La parola chiave è una: accelerare. Per Ursula von der Leyen l’Europa non può più permettersi che la costruzione del mercato dei capitali proceda a velocità diverse nei 27 Stati membri, né che le imprese siano chiamate a investire nella transizione energetica dovendo pagare per l’elettricità molto più dei loro concorrenti internazionali. Nel suo intervento alla Rencontre des Entrepreneurs de France del Medef, a Parigi, la presidente della Commissione europea ha messo sul tavolo due delle questioni che più direttamente incidono sulla competitività del sistema produttivo: la capacità di mobilitare il risparmio europeo e il costo dell’energia. La REF26, organizzata il 26 e 27 agosto al Roland-Garros, riunisce oltre 13 mila partecipanti e più di 700 giornalisti, in un appuntamento che il Medef presenta come uno dei momenti centrali del confronto economico francese ed europeo.
Il messaggio di von der Leyen è netto soprattutto sul primo fronte. L’Unione europea deve arrivare entro la fine del 2026 a un accordo sulle misure per costruire l’Unione del risparmio e degli investimenti, idealmente con tutti i 27 Paesi. Ma se il consenso complessivo dovesse continuare a rallentare il processo, Bruxelles è pronta a procedere con «quelli che sono pronti». Non è soltanto una questione istituzionale: dietro la formula c’è il tentativo di trasformare una delle maggiori risorse finanziarie dell’Europa, il risparmio delle famiglie, in capitale disponibile per imprese, innovazione e crescita. Secondo i dati richiamati dalla presidente, oggi nelle banche europee sono depositati circa 10 mila miliardi di euro di risparmi delle famiglie, mentre una quota significativa del risparmio europeo viene investita al di fuori del continente.
Il paradosso dei 10 mila miliardi
È qui che si trova uno dei paradossi più evidenti dell’economia europea. L’Europa non sembra avere un problema di scarsità di risparmio: ne dispone in quantità enorme. Il problema è la capacità di indirizzarlo verso investimenti produttivi, soprattutto verso quelle imprese che devono crescere, innovare e affrontare la doppia transizione digitale ed energetica. «Non c’è carenza di tecnologia o di risparmio», è in sostanza il ragionamento di von der Leyen; manca piuttosto la capacità di portare le aziende europee alla dimensione necessaria per competere. Troppe società riescono a nascere e svilupparsi nella prima fase, ma quando devono fare il salto di scala trovano più facilmente capitale fuori dall’Europa. Il risultato è che imprese, posti di lavoro e proprietà intellettuale rischiano di spostarsi altrove.
La risposta della Commissione passa dalla costruzione di un mercato finanziario più integrato. Bruxelles ha già presentato proposte sulla cartolarizzazione, sugli investimenti di banche e assicurazioni e sull’integrazione e la supervisione dei mercati. L’obiettivo è fare in modo che il capitale possa circolare più facilmente tra gli Stati membri e raggiungere le aziende che ne hanno bisogno, dalle imprese in fase di crescita alle Pmi, dalle startup tecnologiche all’industria. Se il pacchetto verrà completato, secondo le stime della Commissione, potrebbe sbloccare fino a 470 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi. La cifra non è nuova nel dibattito europeo: già nelle proposte sulla Capital Markets Union la Commissione aveva stimato in circa 470 miliardi l’anno il potenziale investimento privato aggiuntivo derivante dal completamento dell’integrazione dei mercati dei capitali.
Il punto politico, dunque, è arrivato a una fase diversa rispetto agli anni in cui l’Unione dei mercati dei capitali era soprattutto un progetto di integrazione finanziaria. Oggi viene presentata come una componente della politica industriale europea. Per un’impresa, infatti, avere accesso a capitale a condizioni competitive può essere determinante quanto avere energia a prezzi sostenibili, infrastrutture efficienti o regole prevedibili. La Commissione ha già collegato questa strategia alla necessità di finanziare startup e aziende innovative, anche attraverso strumenti dedicati al capitale di rischio. Il problema è particolarmente evidente nei settori tecnologici ad alta intensità di capitale, dove la disponibilità di finanziamenti può decidere se una società resterà europea oppure cercherà all’estero le risorse necessarie per crescere.
Il secondo fronte: l’energia che pesa sulla competitività
Ma se il capitale è il carburante della crescita, l’energia resta uno dei principali vincoli alla competitività industriale europea. Von der Leyen lo ha definito senza giri di parole il «principale fattore» che oggi limita competitività e indipendenza dell’Unione. I prezzi europei dell’energia restano infatti, secondo la presidente, due o tre volte superiori rispetto a quelli di Stati Uniti e Cina. Una differenza che non è soltanto una voce di costo nei bilanci delle imprese: può diventare un elemento che condiziona la localizzazione degli investimenti, la competitività dei prodotti e la capacità dell’industria europea di mantenere quote di mercato.
La contraddizione emerge soprattutto nel confronto tra obiettivi climatici e costi dell’elettricità. «Non possiamo chiedere alle nostre imprese di passare all’elettricità quando, in media, costa quasi tre volte più del gas», ha sottolineato von der Leyen. Il tema è particolarmente delicato per l’industria energivora, per la quale il prezzo dell’energia entra direttamente nella struttura dei costi. Ma riguarda anche una platea più ampia di imprese, perché l’elettrificazione dei consumi industriali, dei trasporti e degli edifici è destinata ad aumentare la domanda di elettricità nei prossimi anni.
