Non è elegante dirlo, ma l’avevamo scritto, e non certo da soli, che dal 23 settembre prossimo – data di decorrenza dell’ultimo semestre della legislatura corrente – i tantissimi peones di questo parlamento che non hanno la minima possibilità di essere rieletti avrebbero potuto almeno crogiolarsi al pensiero che il loro trascurabile transito in una delle due Camere sarebbe stato premiato dal vitalizio. E che quindi da quel 23 settembre in poi non avrebbero più avuto alcun interesse “di tasca” per tener duro e votare contro le elezioni anticipate.
Quel che era facile pronosticare è accaduto, e ci ha fatto perdere la scommessa fatta martedì 19 sulla permanenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi.
Draghi ha perso la pazienza
Draghi ha smentito l’aplomb da “civil servant” al quale s’era uniformato. Ha dimostrato che anche i Cincinnati si spazientiscono. O che, più probabilmente, chi l’aveva preso per un Cincinnato, disposto a mettere gratis le sue competenze al servizio transitorio della patria, aveva preso una cantonata. L’armata brancaleone dei partiti del “campo largo” gli andava bene fino a ieri, anzi fin quando poteva eleggerlo al Quirinale. Dopo, assai meno. E’ irriguardoso azzardare quest’analisi nei confronti del presidente? Può sembrarlo, in realtà è solo la constatazione del fatto che anche Draghi ha dimostrato che ogni pazienza ha un limite, e che non avrebbe più tollerato le provocazioni continue che gli pervenivano dalle due opposte frange del campo largo, una delle quali (i Cinquestelle) vilmente supportata dal Pd e l’altra, la Lega, solo fintamente distante dall’unica oppositrice dichiarata cioè la Meloni. Avrebbe potuto far finta di niente e resistere? Certo che sì. E’ troppo sentirsi delusi per il fatto che invece si sia stufato? No: potevamo aspettarci che resistesse fino a fine anno. E invece la corda della sua pazienza, a furia di essere tirata, si è strappata.
Probabilmente la verità è un’altra, o può essere anche un’altra. Che Draghi sia oggi di gran lunga la personalità istituzionale italiana più considerata all’estero e più consolidata in un circolo di relazioni altissime e utili alla stabilità economica di un Paese sgangherato come il nostro, non ci piove. Uscito dalla Bce, era chiaramente una riserva della Repubblica. Quando Mattarella l’ha chiamato a Palazzo Chigi, a sostituire il suonato Conte nella guida di un Paese alle prese col Covid e con la crisi economica da lockdown, il suo accettare ha emozionato tutti. “Ma chi glielo fa fare?”, ci chiedevamo in tanti. Non certo il denaro, al punto da rifiutare lo stipendiuccio non disprezzabile che spetta al premier: Draghi ha alle spalle una carriera monetariamente luminosissima non solo per gii ottimi stipendi da banchiere centrale ma soprattutto per quei tre annetti da Vice Chairman e Managing Director di Goldman Sachs, un’azienda che paga bene.
Una specie di obbligo morale
E dunque sì, aveva risposto di sì per una specie di obbligo morale e d’immagine, alla chiamata di Mattarella; ma dentro di sé sacramentando per un ruolo che appariva a occhio nudo come scomodissimo, transitorio e alquanto stressante, proprio perché affidato al consenso di un’imbarazzante armata brancaleone del parlamento peggiore della storia repubblicana.
Tuttavia ha detto sì e si è messo a fare il Draghi, cioè il gelido ma efficiente tecnocrate che per la seconda volta non aveva capi cui rispondere (dopo l’esperienza in Bce), elettrizzante condizione per chi invece in passato aveva dimostrato la disponibilità ad eseguire senza battere ciglio anche molte direttive discutibili, dalle privatizzazioni-scempio di Autostrade e Telecom all’acquisizione di Telekom Serbia (firmata materialmente da lui dietro ordine governativo a vantaggio di tale Milosevic) e dell’Antonveneta da parte del Montepaschi, che peraltro – sentenza recente – non aveva ostacolato la vigilanza di Bankitalia sui misfatti commessi coi derivati finanziari e dunque era stata proprio la vigilanza di quella Bankitalia all’epoca guidata da Draghi ad aver evidentemente vigilato con le fette di prosciutto sugli occhi.
Un orbo in mezzo ai ciechi
Insomma: Draghi è stato ed è “monoculo in terra coecorum”, orbo in mezzo ai ciechi e dunque super-leader, e dunque era meritatamente il nostro capo pro-tempore, peccato che non aveva più voglia di farlo: in particolare non ne aveva più voglia da quando i partiti gli avevano sbarrato la porta del Quirinale che desiderava ardentemente varcare per emanciparsi vittorioso dalla rogna del governo, senza peraltro aver fatto capire a nessuno chi a suo avviso avrebbe dovuto e potuto succedergli. La pentola che Draghi e alcuni draghisti avevano pensato di mettere sul fuoco – il suo passaggio al Quirinale per garantire l'”Italia migliore” altri sette anni senza vagli elettorali, non aveva il coperchio: che avrebbe dovuto essere l’indicazione di un nome vincente per sostituirlo a Palazzo Chigi. Il come non s’è trovato, l’intesa su di lui al Colle è mancata, e all’indomani della sconfitta il suo atteggiamento è cambiato. Da mellifluo con tutti i partiti è tornato a essere gelido. Gli ultrà draghisti si scandalizzino pure, ma l’abbiamo visto tutti.
Alla fine dunque Draghi si è stufato, ha tentato la prova di forza dettando (anche a se stesso) minuzionamente le condizioni per proseguire fino al foto nel suo ruolo, e l’ha persa: perchè la politica è sangue e merda, come diceva Rino Formica, ma è anche furbizia, e adesso Conte potrà recuperare qualche votarello dall’antica base d’opposizione, Forza Italia e Lega potranno dire di non aver accettato coabitazioni assurde con Conte e tutti insieme – salvo il Pd di Letta, come sempre non pervenuto – diranno che è stato Draghi e soltanto Draghi, alla fin fine, a far saltare il banco.
Si replicherà: analisi malevole e soprattutto inutili, sterili, alla vigilia di una crisi epocale che i mercati scateneranno sull’Italia e i suoi valori. Ni. Azzardiamo un’altra scommessa: l’Italia è troppo grande per fallire, l’Europa ha bisogno di noi, senza Italia l’Unione Europea non sta in piedi. Ci sarà turbolenza, non crollo.
Indispensabili all’Europa
Chiunque prosegua con un minimo di coerenza sulla strada aperta (ricordiamolo) dal vituperato Conte 2 e allargata da Draghi, quella del Pnrr, avrà il supporto dell’Europa. Certo: avremo tre mesi di “ordinaria amministrazione” al governo. Ma ce la possiamo fare, e ce la faremo. La vera domanda è: che parlamento uscirà dal prossimo voto politico? Migliore o peggiore, in termini di governabilità? Su questa domanda meglio non azzardare scommesse.
















