Don Andrea Ciucci - "Scusi, ma perché lei è qui? Storie di intelligenze umane e artificiali"

«L’intelligenza artificiale è come il sabato del Vangelo. È stata creata per l’uomo, non il contrario, non è l’uomo ad essere stato creato per l’intelligenza artificiale!». Back to the basics, insomma: don Andrea Ciucci è un esploratore ma ha i piedi per terra. È un prete che vive in parrocchia – al Tuscolano, periferia sud est di Roma – ma lavora in mezzo a 160 scienziati tra i più importanti del mondo, perché fa il segretario della Pontificia Accademia per la Vita, che sarebbe poi il ministero della ricerca scientifica del Vaticano. Un osservatorio eccezionale sul futuro. E siccome non è un burocrate ma un curioso, si pone continuamente delle domande.

Per questo ha condensato in un libro – “Scusi, ma perché lei è qui? Storie di intelligenze umane e artificiali”, edizioni Terre di mezzo – gli appunti di un viaggio tra le migliori menti del pianeta, intrapreso per capire dove sta andando il futuro e dove sta portando con sé l’uomo, o magari rischiando di lasciarlo dov’è. Un percorso intellettuale e insieme etico, che ha accompagnato il lavoro di studio condensato poi dall’Accademia nella Rome Call for AI Ethics (Appello di Roma per un’etica dell’intelligenza artificiale), un documento di cinque pagine, con tre temi (etica, diritto, educazione) e sei principi (trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità, affidabilità, sicurezza e privacy), che potrà avere per l’intelligenza artificiale, la quantistica applicata al calcolo e l’industria dei dati lo stesso impatto che hanno avuto (o tentato di avere) i 17 obiettivi dell’Onu per lo sviluppo sostenibile… È davvero l’appello cattolico per un approccio etico all’innovazione digitale (o “algoretica”, per usare il neologismo di papa Francesco), che incrocia pesantemente, ad ogni angolo, tutti i temi dello sviluppo economico, sociale ed anche materiale dell’uomo, dal lavoro alla salute, dalle relazioni al potere al commercio al sapere.

Come nella migliore tradizione della Chiesa, non è una chiamata alle armi ma un assillo, un pungolo, uno stimolo rivolto innanzitutto agli scienziati, affinché oltre a fornire risposte si pongano anche domande.

E la domanda chiave è quali siano le condizioni per cui si continui a custodire, anche in scenari completamente nuovi, l’autenticità dell’uomo, i suoi bisogni, i suoi diritti. La sua unicità distintiva e i suoi tempi, in un mondo che scorre velocissimo. La sua occupabilità economica, in un sistema che tende a sostituirlo.

«In questo libro c’è il diario di quello che facciamo per accompagnare la realtà ecclesiale a occuparsi di robotica, di intelligenza artificiale, di computer quantici. Spero non per fare la predica; piuttosto per starci dentro, per capire e condividere. Il che non è per niente ovvio, come credo che il titolo spieghi bene», dice Andrea Ciucci: “Scusi, ma perché lei è qui?”. Naturalmente senza un approccio ipercritico, di reminiscenze luddiste: il futuro è qui, insensato negarlo, insensato lasciarsene travolgere senza neanche sapere il perché.

Semmai è proprio questa la domanda inquietante che emerge qua e là dagli appunti di viaggio: chi sta inventando il futuro, si è mai chiesto che mondo sta preparando per chi verrà dopo di lui?

“John Kelly III, vicepresidente di Ibm, uno dei più grandi scienziati di questo campo – si legge nel libro – sta parlando di sé: del suo essere convinto cattolico e della sua vita spesa nella ricerca, e di come queste due cose oggi, per lui, trovano un punto di sintesi simbolica sorprendente e vera: è in Vaticano a spiegare perché il frutto della sua ricerca può e deve custodire la centralità dell’uomo».

E un altro “guru” della tecnologia, Brad Smith, numero due di Microsoft, dice: «Qui facciamo cose da fantascienza, ma sul perché e sulle conseguenze del nostro lavoro abbiamo bisogno di un confronto». E alla fine è il primo a chiarire che l’enorme potere insito nei sistemi di intelligenza artificiale va regolato, affinché sia utilizzati per lo sviluppo dell’umanità.

