Ci sono date ed eventi, nella storia e nella cultura di ogni popolo, che vale la pena celebrare perché, dopo di esse, qualcosa è cambiato per sempre. La storia d’Italia ne è piena. Alcune costruiscono un ponte invisibile, eppure reale, tra geografie, esistenze, percorsi che solo apparentemente sono lontani. Guardandoci bene dentro, però, vi si trovano dentro vite incrociate. Insomma, l’uomo.
Il 1876 è uno di quegli anni. Uno di quelli in cui è utile ricordare che qualcosa – che ha smosso le coscienze, formato intellettuali o, semplicemente, preparato alla vita diverse generazioni – è successo.
Nel tardo pomeriggio del 5 marzo di quell’anno a Milano nasceva il Corriere della Sera. Era la prima domenica di Quaresima. Le quindicimila copie stampate (al costo di 5 centesimi in città) andarono a ruba. L’incasso fu devoluto all’associazione dei tipografi per finanziare le famiglie bisognose. A fondarlo e dirigerlo fu un trentaquattrenne, ex garibaldino, giornalista. Si chiamava Eugenio Torelli Viollier. Era un conservatore moderato e i finanziamenti iniziali (centomila lire) li ebbe da tre industriali milanesi innamorati di quel nuovo progetto editoriale. Lui, il direttore del quotidiano della borghesia lombarda, era di Napoli. La sede del quotidiano ubicata in Galleria Vittorio Emanuele. Un altro luogo che unisce Milano e Napoli e che, in qualche modo, le rende città “sorelle”. A volte concorrenti, a volte convergenti. Le due capitali, quella del sud e quella del nord, sono, l’una per l’altra, copia e rovescio. Complementari. Come capita alle cose necessarie.
Così, qualche mese dopo, il 13 novembre 1876, nella città partenopea fu fondato dalla Compagnia di Gesù l’Istituto Pontano, con il nome di Istituto “Silvio Pellico” e con sede provvisoria a Palazzo Pianura, in piazza San Gaetano. Trasferito più volte – anche presso il quattrocentesco palazzo del Barone Amatucci – l’Istituto fu denominato Scuola Convitto Pontano, perché vi aveva abitato Giovanni Pontano, il grande umanista napoletano che vi aveva organizzato un sodalizio di dotti, che in seguito divenne la famosa Accademia Pontano. Da lì, una girandola di traslochi fino a quando, nel 1921, i Gesuiti non acquistarono il prestigioso Palazzo Cariati della famiglia Spinelli che dal 1922 è sede della sua attività formativa a Napoli.
Ad ottobre, dunque, cadrà il centesimo compleanno dell’Istituto Pontano in quella sede. Impossibile immaginare una ubicazione diversa per la scuola che nei decenni ha formato generazioni di professionisti, intellettuali, prelati che tanto hanno contribuito alla crescita umana e (se non è un aggettivo fuori moda) spirituale della comunità napoletana e dell’intero paese. Un’autentica fucina di esponenti della società civile. Tra i tanti, giova ricordare lo scrittore Maurizio De Giovanni e il giornalista Mario Orfeo.
Accarezzato dall’elegante corso Vittorio Emanuele, Palazzo Cariati, è un magnifico esempio di rinascimento napoletano. Gli elementi architettonici sono tutti ancora ben conservati, grazie ad una accurata ristrutturazione che ha consentito alla facciata dell’istituto di recuperare il colore originario presente ai tempi della famiglia Spinelli.
Da un lato si guarda il mare, dall’altro la collina. Ancora, un ponte tra elementi diversi. Come tra adolescenza e maturità. Due luoghi da cui si transita solo attraverso la disciplina e il sapere. Lo sanno bene da queste parti. Dove ad una buona predica segue sempre una azione ancora migliore. Composto da scuola media, liceo classico e scientifico, nell’istituto Pontano si opera secondo le norme ed i metodi della Pedagogia Ignaziana, al fine di formare “uomini e donne per gli altri”, cittadini consapevoli al servizio della comunità. Perché prima di essere un’opera d’arte, il Pontano è una scuola. “La Cura personalis è il cuore dell’insegnamento ignaziano. È un metodo educativo che mette al centro la persona, la sua unicità per estrapolarne le passioni, le attitudini e le potenzialità”, racconta ad Economy Pasquale Antonio “Cicci” Serra, presidente del Pontano e della Fondazione LAUS. “Noi crediamo che il messaggio di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, sia più che mai attuale. Rivoluzionario, nella sua grandezza. Perché prendersi cura di giovani personalità che si affacciano al mondo con curiosità e stupore e alle quali dobbiamo rivolgere ogni attenzione è più di una missione. È un’autentica rivoluzione, oltre ad essere qualcosa che arricchisce prima di tutto noi”. Educazione, quindi, come rapporto di reciprocità. Un dare e avere morale, etico e spirituale tra docenti e allievi. Una missione, che in tempi di guerra e pandemia, sembra assumere un valore ancora più cogente. Quasi a voler anticipare le risposte di cui abbisogna l’attualità. “Senza contare che la lunga fase storica in cui la secolarizzazione sembra essere l’unico vessillo portatore di senso – prosegue Serra – merita una risposta etica altrettanto forte”.
