Il mercato dei crediti di carbonio basati sulla natura promette molto, ma continua a scontare un grave deficit di credibilità. A colmarlo prova la Yale School of the Environment, i cui ricercatori stanno costruendo criteri scientifici più solidi per misurare il carbonio assorbito da terreni agricoli e foreste e garantire che rimanga effettivamente immagazzinato.
La posta in gioco è enorme. Vegetazione e suoli contengono tre-quattro volte il carbonio presente nell’atmosfera. Microsoft ha acquistato 2,85 milioni di crediti agricoli; Netflix punta a ottenerne 4,8 milioni forestali entro il 2032. Ma i dubbi sulla qualità dei certificati hanno frenato il mercato: nel 2024 acquisti e cancellazioni risultavano nettamente inferiori al picco del 2022.
Il problema è capire quanto carbonio venga davvero sottratto all’atmosfera. Secondo l’Ipcc, la capacità annua di sequestro di terreni coltivati e pascoli oscilla fra 0,4 e 8,6 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. La forbice deriva da dati scarsi e disomogenei, spesso raccolti in piccoli campi sperimentali del Nord del mondo, poco rappresentativi di colture e climi diversi. Yale avverte inoltre che rallentare la perdita di carbonio dal suolo non equivale ad aumentarne le riserve. Entrambe le cose aiutano il clima, ma soltanto la seconda costituisce una vera rimozione di CO2. Confonderle può gonfiare il beneficio dei progetti e il valore dei crediti.
La risposta dello Yale Applied Science Synthesis Program è il metodo «measure and remeasure»: campionare gli stessi terreni a distanza di tempo e verificare direttamente la variazione delle scorte. Su 80 campi di aziende lattiero-casearie nella Hudson Valley, i ricercatori hanno dimostrato che misure ripetute su scala commerciale producono stime più attendibili. Il sistema può richiedere migliaia di prelievi, ma consente anche di verificare modelli, intelligenza artificiale e telerilevamento.
Yale interviene anche sui crediti forestali. Insieme a The Nature Conservancy ha promosso SHIFT-CM, che riunisce scienziati, operatori, sviluppatori e organismi di certificazione. Sei gruppi di lavoro dovranno produrre entro dicembre 2026 strumenti per una nuova generazione di mercati volontari.
Un nodo decisivo è la permanenza del carbonio. I progetti accantonano una quota di crediti in fondi di garanzia, i cosiddetti buffer pool, per compensare eventuali rilasci futuri. Ma l’aumento di incendi e altri eventi climatici rischia di renderli insufficienti: in California i roghi hanno consumato in meno di dieci anni quasi un quinto dell’intera riserva, pari ad almeno il 95% di quanto accantonato contro il rischio d’incendio per un secolo.
Il messaggio di Yale è semplice: senza prove dirette, verifiche nel tempo e coperture realistiche dei rischi, un credito non equivale a una tonnellata certa e durevole di CO2 evitata o rimossa. La finanza climatica potrà crescere soltanto misurando la natura, non limitandosi a stimarla.

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