In una recente intervista rilasciata ad Economy, l’ex Procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho ha detto che «ogni qualvolta che in economia si delinea un cambiamento, un’esigenza, le mafie si mettono in azione e investono su ciò che serve per strutturarsi e cogliere le nuove opportunità di guadagno».

Così la mafia sfrutta la crisi economica

L’emergenza sanitaria da Covid19 e le drammatiche conseguenze socio-economiche hanno offerto alla criminalità organizzata l’occasione per utilizzare gli ingenti capitali a disposizione dei clan – e di quelli di ‘ndrangheta in particolare – attraverso il racket dell’usura oppure investendoli sugli asset delle imprese e dei settori produttivi in difficoltà. La guerra in Ucraina e gli altri “cigni neri” che hanno condizionato l’ultimo anno – crisi energetica e delle materie prime, inflazione – hanno fatto il resto, mettendo le cosche nelle condizioni perfette per infiltrarsi nell’economia legale e monopolizzare comparti produttivi comprando immobili, magazzini e interi pezzi di filiere.

A Palermo maxi-confisca per il “re dei supermercati”

Uno dei settori entrati pesantemente nel mirino del crimine organizzato sembra essere quello agroalimentare. Ieri a Palermo gli uomini della Guardia di Finanza hanno eseguito, su input della Direzione Distrettuale Antimafia, una maxi-confisca di beni per un valore complessivo di circa 150 milioni di euro nei confronti di Carmelo Lucchese, un noto imprenditore del settore Grande distribuzione alimentare. Oggetto della confisca di primo grado sono, tra le altre cose, le quote societarie e il compendio aziendale della G.G. srl, che all’epoca del sequestro (eseguito dalle Fiamme Gialle nel febbraio 2021) gestiva 13 supermercati tra Palermo e provincia (Bagheria, Carini, Bolognetta, San Cipirello e Termini Imerese).

Per i magistrati Lucchese, meglio conosciuto come “il re dei supermercati”, pur non essendo “affiliato”, è da considerarsi a pieno titolo “colluso” con la mafia di Bagheria che ne avrebbe seguito e appoggiato l’ascesa nel mondo imprenditoriale e la creazione del suo impero economico fin dal 2004. Attraverso l’acquisizione di imprese concorrenti e il potere contrattuale derivante dalla vicinanza a Cosa Nostra, l’imprenditore ha portato quella che era la sua piccola impresa a conduzione familiare a crescere fino a diventare un colosso da 90 milioni di euro di fatturato nel 2020.

Il trust, strumento per proteggere patrimoni mafiosi

Secondo gli specialisti del Nucleo di Polizia Economico Finanzaria – G.I.C.O. di Palermo, (solo negli ultimi 18 mesi le Fiamme Gialle palermitane hanno confiscato beni per oltre 400 milioni di euro nei confronti di imprenditori “collusi” con Cosa Nostra) «Quest’indagine testimonia  le nuove e sempre più sofisticate modalità con cui gli imprenditori in affari con la mafia tentano di “proteggere” il proprio patrimonio. Nel corso degli accertamenti è infatti emerso che l’impero imprenditoriale era stato devoluto a un trust. Grazie a questo strumento giuridico, le possidenze societarie e immobiliari dell’imprenditore sono state formalmente trasferite a un professionista, un cosiddetto “trustee”, incaricato di gestirle come se ne fosse proprietario, assumendo cioè le principali decisioni relative alla vita dell’azienda e degli altri beni».

«Tuttavia – spiega ancora il G.I.C.O. – dall’approfondimento della documentazione acquisita, dalle evidenze raccolte dai finanzieri nell’ambito di diversi procedimenti penali è emerso che il trust in questione era un mero espediente fittizio per schermare la titolarità delle proprietà. In altri termini, il proposto aveva trasferito solo sulla carta tutti i poteri gestori sui beni al trustee, ma nella realtà non ne aveva mai perso il controllo e la disponibilità».

Cosche e agroalimentare, business da 24,5 miliardi 

«Dai campi ai supermercati l’agroalimentare è diventato un settore prioritario di investimento della malavita con un business criminale che ha superato i 24,5 miliardi di euro». Lo afferma la Coldiretti in riferimento alla maxi confisca di beni di Palermo. «La malavita comprende la strategicità del settore in tempo di crisi economica perché consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana delle persone. Non solo si appropriano di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio made in Italy».

Guerra in Ucraina, le mafie allungano le mani su imprese in crisi

«Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione – conclude Coldiretti – le agromafie impongono l’utilizzo di specifiche ditte di trasporti, o la vendita di determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della mancanza di liquidità, arrivano a rilevare direttamente grazie alle disponibilità di capitali. Un fenomeno che minaccia di aggravarsi ulteriormente per gli effetti del caro prezzi provocato dalla guerra che potrebbe spingere le imprese a rischio a ricorrere all’usura per trovare i finanziamenti necessari».