Eppure, rivoluzionario non è il primo aggettivo che viene in mente pensando all’attività del Pontano. Le mura, gli odori, finanche i passi delle persone farebbero pensare a qualcosa di diverso. Di meno destabilizzante e più vicino alla parola tradizione. “Invece, io penso di sì. Rivoluzionario è l’aggettivo giusto. La pedagogia, in senso astratto, è una disciplina laica. La pedagogia ignaziana è qualcosa di più. È un modo di intendere il proprio rapporto con ciò che ci circonda. Una visione su noi stessi e gli altri. È, insomma, un modo di interpretare la realtà mettendo Cristo al centro (e, quindi, l’uomo) di tutto. Ecco, in questo senso il messaggio ignaziano è rivoluzionario. La tradizione è, però, presente ed è il trampolino da cui saltare verso il futuro”.
“La scuola è l’unico antidoto alla tirannia dell’uomo sull’uomo – prosegue Emma Armentano, preside dell’Istituto -, l’unico strumento, insieme alla carità, capace di elevarlo, renderlo migliore. In questo sta l’universalità del messaggio che ci sforziamo di trasmettere ai ragazzi. La cultura, intesa anche come cultura dell’altro, è sempre la risposta giusta”.
Torniamo al Palazzo. Visitando questo magnifico edificio è facile imbattersi in vere e proprie maestosità artistiche. L’ampio scalone in pietra, gli affreschi sul soffitto, i pavimenti della sala rossa e del grande salone verde posti sono impronte indelebili della storia. Osservandoli sembra di vivere la stessa estasi che ha “imprigionato” Stendhal. Un tuffo nella storia, che si chiama tradizione, a cui tutti quelli che vi entrano sentono di appartenere. Fin dalla prima volta. Stanze, mobili, tappeti e preziosità artistiche di ogni sorta rimandano indietro, come fossero uno specchio, il senso dell’autorità di quelle mura. Così come la Cappella, al piano sottostante. Costruita come fosse il centro di tutto; come se intorno ad essa fosse stato realizzato il resto del palazzo per ampliamenti successivi. E poi, non è un caso che uno dei fiori all’occhiello dell’edificio sia la biblioteca, sempre aperta per gli studenti, può contare su un patrimonio di circa quattromila settecento documenti, la cui antichità è garantita e tutelata pregevolmente. Presto, sarà completata anche la versione multimediale dell’intero catalogo, che si aggiungerà agli schedari già aggiornati.
Perché il Pontano? Perché un ragazzo, una famiglia dovrebbe scegliere questa ‘strada’ e non una qualunque scuola pubblica, ad esempio? “Tutte le nostre attività rappresentano un punto di eccellenza sul fronte didattico extra curriculare. I laboratori artistici – sottolinea il presidente Serra -, in cui gli studenti scoprono loro stessi, le proprie profonde, e spesso difficili da individuare per le stesse famiglie, passioni. La musica (realizziamo ogni anno un cd alla cui fattura partecipano studenti e professori), il teatro, lo sport, i corsi pomeridiani di giornalismo, scrittura creativa. Oltre a toccare con mano, durante le lezioni, la bellezza del sapere, delle tante cose che devono imparare sui libri, come succede in ogni scuola, con noi sono proiettati in una dimensione totalizzante”. Si dice che ‘quando vai via dal Pontano, dopo il diploma, non vai mai via veramente’. Una sorta di credo a cui sembrano aderire i molti ex-alunni che continuano a partecipare sempre alle iniziative del liceo. “Perché il Pontano – continua Emma Armentano – oltre ad essere una scuola di eccellenza, è una esperienza. Uno dei nostri punti di forza, che difficilmente altri possono garantire, è la tutoria individuale, specificatamente prevista dalla pedagogia della Rete Gesuiti Educazione. E poi, il lavoro di squadra. Molti ne parlano come se fosse uno slogan, ma da noi è la prassi. Con la professoressa Veronica Petito, direttrice dell’Istituto, che opera su mandato dei padri gesuiti, con il presidente Cicci Serra e con tutto il corpo docente remiamo tutti nella stessa direzione. Come un’orchestra ben coordinata, come quella diretta dal maestro Francesco Capriello, pianista e direttore della Pontano Music Academy”. Ogni anno studenti e insegnanti realizzano un cd il cui ricavato è devoluto per progetti di beneficenza. “Facciamo e faremo sempre di più” – afferma Cicci Serra – “anzi, in futuro vorremmo lavorare a più stretto contatto con i padri Gesuiti affinché con la loro forza di spirito e presenza possano accompagnarci a lungo in questo importante cammino”. Ottobre, il centenario. Il “compleanno” più importante. Una ricorrenza che si fa Storia. Qualche anticipazione? “Sarà un evento memorabile – conclude – dove ci saranno tanti eventi musicali, culturali e la presenza di personaggi di primissimo piano in tutte le arti. Sarà soprattutto un momento di testimonianza che vogliamo consegnare alle generazioni future. Vere protagoniste del cambiamento e ispirazione del nostro impegno quotidiano. Che è un viaggio. Sant’Ignazio, nella sua autobiografia, si definisce come ‘il pellegrino’, come qualcuno ‘che era sempre in viaggio e che vuole realizzare i suoi sogni’. Ecco, si parva licet componere magnis, noi vorremmo somigliargli almeno un poco”.


