La presidente ha ricordato inoltre che oltre metà dell’energia utilizzata nell’Unione europea proviene ancora da combustibili fossili importati. Una dipendenza che non è soltanto energetica, ma anche geopolitica e finanziaria. Secondo la stima indicata da von der Leyen, dall’inizio della crisi in Medio Oriente questa dipendenza è già costata all’Europa oltre 50 miliardi di euro in più. La direzione indicata da Bruxelles è quindi quella di produrre più energia a basse emissioni direttamente in Europa, riducendo contemporaneamente l’esposizione alle importazioni e alla volatilità dei mercati internazionali.
Il paradosso delle rinnovabili: 80 GW installati, sei volte tanto ancora fuori dalla rete
E qui emerge un altro paradosso europeo. L’Unione ha accelerato sull’installazione di nuova capacità rinnovabile, ma non abbastanza sulla capacità delle infrastrutture di rete necessarie per utilizzarla. Nel 2025 sono stati installati più di 80 gigawatt di nuova capacità rinnovabile, un livello record. Eppure una capacità pari a circa sei volte quella installata resta ancora in attesa di essere collegata alle reti. La stessa von der Leyen ha sottolineato che il problema non è più soltanto produrre energia pulita, ma riuscire a portarla dove serve.
Il dato acquista ancora più peso se si considera l’energia che rischia di essere persa. Nel suo intervento, la presidente ha indicato 10 terawattora di elettricità rinnovabile persi a causa dell’insufficienza delle reti o della capacità di stoccaggio. Si tratta, secondo la stima citata, dell’equivalente del consumo annuale di circa 3 milioni di famiglie. Il problema, dunque, non è soltanto quello di costruire nuovi impianti: senza reti, accumuli e interconnessioni adeguati, una parte crescente della capacità produttiva rischia di rimanere inutilizzata.
Per questo Bruxelles individua nei contratti energetici di lungo periodo uno degli strumenti per ridurre la volatilità e dare maggiore prevedibilità alle imprese. Un sistema nel quale le aziende possano contare su prezzi più stabili può facilitare gli investimenti, soprattutto nei settori in cui la decisione industriale ha un orizzonte temporale di molti anni. Ma i contratti, da soli, non bastano: servono reti più sviluppate, maggiore capacità di stoccaggio e un uso più efficiente delle infrastrutture esistenti.
Il nodo fiscale: l’elettricità non può essere penalizzata più del gas
C’è poi una componente spesso meno visibile ma decisiva nella bolletta: la fiscalità. La posizione di von der Leyen è semplice nella formulazione, ma politicamente complessa nell’attuazione: l’elettricità non dovrebbe essere tassata più del gas. Il tema tocca direttamente le competenze nazionali, perché imposte e oneri che incidono sui prezzi finali dell’energia non sono determinati esclusivamente a Bruxelles. La stessa presidente ha riconosciuto che la tassazione resta una competenza degli Stati membri, ma ha messo in evidenza le forti differenze esistenti tra i Paesi europei. In alcuni casi l’elettricità al dettaglio non è soggetta a imposte, mentre in altri la tassazione può superare il 16%.
Il problema è che la transizione energetica richiede di spostare progressivamente consumi dal fossile verso l’elettrico. Se però l’elettricità viene resa artificialmente più costosa del gas attraverso una combinazione di imposte, oneri e costi di rete, il segnale economico rischia di andare nella direzione opposta rispetto agli obiettivi della transizione. È una delle contraddizioni che la Commissione dovrà affrontare: chiedere alle imprese di investire nella decarbonizzazione significa anche creare condizioni economiche che rendano conveniente farlo.
Capitali e energia, la stessa partita industriale
La strategia di von der Leyen mette così sullo stesso piano due problemi che spesso vengono affrontati separatamente: la disponibilità di capitale e il costo dell’energia. In realtà, per le imprese sono due facce della stessa partita. Un’azienda che vuole investire in un nuovo impianto, digitalizzare la produzione, elettrificare i consumi o sviluppare una tecnologia a basse emissioni ha bisogno contemporaneamente di finanziamenti accessibili e di una prospettiva credibile sui costi energetici futuri.
È per questo che il calendario indicato dalla presidente assume un valore politico particolare. Bruxelles vuole arrivare entro la fine dell’anno a un accordo sull’Unione del risparmio e degli investimenti, anche ipotizzando una cooperazione a geometria variabile se i 27 non riusciranno a procedere insieme. Sul fronte energetico, invece, la priorità è accelerare gli investimenti nelle reti e nello stoccaggio, utilizzare maggiormente i contratti di lungo periodo e intervenire sulla struttura delle bollette. L’orizzonte è quello di un’Europa meno dipendente dai combustibili fossili importati e più capace di trattenere nel continente i capitali necessari alla crescita.
Il punto di fondo è che la competitività europea non si giocherà soltanto sulla capacità di produrre tecnologie verdi o di fissare obiettivi climatici ambiziosi. Si giocherà sulla capacità di finanziare quelle tecnologie, produrre l’energia necessaria e distribuirla a costi competitivi. I 10 mila miliardi di euro di risparmio delle famiglie, i 470 miliardi di potenziali investimenti aggiuntivi, gli oltre 80 GW di rinnovabili installati e la capacità sei volte maggiore ancora in attesa di connessione raccontano, numeri alla mano, la stessa storia: l’Europa dispone di risorse considerevoli, ma deve riuscire a metterle in movimento. E von der Leyen, dalla platea degli imprenditori francesi, ha fatto capire che per Bruxelles il tempo delle sole strategie è ormai finito.
















