VTEX (NYSE: VTEX) Rings The Opening Bell® The New York Stock Exchange welcomes executives and guests of VTEX (NYSE: VTEX), today, Wednesday, July 21, 2021, in celebration of its Initial Public Offering. To honor the occasion, Marcos Pueyrredon, Global Authority Unit Leader, along with Geraldo Thomaz and Mariano Gomide, Co-CEOs, joined by John Tuttle, NYSE Vice Chairman and Chief Commercial Officer, ring The Closing Bell®. Photo Credit: NYSE

La crisi finanziaria del 2007-2008 che ha assestato il primo colpo alla globalizzazione, le politiche di reshoring negli Stati Uniti di Barack Obama e del suo vice Joe Biden, continuate da Donald Trump prima e dallo stesso Biden poi, la Brexit, la pandemia, la guerra russo – ucraina: da 15 anni tutto sembra spingere verso la necessità di una maggiore unità europea, almeno (ma non solo) dal punto di vista economico. In occasione del 30° anniversario del trattato di Maastricht, lo European round table for industry (Ert), un forum che riunisce 60 top manager di importanti società multinazionali europee – da Volvo a L’Oreal, da Barilla a Telefonica, da Rolls-Royce a Ericsson – ha lanciato un appello per il completamento del mercato unico europeo.

Troppi, secondo i manager, i limiti al dispiegamento del suo pieno potenziale, in tanti settori: dall’omogeneità nelle etichettature alle iniziative sul riciclaggio, dalla libera circolazione dei rifiuti al flusso transfrontaliero dell’energia rinnovabile, dalle sfide intorno ad aree emergenti come il cloud computing alla condivisione dei dati sanitari fino all’aumento progressivo dell’impiego dell’idrogeno. Non si tratta di ideologia europeista, bensì di scegliere una strategia vincente: i benefici derivanti dalla rimozione delle barriere nazionali a favore del mercato unico di beni e servizi potrebbero ammontare a oltre 700 miliardi di euro entro la fine del 2029, una somma simile agli investimenti promessi nell’ambito del pacchetto NextGenerationEU.

Per prendere la decisione di completare il mercato unico, per Ert è importante rendersi conto dei benefici già ottenuti. Il forum dei top manager quindi invita a salire a bordo della macchina del tempo DeLorean di Doc Brown come nel film Ritorno al futuro, e tornare al pre – 1992. «Negli anni Ottanta non c’era la libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali», ricorda l’Ert. «Dopo Maastricht i mercati si sono aperti, le regole sono state armonizzate, la liberalizzazione ha trasformato gli enti statali obbligandoli a competere con il settore privato, più efficiente. Le possibilità di scelta dei consumatori sono aumentate, il commercio transfrontaliero e il turismo hanno prosperato e gli investimenti diretti esteri sono aumentati, l’istruzione ha avuto un boom».

Ma secondo i manager dei grandi gruppi industriali europei, per completare l’opera si deve recuperare lo spirito del 1992. «Dopo tre decenni l’armonia che risuonava all’alba del mercato unico ha cominciato a svanire» scrivono i membri dell’Ert. «La discordia si sta insinuando, poiché i Paesi perseguono approcci sempre più divergenti alle questioni politiche emergenti. I governi nazionali stanno minando la legislazione dell’Ue con condizioni e misure aggiuntive. Siamo al punto in cui è necessario un urgente intervento di manutenzione, riallineamento e reinvestimento». Cruciale anche la questione delle catene del valore: «L’Ue ha bisogno di una chiara definizione dei suoi interessi nelle catene di approvvigionamento chiave per i beni critici, e di un approccio preciso all’applicazione di questo concetto» aggiunge l’Ert. A questo clima già poco propizio si è aggiunta la calamità della guerra in Ucraina. «Le implicazioni del conflitto per la sicurezza, l’approvvigionamento energetico, le relazioni commerciali e la geopolitica continueranno a sentirsi per molto tempo» ha affermato il presidente di Ert e del Gruppo Volvo Carl-Henric Svanberg. «La natura urgente e intrecciata di tutte queste questioni richiede una profonda riflessione strategica da parte dei leader di tutti gli Stati membri dell’Ue, nonché un’azione rapida e unitaria». Non c’è tempo da perdere: tra il 2008 e il 2018, il Pil reale dell’Ue è cresciuto meno dell’1% all’anno, mentre quello dell’India e della Cina è aumentato rispettivamente del 7% e dell’8%; la quota dell’Ue nel Pil mondiale è scesa dal 25,6% al 18,6%, mentre quella degli Stati Uniti è diminuita solo dello 0,9%, passando dal 24,9% al 24%.