MARIO DRAGHI EMMANUEL MACRON

Ma quanto ci vogliono bene i nostri vicini francesi! Pensate che ci considerano una specie di parafulmine per le loro finanze pubbliche ora che il loro “ratio” deficit/Pil è al 5% (in discesa, certo, rispetto al 6,4% del 2021 e all’8,9% del 2020) mentre l’altro indicatore-chiave dei mercati finanziari, il rapporto debito/Pil, è al 111,9% anch’esso in calo rispetto al 112,5% del 2021.

Macron, aiuti a imprese e famiglie a qualunque costo

Ci considerano un parafulmine perché il nostro debito pubblico è più alto del loro(2.800 miliardi), lo spread dei nostri titoli pubblici più alto con un tasso medio (sui Btp a dieci anni) del 3,5-4%, quasi il doppio dei loro (al 2%); perché la velocità di crescita dell’economia italiana è più bassa di quella francese (al 2,5% quest’anno secondo le previsioni di Bercy, il ministero dell’economia) e le previsioni per gli anni a venire, sempre secondo le stime ministeriali, sono positive.

Debito pubblico in discesa nonostante lo sforzo fatto per sostenere l’economia nei primi due anni del Covid (sulla base dell’impegno preso dal presidente Macron: “quoi qu’il en coûte”, aiuti alle imprese e alle famiglie a qualsiasi costo), deficit al 3% come vogliono i parametri di Maastricht entro il 2027, ultimo anno (toh!) della presidenza Macron (che, intanto, deve fare i conti con una maggioranza che non ha all’Assemblea nazionale, primo passaggio la fiducia al nuovo governo, e quindi non si capisce come possa fare le riforme annunciate, quelle che riducono la spesa pubblica, a cominciare dalla riforma delle pensioni).

Debito alto e crescita bassa, l’Italia non può farcela

Eppure i francesi sono convinti di farcela, pensano seriamente che “La France est protegée par le paratonnerre de l’Italie”, è protetta dal parafulmine italiano come ha scritto non un giornalino di provincia, di idee sovraniste e nostalgiche sulla Francia che fu, ma il primo quotidiano economico del paese, quel Les Echos (di proprietà del re del lusso Bernard Arnault che qui in Italia ha fatto più di un buon affare) che ha affidato al suo editorialista-principe, Jean-Marc Vittori, la seguente analisi (pubblicata a piena pagina e sotto una grande foto con Macron e Mario Draghi che si stringono calorosamente la mano su uno sfondo di tricolori): l’Italia ha un debito pubblico troppo alto e una crescita troppo debole per attirare gli investimenti della finanza internazionale e quindi la soluzione, scartata la Spagna, paese troppo piccolo, poche industrie e un debito di appena 1.400 miliardi di euro, non può che essere la Francia. “Heureusement”, per fortuna, conclude il bravo editorialista di Les Echos.

Non sono più i tempi del Governo Monti

Vittori, che ha lontane origini corso-italiane, per giustificare tanta felicità finanziaria la prende alla lontana. Precisamente dal 26 luglio 2012 quando Draghi, presidente della Bce, pronunciò l’ormai famosissimo “Whatever ita takes” che non solo evitò il default della Grecia (che pure pagò salatissimamente la rigidità del suo creditore tedesco, come sappiamo), ma mise in sicurezza le finanze pubbliche di tutti i paesi dell’area euro. A cominciare proprio dall’Italia che, ricorda l’editorialista di Les Echos, “serra les cordons de la bourse”, chiuse i cordoni della borsa, rimettendo in sicurezza i conti (grazie, va detto, alla severità del governo Monti e alla durissima riforma delle pensioni che costò lacrime pubbliche alla stessa ministra Fornero che l’aveva preparata).

I francesi non fecero la stessa cosa pur con un indicatore deficit/pil al 5% che fu portato a un più accettabile, per i mercati, 3,6% solo tre anni dopo, nel 2015. Insomma, Parigi non varò allora nessuna politica di rigore (un solo esempio, per restare in tema: l’età pensionabile è ancora a 62 anni e all’epoca il governo Juppè, presidente il liberista Sarkozy, dovette sfidare le piazze per alzarla dai 60 a cui, oggi, vorrebbe riportarla il giacobino Mélenchon).

Il Pnrr non renderà il nostro Paese più appetibile 

Eppure, nonostante tutto, già allora il tasso d’interesse dei titoli pubblici francesi a dieci anni era di un punto inferiore rispetto agli analoghi Btp italiani. “Ce n’est pas de votre faute, caro Draghi” annota il nostro giornalista, non era certo colpa di Draghi. Ma dell’endemica debolezza dell’economia italiana che dal 1999 si era messa sì al riparo nella zona euro ma non era riuscita (e neanche avviarsi…) a risolvere i suoi storici problemi strutturali: alto debito, bassa crescita, alto livello di corruzione (Les Echos li cita in quest’ordine).

Ma c’è un altro indicatore che spiega lo scarto dell’Italia rispetto alla Francia: il rapporto debito/pil balzato dal 113% al 126% dal 1999 al 2012 mentre Oltralpe lo stesso indice passava da 60 al 91%, velocità più sostenuta ma fondamentali più solidi. Come quelli della crescita che Oltralpe ha segnato in media nel periodo uno stabile +1% l’anno mentre da noi “a stagné”, si è fermata (per non dire della produttività del sistema, letteralmente sprofondato).

Ora il cosiddetto Pnrr, il piano di ripresa e resilienza, finanziato (a debito e a fondo perduto) con risorse europee, potrebbe invertire la tendenza, abbassare il debito pubblico, aumentare l’efficienza di sistema (cominciando dalla pubblica amministrazione, come avvertono tutti gli economisti), far ripartire la crescita (migliorando così il rapporto debito/pil partendo dal denominatore), in una parola rendere l’Italia migliore e più “appetibile” per i mercati internazionali che acquistano il debito italiano.

…così ai mercati non resta che puntare sulla Francia

Ma il rischio che tutto ciò non accada è alto, molto alto, come già stiamo vedendo dai ritardi del Pnnr e come fa immaginare l’altissimo tasso di conflittualità politica tra i partiti da qui alle elezioni del 2023 (il teatrino Grillo-Conte-Draghi che ha costretto il premier ad anticipare il rientro dal vertice Nato di Madrid è solo l’ultimo esemoio).

Ma è proprio questo scenario (pessimo) che mette, diciamo così, di buon umore i francesi. Perché se il debito italiano diventa troppo rischioso (come certificherebbe un altro allargamento dello spread, una ennesima “frammentazione” per dirla con il linguaggio della Bce), i titoli tedeschi troppo cari e quelli spagnoli poco interessanti (la Spagna è un “trop petite joueuse”, un giocatore troppo piccolo, dicono i francesi), allora per i mercati internazionali non resterebbe altra scelta del debito francese (anche se è arrivato all’impressionante cifra di 2.800 miliardi e quest’anno ha visto salire il suo “servizio”, cioè il suo costo, di ben 17 miliardi).

Ecco spiegato perché l’Italia, secondo i nostri gentili vicini, è il “paratonnerre”, il parafulmine della Francia. Ammesso che Macron riesca a confermare il suo nuovo governo (Élisabeth Borne), ammesso che riesca a trovare una qualche intesa con i gaullisti oppure un qualche accordo (caso per caso) con le due fortissime opposizioni parlamentari, l’extra-sinistra di Mélenchon e l’estrema destra di Marine Le Pen.

Certo, l’Italia è il grande malato della zona Euro, ma neanche la Francia si sente tanto bene. E nessuno dei due ha un parafulmine che funzioni.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.