GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NARENDRA MODI PRIMO MINISTRO DELL'INDIA

Italia e India, l’alleanza cresce. Ed è un’alleanza strategica che passa dagli ottimi rapporti personali tra il capo del governo italiano Giorgia Meloni e il primo ministro indiano Nerendra Modi – la cui grande affinità, suggellata da incontri contraddistinti sempre da grande empatia e convergenze di vedute, sta impazzando sui social in India a colpi di video e meme dai risvolti anche esilaranti – ma soprattutto dalle opportunità commerciali e industriali che la collaborazione tra i due Paesi offre oggi e ancora di più in prospettiva futura.

Investire in India nel 2023? Perché il Paese cresce

Da un lato, l’India dalla sua ha una crescita esponenziale sul piano tecnologico che nell’ultimo decennio le ha fatto scattare quell’upgrade da “economia emergente” a “superpotenza tech” per eccellenza, di cui l’allunaggio della missione Chandrayaan-3 di qualche mese fa non è stato altro che il plateale sigillo. Basti pensare che dalla tredicesima posizione in cui, per dimensione dell’economia, era appaiato nel 2000, il subcontinente indiano nel 2022 è balzato alla quinta e si prevede che già nel 2027 dovrebbe raggiungere la terza.

Un boom alimentato da una crescita sociodemografica impressionante (la popolazione indiana, 1,428 miliardi, quest’anno ha superato quella cinese) e da una forzalavoro che, di conseguenza, è destinata ad espandersi, a differenza della Cina che, sotto questo profilo, invece ha già iniziato la sua parabola discendente.

Interscambio Italia-India numeri in crescita

Dall’altro, sul versante italiano, c’è un cluster di aziende fortemente interessate alla transizione digitale e green. Ma non solo. Ad oggi, l’Italia è infatti il decimo mercato di destinazione dell’export indiano, mentre l’India è il 6° per destinazione dell’export italiano in Asia-Pacifico.

Ed è soprattutto l’outlook futuro ad avvalorare un incremento più che probabile dei flussi di export italiano verso l’India, confermando le tendenze già in atto nel 2023 (+11,5% nei primi 8 mesi rispetto allo stesso periodo del 2022) e le previsioni per il 2024 (+4,8%) e per il biennio 2025/26 (+5%). Il consumo interno in India costituisce infatti circa il 60% del PIL, e questo, secondo gli analisti, lascia presagire che le vendite di beni di consumo, come quelli italiani tradizionali, possano aumentare notevolmente. Anche il settore manifatturiero, specialmente quello ad alto contenuto tecnologico, potrebbe beneficiare della crescente domanda. In più, l’India, è al centro del magma dei cambiamenti geopolitici e della rimodulazione delle catene di approvvigionamento globali che ne potrebbero fare un mercato di sbocco essenziale per gli investimenti produttivi italiani.

Meloni-Modi alleanza per la crescita

Non è un caso che i bilaterali tra le nostre istituzioni e quelle indiane si stiano intensificando. Ieri il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha ricevuto a Palazzo Piacentini una delegazione del Governo indiano, guidata dal ministro degli Affari Esteri, Subrahmanyam Jaishankar. Obiettivo? “Stimolare l’attrazione degli investimenti da e verso l’India”, ovviamente.

«Ci sono ampi margini di collaborazione per dar vita a una partnership importante con l’India, con cui condividiamo gli stessi valori – ha puntualizzato Urso – e cioè preservare l’attività produttiva e sviluppare catene di approvvigionamento sicure nei settori strategici della difesa, del cyber, del digitale, della manifattura avanzata, del tessile, del food processing e nel settore spaziale, dove stiamo valutando progetti congiunti tra l’ASI e l’Agenzia Indiana per la Ricerca Spaziale».

SACE meets India, intervista a Claudio Cesaroni

Ma perché l’India, proprio in questo momento storico, è diventata un mercato a così alto potenziale? «In realtà quella indiana è da anni, ormai, un’economia molto promettente – spiega a Economy, Claudio Cesaroni, Country and Sector Analyst-APAC di SACE – il suo momento è dato non solo dalle evidenze di una crescita economica molto sostenuta, ma soprattutto dal posizionamento nel contesto geopolitico attuale e nelle dinamiche che stanno trasformando il modello di globalizzazione».

Quali sono stati i passaggi chiave che hanno prodotto questo cambio di prospettiva nelle supply chain sullo scenario globale?

Diciamo che sono stati una serie di eventi a modificare profondamente l’approccio delle economie occidentali. Nel 2018 le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina hanno portato a un aumento delle tariffe dei prodotti cinesi e quindi a valutare, per la prima volta, l’opportunità di avere gran parte della produzione industriale concentrata in quel paese. Nel 2020, la pandemia ci ha fatto toccare con mano le conseguenze di uno stop di quella grande “fabbrica del mondo”. E infine, con lo scoppio della guerra in Ucraina il concetto di efficienza delle catene di fornitura è stato rielaborato in termini di affidabilità e capacità di risposta agli shock geopolitici, non basandosi più quasi esclusivamente su variabili di costo e logistica come in passato.

In questo senso, l’India invece dà più garanzie? Eppure, le sue posizioni non sono allineate totalmente a quelle occidentali.

Sì, ma il Paese vanta rapporti solidi con l’Occidente, anche o forse soprattutto in virtù del processo di frammentazione geopolitica globale in corso. L’India, d’altra parte, sta investendo molto in infrastrutture fondamentali per lo sviluppo industriale e, soprattutto, offre l’unico mercato interno paragonabile per dimensioni a quello della Cina.

