomma un’informazione che non fa bene e non aiuta».

E questo genera un ulteriore paradosso: ancora oggi solo una minoranza dei cittadini consumatori ha cognizioni sufficientemente chiare della sostenibilità: «La maggioranza di questa minoranza riduce la sostenibilità all’ambiente e considera l’inquinamento, il clima e lo stato idrogeologico i rischi prevalenti», dice Tamburella. Come se gender equality, welfare, politiche retributive, profittabilità delle imprese, non fossero tutte tematiche di sostenibilità: «Il verde va con tutto», ironizza Tamburella, «cerchiamo di renderlo molto di più che un colore alla moda. Il nostro impegno è proprio quello di far conoscere alle imprese le reali opportunità dei diversi programmi e creare le condizioni per sfruttare al meglio queste opportunità», conclude il coordinatore di ConsumerLab. «Tutti i cittadini hanno la possibilità di cambiare le cose dal basso con due strumenti molto incisivi: votare e spendere consapevolmente sono armi micidiali».