Gaetano Stella

«Detassare gli aumenti salariali». La proposta lanciata da Confprofessioni davanti alle commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato durante l’audizione sul Documento di economia e Finanza (Def) per il 2022 apre una breccia nella complessa congiuntura economica dominata dall’impennata dell’inflazione e al rallentamento dell’economia: le uniche due certezze su cui il ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, ha costruito Def per il 2022, tra mille incertezze.

Proprio quando si cominciava a intravedere la luce in fondo al tunnel della pandemia, grazie anche al clima di fiducia e agli investimenti del Pnrr, la guerra in Ucraina rimette in discussione le aspettative di crescita della nostra economia. Le difficoltà di approvvigionamento e l’aumento dei costi delle risorse energetiche rappresentano una minaccia per il sistema produttivo e l’inflazione determina una perdita di potere di acquisto delle famiglie, destinata a ripercuotersi negativamente sul commercio e i servizi e sull’indebitamento privato, già cresciuto negli ultimi anni. Anche sul fronte della finanza pubblica non mancano luci e ombre. Secondo Confprofessioni «il debito – che ha rappresentato l’unico strumento per supportare imprese, lavoratori e famiglie nei mesi drammatici della pandemia – rimane su dimensioni preoccupanti (150,8% del Pil nel 2021), insostenibili nel medio periodo, alimentando rischi di crescita dei tassi di interesse sui titoli statali e suscitando timori circa il prossimo scongelamento del Patto di stabilità. L’obiettivo dichiarato dal Governo di condurre il rapporto Deficit/Pil al 2,8% entro il 2025 appare, allo stato, molto ottimistico».

Non siamo in un’economia di guerra, ma la frenata del Pil (che arretra dal 4,7% al 3,1%) e l’inflazione in salita (che passa dall’1,6% al 5,8%), allungano preoccupanti ombre anche sul fronte del mercato del lavoro. I dati sulla crescita dell’occupazione presentati dal Def si limitano ad un «fisiologico recupero dei livelli pre-pandemici, attraverso il ricorso a forme contrattuali a termine, che non contribuiscono al consolidamento dell’equità e della sicurezza sociale», spiega il presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella. E una delle misure prospettate dal Def per fronteggiare la perdita del potere di acquisto delle famiglie chiama in causa i rinnovi dei contratti collettivi per adeguare i redditi dei lavoratori dipendenti rispetto all’andamento dell’inflazione. «Ma non si può ignorare la condizione di straordinaria pressione ed incertezza in cui versano imprese e professionisti, che durante la pandemia hanno stretto i denti, spesso indebitandosi, e che ora vedono minacciata la ripresa da uno scenario geopolitico indecifrabile», aggiunge Stella.

È in questo contesto che nasce la proposta di Confprofessioni per una detassazione degli aumenti salariali concordati dalle parti sociali. «La dinamica dei redditi determinata dai rinnovi contrattuali, che deve svolgersi nel rispetto dell’autonomia delle parti sociali, può essere sostenuta da una strategia politica indirizzata all’agevolazione della composizione della dialettica sindacale», sottolinea Stella. Nell’ambito degli studi professionali la proposta di detassare gli aumenti contrattuali consentirebbe di rafforzare il potere di acquisto dei lavoratori dipendenti senza aggravare il costo del lavoro a carico dei professionisti – datori di lavoro che negli ultimi anni, anche a causa della pandemia, hanno registrato un sensibile calo dei redditi professionali. Secondo Confprofessioni, l’altra leva su cui si dovrebbe agire per contenere il peso dell’inflazione per i costi dei servizi a vantaggio dei lavoratori e delle loro famiglie, riguarda il rafforzamento del welfare contrattuale gestito dagli enti bilaterali, «che rappresentano un soggetto ineludibile nel welfare del futuro».