Giada Miccoli

di Diletta Talenti

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Migliaia di euro. Tanto ha speso Giada Miccoli, 23 anni, di Reggio Emilia, per inseguire un mestiere che in Italia non ha un albo, non è censito e vive quasi tutto dentro i confini di una sola città. Il doppiaggio conta circa 1.500 lavoratori complessivi tra doppiatori, direttori, assistenti e fonici, e il 95% del lavoro si concentra a Roma, con una piccola percentuale divisa tra Milano (il 4%) e Torino (l’1%).

Chi vive altrove parte già svantaggiato: deve spostarsi, mantenersi in una città cara, inventarsi un reddito parallelo. E la formazione? In assenza di scuole pubbliche diffuse, resta affidata quasi per intero al mercato privato, dove convivono percorsi seri e offerte di dubbia trasparenza. Giada quel percorso lo ha attraversato negli scorsi mesi. All’università ha resistito tre giorni. “Ho fatto il passo più lungo della gamba, ma non mi pento” racconta, pensando a quando ha deciso di iscriversi a un’accademia di doppiaggio a Bologna e di lavorare per pagarsela. Il percorso era pensato apposta per chi ha un impiego: lezioni nel weekend, la settimana in azienda. “Io dal lunedì al venerdì lavoravo e il sabato e la domenica le passavo a Bologna in accademia” precisa. Due anni così. Un investimento che lei stessa mette nero su bianco senza giri di parole: “Ho speso una cifra importante per studiare e spenderò ancora se necessario”. Quella cifra non è un caso isolato, ma la punta di un sistema. I giovani doppiatori, secondo il contratto collettivo del 2023, vengono pagati “a righe” e su turni. Nel frattempo la formazione si regge su un tessuto di scuole private che le stesse fonti definiscono «tante, troppe». Un mercato difficile da penetrare, che apre la porta a scorciatoie non sempre lecite. E Giada, senza saperlo, ne aveva imboccata una. Aveva comprato online, in anticipo e in sconto, un corso sulla realizzazione di cortometraggi presso un’accademia. Quando ha provato ad accedere alla piattaforma, questa era svanita. «Chiamo in accademia, loro mi dicono che avevano cambiato nome e ragione sociale», racconta. Le avevano promesso un link con le registrazioni entro la fine del 2025. Non è mai arrivato niente. “Ho speso questi soldi per niente, non mi hanno offerto nemmeno una soluzione anche se l’errore è stato loro”, ammette. Ogni volta che si gira l’angolo, torna la questione economica. Per pagarsi l’accademia e seguire il suo sogno, Giada ha accettato paghe irrisorie pur di coprire la retta mensile. Da sola non ci arriva: “Non me lo potevo permettere, ma alla fine ce l’ho fatta”. E qui arriva l’analisi che ribalta il copione dei ragazzi svogliati. «Io non credo che sia molto difficile al giorno d’oggi trovare lavoro in sé per sé, credo che sia difficile trovare un lavoro che ti dia indipendenza, dignità, meritocrazia e quello che sogni», rilancia. Il nodo, per lei, non è la voglia. È la sostenibilità delle condizioni lavorative. “Sono fortunata a fare il lavoro che faccio, ma devo pensare a realizzare il mio sogno, quello per cui mi batte il cuore”, afferma.

Poi c’è la porta d’ingresso, stretta e cara. Le scuole ufficiali hanno pochi posti e costi salati, mentre le accademie private più blasonate applicano rette elevate: una selezione che pesa prima ancora del talento, filtrando per portafogli e agenda dei contatti. “Sono io ed io soltanto che vado incontro a questo sogno. Ho un perché molto forte. Non mollo perché è quello che voglio fare, anche se è difficile, anche se devo fare dei sacrifici», rivendica. La caccia agli ingaggi, anche i più miseri, sbatte contro numeri che gelano. “Ho mandato molte mail per fare le comparse, non mi hanno mai chiamata, ma continuerò ad insistere”, conclude. Al cinema, invece, la scarsa qualità di alcuni prodotti doppiati viene ricondotta alla «mancanza di distributori e produttori disposti a investire»: un problema industriale, prima ancora che artistico. Giada lo vive come una faglia tra chi si forma sul serio e chi si guadagna i ruoli sull’onda della notorietà. Contro questo scenario ha scelto la via lenta: terminare l’accademia, prendersi tempo per migliorarsi, allenare la voce con coach professionisti privati prima di presentarsi ai provini a Roma. Una scommessa tutta sua, che racconta in controluce i limiti di una filiera centrale per l’audiovisivo italiano e di una ragazza che non ha intenzione di lasciarsi abbattere.

Il futuro del settore, tradotto, dipenderà da tre mosse mancate: aggiornare i contratti, riconoscere la formazione, accorciare la distanza tra chi studia e chi lavora. “Se si ha un motivo molto forte, si può ottenere tanto dalla vita», afferma Giada, che chiude con un monito a chi condivide il suo stesso sogno: «Continuate a sognare e siete già sulla strada giusta. Non mollate per nessuna ragione”.