Andrea Costa

«Abbiamo davanti a noi una sfida epocale, che non possiamo permetterci di fallire: ridisegnare il sistema sanitario nazionale. Come? Investendo in maniera efficace e ragionata gli oltre 20 miliardi previsti dal Pnrr (15,6 miliardi del fondo europeo per la ripresa, 1,7 miliardi dal programma di assistenza per la coesione e 2,9 dal fondo complementare istituito dal governo italiano). A questi poi vanno aggiunti i finanziamenti strutturali del fondo sanitario nazionale, incrementato di due miliardi per ciascuno degli anni 2022-2024. Le risorse dunque ci sono, ora vanno spese ma spese bene»: è sintetico ma ha ben chiari in mente i numeri Andrea Costa, sottosegretario di Stato alla Salute, esponente di “Noi con l’Italia”. «Il Pnrr – prosegue – è forse la più grande occasione di sempre per adeguare l’assistenza sanitaria alle esigenze dei cittadini, ripartendo da quanto di buono fatto nella lotta al Covid per superare anche le problematiche emerse durante la pandemia. È essenziale dunque tornare ad investire sulla medicina di prossimità per garantire al paziente continuità delle cure e assistenza domiciliare».

Dunque, cosa ci ha insegnato il Covid e cosa, eventualmente, cambiare o aggiungere?

Dobbiamo invertire la rotta secondo cui l’ospedale è l’unico centro nevralgico delle cure. Per fare ciò è necessario creare una rete che valorizzi le realtà e le professionalità del territorio secondo un principio cardine: portare i servizi vicino ai cittadini e non viceversa. Dobbiamo cioè organizzare un ecosistema che metta in relazione pubblico, privato, terzo settore, volontariato, farmacie, medici di medicina generale, allo scopo di rafforzare il Sistema sanitario nazionale e renderlo così universalistico. Non a caso l’assistenza territoriale è una delle azioni prioritarie del Pnrr con un forte investimento di 7 miliardi di euro per case della salute, ospedali di comunità, assistenza domiciliare integrata, telemedicina. A tal proposito, i servizi di telemedicina rappresentano un formidabile mezzo per contribuire a ridurre i divari geografici e territoriali armonizzando gli standard dei servizi, per garantire una migliore esperienza di cura per gli assistiti e per migliorare i livelli di efficienza dei sistemi sanitari regionali. L’obiettivo primario è garantire a chiunque di poter avere equo accesso ai servizi a prescindere da dove risiede. Dobbiamo ripartire dalla consapevolezza che la sanità è un investimento e non un costo. Un ruolo primario in questo progetto di riforma lo ha e avrà senza dubbio il capitale umano, le donne e gli uomini che animano il nostro Ssn. Sarà prioritario infatti valorizzare le competenze e il fattore umano del personale sanitario. Senza una sanità forte ed efficiente non esiste sviluppo né crescita per il Paese. Dopo stagioni di tagli inizia oggi una nuova fase che vede il paziente tornare al centro.

Non c’è stata troppa dissonanza tra i vari protagonisti della sanità?

La pandemia ci ha insegnato che le grandi sfide si vincono con il lavoro di squadra, ognuno apportando il proprio contributo di know how, professionalità e valori, senza pregiudizi o retaggi ideologici anacronistici. Le sinergie messe in campo nella gestione dell’emergenza siano i pilastri del nuovo Servizio sanitario nazionale più inclusivo, efficiente e vicino ai cittadini. In questi due anni è emerso come sia necessario agire per eliminare le disparità territoriali nell’erogazione dei servizi e per incrementare l’integrazione tra i servizi ospedalieri, servizi territoriali e servizi sociali, puntando su centralità del fattore umano, digitalizzazione di servizi e competenze e cooperazione tra Stato centrale e Regioni per evitare ritardi e frammentazioni. Un altro grande insegnamento è stato certamente quello sull’importanza della ricerca. Grazie ai progressi della scienza si è riusciti in tempi rapidissimi a mettere a disposizione della comunità i vaccini che ci stanno permettendo di uscire gradualmente dall’emergenza per tornare alla normalità. Ricerca e sviluppo rappresentano un asset strategico in cui però bisogna investire sempre –  non solo quando siamo costretti ad affrontare situazioni straordinarie – con politiche di visione e fondi strutturali che sostengano il nostro ecosistema di innovazione. La lotta al virus ci ha infine confermato quanto il nostro personale sanitario sia un’eccellenza a livello nazionale e internazionale, patrimonio di umanità, energie, passione, capacità professionali. Donne e uomini che quotidianamente si prendono cura della comunità, difendendo la salute delle persone, il diritto alla salute, tra i principi più alti della nostra Costituzione. Oggi, dunque, ci sono le condizioni per pianificare una sanità diversa, migliore. Sta a noi, alle istituzioni e alla politica essere in grado di trasformare una delle crisi sanitarie tra le più gravi della storia in un’opportunità di crescita e ripartenza. Il nostro Servizio sanitario nazionale è il bene più prezioso che abbiamo. Investire in sanità significa investire nella qualità della vita delle persone, significa investire nel futuro del Paese.

