VLADIMIR PUTIN EMMANUEL MACRON

Chissà se il nostro Mario Draghi che alla fine, in questa tremenda congiuntura bellica, è risultato il leader occidentale che più di tutti ha capito i disegni imperiali (e antidemocratici) della Russia di Putin e messo in guardia Europa e Stati Uniti. Chissà se ha dato una scossa (diplomatica) al giovane presidente francese Macron, uno che oltre a intasare (inutilmente, peraltro) il centralino telefonico del Cremlino continua a ripetere, come un mantra, che “non bisogna umiliare Mosca”.

Chissà se, durante la cena di mercoledì all’Eliseo (quattro ore), Draghi gli ha sussurrato queste semplici parole: “Emmanuel, guarda che un personaggio come Putin conosce un solo linguaggio, quella della forza; quindi, lascia perdere e concentriamoci sulle sanzioni” (è esattamente quello che ha detto il giorno dopo alla riunione parigina dell’Ocse).

I deliri di Medvedev, i rimbrotti di Draghi

Ora, mettendo in fila quel che è accaduto nella settimana – dal fallimento della trattativa per lo sblocco del grano ucraino all’agghiacciante dichiarazione del braccio destro di Putin, Medvedev, ex presidente della Federazione russa mica uno sconosciuto membro della Duma (“Gli occidentali, io li odio: sono dei degenerati e finché vivo farò di tutto per distruggerli”) fino ad arrivare ai bombardamenti a tappeto su Severodonetsk con 800 civili rimasti intrappolati nei sotterranei di una fabbrica, massacri che non si vedevano dai tempi di Guernica – ecco, mettendo in fila tutti i fatti di violenza dell’armata russa in Ucrainae il cinismo dei ventriloqui di Putin (da Medvedev a Lavrov), è lecito immaginare che il rimbrotto draghiano sia stato effettivamente pronunciato, salvo poi concordare, si capisce, una posizione politica comune nei confronti di Mosca.

«La Francia non chiuda gli occhi sui crimini russi»

Un rimbrotto sussurrato, dicevo. Esattamente il contrario del rimbrotto pubblico, anzi una denuncia, che uno dei maggiori storici francesi del comunismo, Thierry Wolton, docente di storia contemporanea ad Hec, Haute école de commerce, la Bocconi parigina, autore della gigantesca trilogia “Storia mondiale del comunismo” del 2015 e, l’anno scorso, di un pamphlet sui disastri filosofici e morali della dottrina leninista (“Penser le communisme”), ha indirizzato, con una “tribune” sul quotidiano Le Figaro, al presidente Macron ricordandogli che “la France ne doit pas oublier le crimes de la Russie au nom de la realpolitik”, che non bisogna chiudere gli occhi sui crimini della Russia e dei suoi leader per convenienza e interesse”.

Ma Macron non vuole umiliare Putin

Lo faceva De Gaulle (e Macron, in effetti, è convinto di esserne un erede al punto da farsi fotografare – e si tratta di foto ufficiali distribuite dall’ufficio stampa dell’Eliseo – con le “Memorie di guerra” del Generale squadernate sulla scrivania) ai tempi della guerra fredda, ma era tutta un’altra epoca e tutta un’altra storia e allora il fondatore della Quinta Repubblica aveva un solo obiettivo: lucrare una rendita di posizione tra Est e Ovest, tra russi e americani, gettando sul tavolo della geopolitica il peso della “force de frappe” francese, la carta della deterrenza nucleare.

Oggi il gioco non funziona più. Perché Macron non è De Gaulle e la Francia, nonostante certi ingenui tentativi del giovane inquilino dell’Eliseo di riproporne la “grandeur” prima che finisca la presidenza francese dell’Unione il 30 giugno, non ha vere armi di convincimento nei confronti del Cremlino.

Sarà l’antico antiamericanismo francese?

Forse, in questa surreale partita e il mantra “Non bisogna umiliare Mosca”, pesa un certo non dichiarato (ma sempre latente) antiamericanismo dei francesi che finisce, bongré malgré, per fare il gioco di Mosca. Non è la prima volta che accade. S’è visto nel 1980 quando il presidente dell’epoca, Valery Giscard d’Estaing, volò a Varsavia per incontrare il segretario generale del Pcus Leonid Breznev (il grande nemico di Solidarnosc) all’indomani dell’invasione russa dell’Afghanistan.

Parigi non ci guadagnò nulla, Mosca moltissimo: fu riaccreditata in qualche modo nel consesso delle nazioni dopo una raffica di documenti di condanna votati dall’Onu. Giscard d’Estaing si beccò anche questa sarcastica definizione da parte del leader socialista François Mitterand: “Il presidente, con questa visita a Breznev, ha dimostrato di essere solo il piccolo radiotelegrafista di Varsavia”.