«Insomma, nel mondo della scienza non sono poche le personalità che sentono il bisogno di una riflessione etica e cercano, anche nella riflessione religiosa, una sponda di confronto se non di conforto», sintetizza Ciucci. Anche perché quando uno scienziato ha davvero la mente aperta, è il primo a sapere che la sua stessa scienza ha dei confini ben precisi che la limitano.

L’innovazione non è “neutra”: «Quando da Ibm ci hanno mostrato il computer quantistico – racconta Ciucci – io, da inesperto del settore, ho sintetizzato così i due principi su cui agisce. Innanzitutto: tra i pilastri della logica binaria, 1 e 0, c’è tanto altro. E poi: il computer quantistico non opera più per determinazione precisa ma per probabilità. Questo cambio paradigmatico crea una fluidità e una indeterminatezza dai risultati enormi, insieme a un aumento pazzesco della complessità. Che non può essere elusa e che deve essere assunta fino in fondo».

«Sono stato all’Anderson Center di Houston», racconta ancora don Ciucci, «nel reparto delle cure palliative. Il primario tira fuori uno sgabello di legno e lo definisce “il frutto massimo della nostra ricerca”. Ci spiega: nel reparto hanno fatto un lungo lavoro di analisi su “cosa si aspetta il nostro paziente” e ci ha fatto vedere che nei video della sala d’attesa non passano le news della Cnn ma le schede personali dei medici con i loro curricula: il piatto preferito, la squadra del cuore. I pazienti in quel reparto cercano persone vere che parlino loro guardandoli negli occhi. È questo il senso dello sgabello. Quando viene il momento in cui devi dire a qualcuno che sta per morire – ci spiega il primario – non devi dirglielo in piedi vicino al suo letto o dall’altra parte di una scrivania ma glielo devi dire seduto su uno sgabello all’altezza dei suoi occhi, degli occhi di un uomo disteso su un letto d’ospedale».

Per Ciucci, quando la Chiesa fa tesoro della sua “sapienza bimillenaria”, rifugge la tentazione di ostacolare in modo stolido il progresso e, piuttosto, lo guarda con favore e apertura, cercandone tutto il bene possibile per l’uomo.

E dunque, «in questo senso se mi si chiede qual è il vero rischio insito nell’attuale stagione di progresso scientifico e tecnologico – spiega Ciucci – rispondo che la potenza innovativa oggi è incredibile, e dunque se a fianco di una ricerca che viaggia a centomila chilometri orari, non mettiamo una riflessione umanistica che si prenda cura dell’umano in tutte le sue espressioni e dell’impatto della ricerca sull’umano, rischiamo di andare a sbattere. A patto che questa riflessione umanistica, questa intelligenza umanistica, entri nel merito. Potremmo permetterci di lasciare un fenomeno così potente e pervasivo alla sola discrezionalità dei suoi produttori? Anche se fossero i migliori ragazzi del mondo, no! La materia è troppo grande per essere lasciata evolvere nel solo ambito tecnologico e scientifico».

In questo senso il dibattito in corso nelle istituzioni europee, sul versante della normativa, «è molto interessante – osserva Ciucci – anche perché non è ancora successo in Asia e assai poco negli Usa. Quindi su questo terreno vedo una grande opportunità per l’Europa. Non mi sembra che ci sia un rischio di burocratizzazione, tanto meno di confessionalismo. Nel dialogo con gli scienziati stiamo scoprendo insieme quel che significa e comporta la digitalizzazione. Così Brad Smith, a Roma, dichiarò pubblicamente di voler coinvolgere anche le tradizioni religiose in questa riflessione ampia sul senso delle nuove tecnologie».

E dunque il cammino della “Rome Call for Ai ethics” prosegue. Nel mese di maggio il documento sarà firmato ad Abu Dhabi dai rappresentanti del rabbinato di Gerusalemme e da alcuni tra i più importanti leader musulmani del mondo arabo. «Ci piacerebbe fare lo stesso con i leader delle religioni orientali – rivela Ciucci – magari a Hiroshima, in Giappone. Laddove la tecnologia ha espresso tutta la sua spaventosa potenza distruttiva contro l’umanità, lì sarebbe bello impegnarsi a far sì che le nuove tecnologie siano progettate e realizzate a favore delle donne, degli uomini, del pianeta che abitiamo».