Come ripensare l’organizzazione centro-periferia?

Sicuramente la linea federalista in ambito sanitario rappresenta un importante aiuto e un’effettiva vicinanza alle esigenze particolari del territorio. L’esperienza del Covid ci ha però dimostrato che in alcune questioni di carattere generale che riguardano un forte interesse nazionale il sistema di coordinamento messo a punto dalla struttura commissariale guidata dal generale Figliuolo può essere un esempio per il futuro. Lo stretto rapporto di collaborazione tra un forte e strutturato organismo centrale nazionale e la Conferenza delle Regioni, ottimamente presieduta da Stefano Bonaccini prima e Massimiliano Fedriga poi, ci ha permesso, infatti, di affrontare in maniera adeguata e resiliente l’emergenza sanitaria, uniformando le linee guida da applicare e superando le iniziali difficoltà organizzative nei diversi territori. L’obiettivo resta comunque sempre quello di fornire una risposta unitaria su tutto il territorio nazionale ai bisogni di salute dei cittadini.

Coordinamento Stato-Università: non si può pensare a un miglior allineamento tra fabbisogni professionali del sistema e atenei?

La posizione mia e del mio partito, Noi con l’Italia, su questo punto è molto chiara: credo che occorra eliminare il numero chiuso nelle facoltà di Medicina e Infermieristica. Non credo, infatti, rappresenti la soluzione per combattere il problema della carenza del personale, anzi. Dovremmo piuttosto introdurre il concetto di meritocrazia che non si esaurisce con il test di ingresso. Ritengo decisamente più utile ed efficace prevedere una verifica al secondo anno che valuti il raggiungimento di determinati obiettivi formativi. Solo così si possono premiare merito e competenze. Chi riesce prosegue nel percorso di studi, chi non dimostra attitudine alla materia e preparazione si fermerà. Premesso ciò occorre però ricordare come nel campo della formazione molto è stato fatto in questi ultimi mesi. Basti pensare che nell’ultima Legge di Bilancio è previsto un incremento per le borse di studio per gli specializzandi in medicina, portate in via permanente a 12.000 l’anno. Con questo stanziamento permanente saremo in grado di colmare il gap della mancanza di medici nei prossimi anni. Solo nell’anno accademico 2020/2021 ne sono state finanziate 17.400, passando dalle 5.000 nell’anno 2014/2015 alle 13.400 del 2019/2020. Una parte, oltre 4mila, sono finanziate dal Pnrr. Sempre grazie al Pnrr avremo 900 borse in più all’anno per i medici di medicina generale. In tutto saranno più di 2 mila (quasi il doppio rispetto a un paio di anni fa). Tra il 2014 e il 2017, la media annuale di borse finanziate per la medicina generale è stata di poco superiore 1000: nel 2020-2023, questa cifra è salita a 1.332 borse.

Come ha retto il partenariato pubblico-privato in sanità? Bene o va rimesso a punto?

Come ho ricordato prima la collaborazione tra pubblico e privato è stata fondamentale nella gestione della fase più acuta della pandemia e nell’arginare i momenti più drammatici dell’emergenza sanitaria. Numerosi sono gli esempi virtuosi di questa sinergia, tra i principali: l’assistenza e la cura ai pazienti Covid nei presidi ospedalieri pubblici e privati, gli investimenti in ricerca per la produzione dei vaccini e dei farmaci antivirali, la campagna vaccinale con l’individuazione di hub e la condivisione di professionisti. Una collaborazione che dovrebbe continuare superando anacronistiche prese di posizione puramente ideologiche. Considerate le potenzialità di questa alleanza, sarà dunque necessario rinforzarne il coordinamento, identificando nuovi modelli di partnership, anche nel settore della ricerca biomedica e sviluppo dei farmaci. L’obiettivo ultimo dovrà essere quello di stipulare un patto con tutte le componenti che operano nella salute (imprese, ricerca, professioni, terzo settore) per utilizzare al meglio le risorse e ottenere un sistema sanitario più forte per vincere le sfide del domani. Ci sono tutti i presupposti per compiere insieme un percorso che metta a sistema competenze e professionalità. Mi prendo la responsabilità di dire che dopo questo virus, visto il gap drammatico da recuperare in termini di altre patologie, avremo una nuova pandemia da affrontare: i ritardi nelle cure di pazienti non Covid. Nell’ultimo Decreto Sostegni abbiamo messo a disposizione delle Regioni risorse per le liste d’attesa e previsto la possibilità di attuare convenzioni con il privato sul territorio per dare ai cittadini le risposte di cui c’è bisogno. Su questo tema anche il Pnrr può essere un aiuto fondamentale nel rafforzare la sanità territoriale, anche con il fine di recuperare screening, visite specialistiche, controlli, trattamenti, nuove diagnosi e interventi per i pazienti affetti da altre malattie croniche, che negli ultimi due anni inevitabilmente sono stati rallentati dalla pandemia, perché gli ospedali – sotto pressione per i pazienti Covid – non hanno potuto garantire l’attività ordinaria.