La Giornata in memoria delle vittime dei totalitarismi

De Gaulle, Giscard e ora il giovane Macron a cui lo storico Wolton comunque riconosce l’attenuante di essere nato alla vigilia della caduta del Muro di Berlino e quindi di non sapere nulla dei “crimini contro l’umanità e le violazioni dei diritti umani commessi dal regime sovietico”. Le parole tra virgolette sono quelle usate da Wolton ma sono anche quelle usate dai deputati europei del partito popolare, dai liberali e dai Verdi nel 2009, cioè vent’anni dopo la caduta del Muro, per presentare al Parlamento di Strasburgo un ordine del giorno, diciamo antisovietico, diventato poi (dopo l’approvazione a maggioranza) la risoluzione grazie alla quale fu istituita, di lì a qualche anno, la “Giornata europea della memoria per le vittime dei regimi totalitari e autoritari”.

Insomma, una Giornata della Memoria della Shoah della democrazia, che si celebra il 23 agosto, lo stesso giorno in cui Stalin e Ribbentropp, nazisti e comunisti, firmarono il famoso “Patto di non aggressione” con cui si spartirono la Polonia e scatenarono la Seconda guerra mondiale.

Va detto, a questo punto, che la “Giornata della Memoria contro i crimini dei regimi autoritari e totalitari”, cioè il regime sovietico di cui Putin, l’uomo che non va umiliato secondo Macron, è stato per decenni uno scherano (tenente colonnello del Kgb, come si sa, con ufficio a Dresda, Ddr), è ricordata e celebrata quasi esclusivamente nei paesi dell’Est, Polonia e tutti gli altri del Patto di Varsavia, dove la memoria dei “crimini contro l’umanità e le violazioni dei diritti umani” commessi da Mosca è ancora viva pur nel passaggio delle generazioni.

Già dimenticate Bucha e Mariupol, sarà realpolitik?

Mentre la nostra memoria, la memoria di noi contemporanei, è stata così breve che abbiamo già dimenticato i massacri di Bucha e Mariupol, i bombardamenti a tappeto, la deportazione dei civili, la distruzione di palazzi teatri scuole e monumenti, le violazioni della Convenzione di Ginevra, le torture, le ruberie, i saccheggi (a cominciare dal grano ucraino).

E allora ci si chiede: è la realpolitik, gli interessi e le convenienze politiche (da non dimenticare l’interesse di Macron a vincere a qualsiasi costo le elezioni legislative di domenica 12 giugno pena la governabilità, il futuro stesso del secondo mandato se dovesse vincere la gauche populista di Mélenchon), a dettare l’agenda geopolitica dell’Occidente (“depravato” secondo il gentile giudizio del patriarca Kirill e dell’ex presidente della Federazione russa Medvedev)?

Lo storico Wolton non ci sta e alla fine della sua lettera-appello a Macron cita, da bravo intellettuale francese, la favola degli “Animali malati di peste” di La Fontaine. In quel passaggio in cui Re Leone, reo confesso per aver divorato le pecore di un gregge e anche il pastore ma comunque assolto perché lui è il Re, spiega: “Selon que vous serez puissant o misérable/Les jugements de cour vous rendront blanc o noir” (che si può tradurre così: Il tribunale, la Corte, vi condannerà o vi assolverà a seconda che siate un potente o un poveraccio. Altro che la legge è uguale per tutti).

Il “potente” Putin non farà la fine di Milosevic

Morale della favola: Putin è un “puissant”, un potente, e quindi la passerà liscia, non sarà umiliato per dirla con Macron come, invece, furono umiliati Milosevic e gli altri carnefici di Sebrenica e di Sarajevocondannati dal Tribunale internazionale dell’Aja.

E, invece, dovrebbe essere proprio questo il destino che un presidente della Francia, patria dei diritti dell’uomo, dovrebbe preparare per un criminale di guerra ( e qui riprendiamo la definizione del presidente americano Biden, da un po’ di tempo sparita dai media) come Putin, il boss del Cremlino che si paragona a Pietro il Grande (lo ha quasi detto incontrando giovedì 9 giugno una delegazione di imprenditori russi tutti sorridenti a favore di telecamere), il nuovo zar che vuole cancellare l’Ucraina, debole avamposto dell’Occidente e sigillare mezza Europa con una nuova “cortina d’acciaio” come ha titolato il mensile “Limes”.

Altro che evitargli l’umiliazione di una sconfitta.

 

PrecedenteBper Banca, sindacati preoccupati dalla chiusura degli sportelli
ProssimoCaro carburanti: penalizzati anche i gestori dai prezzi in salita
Avatar photo
Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.