È una crescita destinata a continuare?

Oggi l’India è lo Stato più popoloso al mondo e il dato è destinato a crescere fino a 1,7 miliardi nel 2063, quando si stima che la popolazione indiana supererà quella cinese addirittura del 45%. Di conseguenza, crescerà anche la forza lavoro, ovvero la fascia di età compresa tra i 15 e i 64 anni e anche in questo caso il trend di crescita è stimato fino al 2032. E poi ci sono importanti programmi finalizzati allo sviluppo industriale, all’adeguamento delle infrastrutture, alla transizione energetica e, infine, all’attrazione degli investimenti, che contribuiranno a rendere la crescita del paese solida e duratura.

Quali sono i settori più appetibili per gli investimenti italiani?

I fattori di crescita e sviluppo dell’India più importanti sono tre e ognuno di essi può generare interessanti opportunità di export. Il primo, come detto, è quello demografico e cioè aumento della popolazione e del reddito pro capite. Questo, pur con notevoli differenze da regione a regione, renderà l’India un mercato appetibile per l’esportazione di beni di consumo, tra cui sicuramente potranno trovare spazio i prodotti tipici del Made in Italy di settori come food, fashion, arredo. Ma anche quelli medici, farmaceutici e in generale del settore Health perché se aumenta la popolazione, aumenta anche la fascia più anziana.

E gli altri due?

Un secondo elemento è legato allo sviluppo del manifatturiero, che porta opportunità per la meccanica strumentale, e cioè il primo settore produttivo italiano in termini di export. L’India cercherà di attrarre molti investimenti nella produzione di elettronica, computing, IT, gli ambiti in cui si sta disputando cioè la sua partita globale. La specializzazione delle aziende italiane nella meccanica strumentale e nella produzione di macchinari hi-tech è dunque un vantaggio competitivo per rispondere a queste nuove esigenze. Il terzo fattore della crescita economica indiana infine è la transizione energetica, per la quale sono previsti grandissimi investimenti. L’India infatti ha l’obiettivo di convertire, entro il 2050, il 50% della produzione energetica a fonti rinnovabili. Quello dei beni ambientali è un settore dove le aziende italiane vantano una forte specializzazione nella componentistica: moltiplicatori di velocità, dispositivi fotosensibili, scambiatori di calore. Su questo siamo il secondo esportatore in Europa, dietro la Germania.

Ci saranno anche delle criticità con cui le aziende devono fare i conti…

Sicuramente nel campo delle infrastrutture, dove l’India sta investendo molto ma la qualità e la capillarità non è ancora tale da consentirle di configurarsi come un hub manifatturiero globale. E poi è un Paese enorme, quindi ha bisogno di una connettività molto sviluppata che però risulta ancora carente. Anche sul fronte delle infrastrutture energetiche, ci sono notevoli investimenti in corso sulle rinnovabili, ma ad oggi il 70% dell’energia del Paese dipende dal carbone. E questo vuol dire improvvise riduzioni delle riserve e difficoltà delle linee ferroviarie nel rifornire efficacemente le centrali. Aggiungerei anche la mancanza, in alcuni settori, di manodopera qualificata ma devo dire che su questo fronte, il governo sta intervenendo positivamente, con investimenti che hanno decisamente migliorato la situazione rispetto ad alcuni anni fa.

Un imprenditore italiano che vuole sbarcare sul mercato indiano come si deve muovere?

Dipende dal settore di investimento. L’India è un mercato complesso e richiede una conoscenza dettagliata. Anzi direi un approccio “granulare”, perché i poli industriali più importanti sono concentrati in alcune aree, mentre altre presentano un tessuto più permeabile ai beni di consumo. Ad esempio, lo stato di Maharashtra, dove si trova Mumbai, capitale finanziaria dell’India, è fondamentale per automotive, farmaceutico e chimico, mentre il Karnataka rappresenta la Silicon Valley indiana, un hub tecnologico con una forte presenza nei settori della meccanica strumentale, aerospaziale e biotecnologie. Per esportatori italiani nel settore della meccanica strumentale, il Gujarat offre opportunità nei settori del processed food, petrolchimico, tessile e infrastrutture energetiche e ferroviarie. Il Rajasthan è attraente per vetro e ceramica, FMCGs (Fast Moving Consumer Goods) e parti per il settore automotive. È essenziale considerare la specificità di ciascuna regione. E poi c’è da fare anche un’altra considerazione.

Prego.

Un altro tema di rilievo è la dimensione delle aziende: le piccole sono penalizzate rispetto alle grandi nell’approccio con un mercato che spesso richiede soluzioni integrate a domande complesse. In questo quadro è fondamentale poter contare su un supporto di un partner che conosca bene le specificità del Paese.

E immagino che qui entra in ballo il suo gruppo.

Sì, esatto. Noi di Gruppo SACE siamo in prima linea per accompagnare le imprese ad entrare in questo mercato, lo facciamo grazie alla presenza fisica sul territorio con il nostro ufficio di Mumbai, ma anche attraverso il nostro programma Push Strategy che ha l’obiettivo di incrementare la penetrazione dell’export italiano in mercati nuovi o in quelli che presentano ancora ampio margine di crescita, che si rivolge alle controparti locali – selezionati e primari buyer esteri – che possono accedere a finanziamenti a medio-lungo termine garantiti da SACE, allo scopo di finanziare i loro investimenti. A questo si accompagnano i moltissimi eventi di business matching che mettiamo a disposizione delle imprese che vogliono crescere in un mercato ricco di opportunità come quello indiano.