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La stretta monetaria delle banche centrali spaventa i mercati e agita lo spettro della recessione. Sull’onda di Wall Street che ha chiuso il suo peggior semestre negli ultimi 50 anni, cedono anche le borse asiatiche. Gli indici riportano agli anni 2000, o a periodi ancora più foschi. L’Indice S&P registra una perdita del 21% non andava così male dal 1979, mentre il Nasdaq segna un ribasso del 30%, mai così male dal 2002 e il Dow Jones è sceso del  16% a giugno.

La grande crisi dell’estremo oriente 

Tokyo cede oltre un punto e mezzo percentuale,  così come Shanghai e Hong Kong arretra di oltre mezzo punto percentuale. Sulla crisi asiatica pesano la frenata dell’attività manifatturiera, salvata dalla Cina dove i Pmi tornano sopra i 50 punti per la prima volta dallo scorso febbraio. Molti analisti prevedono una volatilità dei mercati e un rallentamento.

La paura colpisce  anche il settore delle obbligazioni

Sul fronte obbligazionario la paura di recessione ha fatto scendere i rendimenti dei Treasury. Il 10 anni è arretrato sotto al 3%, attestandosi al 2,96%. In calo di quasi un punto percentuale anche i future sull’EuroStoxx 50, dopo che le Borse europee giovedì hanno chiuso in deciso calo, specie Milano che ha perso il 2,47%, penalizzata dalle perdite del settore bancario, dopo le parole del presidente del Consiglio di vigilanza della Bce, Andrea Enria, che, nel corso di un’audizione in Commissione Affari economici al Parlamento europeo, ha affermato che la Bce vuole chiedere alle banche di inserire nei loro business plan lo scenario di una possibile recessione e di utilizzare questa nuova base di calcolo per approvare le proposte sui dividendi. L’idea verra’ discussa la prossima settimana dal Consiglio di vigilanza. In Italia, pesano anche le tensioni politiche.

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Torna di nuovo l’allarme per lo spread 

Anche lo spread ètornato sopra 200 punti, contro i 198 della chiusura di giovedì. Il rendimento dei titoli italiani si è attestato al 3,421%. L’euro è sceso sotto 1,05, ai minimi da due settimane sul dollaro e ai minimi dal 2015 sul franco svizzero, sulla scia della domanda per le divise rifugio, e il petrolio resta saldamente sopra quota 100 dollari, anche se ieri l’Opec+ ha confermato i suoi preannunciati incrementi della produzione di 648.000 barili al giorno, una strategia che finora ha contributo al rialzo dei prezzi del greggio.

La recessione sostituisce l’inflazione, ma la paura rimane

l timore dell’inflazione sembra attenuarsi, mentre cresce la paura della recessione. Ora la maggior parte degli analisti prevede che la recessione negli Usa arriverà l’anno prossimo. E
scommette che la Fed rialzerà i tassi di un altro 2%, prima di iniziare a tagliare il costo del denaro. Lo scenario più probabile e cioè che la Fed aumenti i tassi di un quarto di punto a ogni sua riunione fino all’inizio del 2024, tra gli analisti sta lasciando il posto a uno scenario, che vede gli allentamenti guadagnare terreno, man mano che cresce il pessimismo sull’andamento dell’economia. Tuttavia i banchieri centrali, come ha rimarcato Powell a Sintra restano del parere che l’inflazione è la priorità assoluta e che è meglio favorire la recessione che far radicare un perdurante aumento dei prezzi. La sorpresa più dolorosa della seconda metà di quest’anno, per i banchieri centrali, sarebbe che l’inflazione rimanesse stabile.