Quando si richiede un mutuo si è chiamati a restituire all’istituto la somma ricevuta, più delle spese correlate, quali ad esempi quelle di apertura del prestito, di perizia su un immobile che si intende acquistare, le imposte e, naturalmente, gli interessi. In quest’ultimo caso si tratta del compenso destinato alla banca per il servizio di prestito svolto e, in base alla scelta del cliente, gli interessi su un mutuo possono essere a tasso fisso o variabile. Vediamo quali sono le principali differenze tra queste due differenti tipologie e quale delle due è maggiormente conveniente per chi riceve il prestito.
- LEGGI ANCHE: Mutuo prima e seconda casa: le differenze dei costi
Tasso fisso o variabile, le differenze
Iniziamo col dire che nei mutui a tasso fisso, gli interesse rimangono gli stessi durante tutta la durata del mutuo e corrispondono a quanto sottoscritto in fase di accordo. Non saranno quindi soggetti ad oscillazioni che potrebbero portarli a salire o a scendere rispetto al tasso di partenza. Nel caso del tasso variabile, invece, gli interessi variano nel tempo a seconda dell’andamento del costo del denaro.
Aspetti molto importante, sia per i mutui a tasso fisso che per quelli a tasso variabile, sono rappresentati rispettivamente dal valore Eurirs e da Euribor, il tasso interbancario medio applicato dalle banche dell’Unione Europea ai depositi. Eurirs, infatti, nel caso della rata costante è fondamentale per la sua quantificazione in sede contrattuale, mentre, nel caso si prediliga la formula variabile il dato di partenza dal quale si parte è l’Euribor. A quest’ultimo andrà, nello specifico, sommato lo Spread annuo per determinare il tasso variabile. In tal senso si muove anche il ministero dell’Economia e delle Finanze che, ogni tre mesi, rileva i tassi medi e sceglie un tasso detto di soglia, oltre il quale scatta il reato di usura.
LEGGI ANCHE: Buoni fruttiferi postali: cosa sono e come funzionano. Calcolo, rendimento e ultima emissione
Tasso fisso o variabile, quale scegliere?
Già semplicemente a livello nozionistico appare evidente che tra tasso fisso e variabile ci siano delle profonde differenze. Il fisso è la scelta ideale per chi ha un reddito stabile e costante nel tempo, motivo per il quale si vuole evitare di avere preoccupazioni rispetto alla rata del mutuo. Ecco dunque che il tasso fisso viene prediletto soprattutto nel caso di mutui con scadenze molto prolungate.
Nel caso del variabile le rate possono cambiare nel loro ammontare a seconda dell’andamento del mercato finanziario. Questo può portare ad avere, specie all’inizio, delle rate molto più basse rispetto ai mutui a tasso fisso, ma nel tempo potrebbe non essere così. Ecco dunque che la scelta del tasso variabile si fa solitamente ricadere su muti che non hanno scadenze prolungate, dove dunque l’impatto delle fluttuazione e perlopiù calcolabile in sede di sottoscrizione del contratto.
Ma quale formula scegliere? La risposta dipende dalla tipologia di mutuo che si va ad affrontare. Per mutui lunghi – 25/30 anni – è preferibile il fisso, per quelli brevi – massimo 10 anni – può essere conveniente valutare l’opzione del variabile. Ci sono poi altri fattori da tenere in considerazione, come l’importo richiesto e la capacità di reddito del richiedente. In ultimo si sottolinea che sempre più spesso le banche propongono ai propri cliente delle formule ibride che intersecano il tasso fisso con quello variabile, agevolando i clienti nel passaggio da una forma all’altra.
















