Milano – Un’intelligenza artificiale che compra, vende e decide al posto di chi la possiede, e che una volta avviata non si sa più come fermare. È l’IA agentica e, secondo Stefano Zamagni, economista dell’Università di Bologna, è il punto cieco delle imprese italiane. Zamagni ne ha parlato al Salone della CSR e dell’innovazione sociale, in corso fino all’8 ottobre all’Università Bocconi di Milano.
IA agentica, la differenza che le imprese ignorano
Il primo passo, per l’economista, è culturale. A differenza di quella generativa, l’IA agentica non si limita a rispondere: prende decisioni e agisce in autonomia. È una tecnologia qualitativamente diversa, che molti imprenditori leggono ancora con il vecchio modello. Da qui il consiglio pratico: dedicare uno o due giorni a seminari o brevi corsi di formazione. “Se non stai attento, quella ti porta via tutto, senza che tu te ne accorga”, avverte Zamagni.
Non si tratta di rinunciare alla tecnologia. La tesi secondo cui l’impresa responsabile evita l’IA che dequalifica il lavoro va letta in questa chiave: “Io non ho detto che non utilizza l’intelligenza artificiale. Ho detto che deve trovare il modo di educare l’intelligenza artificiale agentica”. Quanto alla pressione della concorrenza, Zamagni conta sulla correzione che verrà dall’esperienza: quando gli effetti perversi diventeranno evidenti, la saggezza umana porterà a cambiare rotta.
Il vuoto della responsabilità adiaforica
Il nodo più delicato è giuridico. Se una macchina agisce da sola, chi risponde delle sue scelte? La filosofia morale chiama questa forma responsabilità adiaforica, cioè la responsabilità della macchina. Gli ordinamenti conoscono la responsabilità personale e quella delle società, a partire dalla responsabilità sociale d’impresa, ma non prevedono ancora regole, leggi o regolamenti per trattare il caso dell’IA che decide in autonomia.
La soluzione indicata da Zamagni segue due direzioni. Da un lato vanno rintracciati coloro che hanno preparato gli algoritmi e impartito alla macchina le istruzioni. Dall’altro, chi non ha fatto nulla per regolamentare l’IA agentica, pur non avendo agito direttamente. È una responsabilità per omissione: non aver impedito che la macchina provocasse il danno. Una prospettiva che sposta l’attenzione dalla tecnologia a chi la governa, e che chiama in causa direttamente i vertici aziendali.
Magnifica humanitas e la sfida europea
La cornice a cui rimanda più volte Zamagni nel corso delle sue argomentazioni è Magnifica humanitas, la prima enciclica di Leone XIV, presentata a 135 anni dalla Rerum novarum, che chiede di “disarmare” l’IA e di rimettere la persona al centro del lavoro. Per Zamagni il messaggio è che i limiti all’agire umano, un tempo imposti dalla natura, oggi derivano da ciò che l’uomo stesso ha prodotto. La metafora è Pinocchio: “Noi abbiamo creato queste macchine e se non impariamo a dominarle, il rischio è che ci sfuggano di mano”.
Il fronte decisivo resta quello europeo. Aver delegato agli Stati Uniti la corsa alle tecnologie digitali è stato, per l’economista, “un errore imperdonabile”. La via d’uscita sono centri europei di elaborazione per un’IA che metta al centro la persona: “È vero che ci vogliono soldi, ma prima dei soldi ci vogliono le teste”. Per le imprese, la partita dei prossimi anni si gioca qui: governare l’IA agentica prima che sia lei a decidere per loro.
















