Certo che ci ruberanno il lavoro: sono stati creati apposta. O, più precisamente, per svolgerne una parte al posto nostro: quella faticosa, ripetitiva, pericolosa o difficile da coprire alle cinque del mattino in un magazzino. Il fatto che abbiano gambe, braccia e l’aspetto di un collega rende la questione più emotiva rispetto a un braccio robotico che avvita bulloni. Ma il punto industriale resta un altro. «L’umanoide diventa molto probabilmente un competitore diretto del colletto blu. L’intelligenza artificiale, invece, per noi colletti bianchi è più facilmente un alleato: possiamo farle fare il lavoro sporco e poi farlo passare per nostro. Il robot fisico lo vedi, assomiglia all’uomo, e proprio per questo rende visibile il potenziale concorrente», osserva Marco Taisch, professore di Advanced & Sustainable Manufacturing al Politecnico di Milano, presidente del MADE – Competence Center Industria 4.0 e presidente del Partenariato esteso MICS – Made in Italy Circolare e Sostenibile.
A Pechino un umanoide rosso, senza testa, è stato presentato come capace di coprire i cento metri in 9,32 secondi. Secondo la televisione statale cinese, “Lightning”, sviluppato dal produttore di smartphone Honor, avrebbe raggiunto 14,5 metri al secondo durante la seconda edizione dei World Humanoid Robot Games. Nella stessa manifestazione, il Team Tianjiao ha vinto il salto in lungo con 7,97 metri.
Il confronto con Usain Bolt, per quanto efficace in un titolo, non è tecnicamente corretto: una prova robotica non è una gara di atletica omologata e non ne condivide necessariamente condizioni, regolamento o protocolli di misurazione. La notizia è che le macchine stanno migliorando rapidamente capacità di movimento e coordinamento nel mondo fisico.
A Kyoto il discorso è già più concreto. Mitsubishi Motors ha firmato un memorandum con Highlanders, startup nata nel 2023 all’Università di Tokyo, per introdurre umanoidi accanto agli addetti più anziani sulla linea di assemblaggio dei motori. L’obiettivo è trasferire una quota del know-how pratico degli operai esperti in un Paese dove l’invecchiamento della popolazione riduce la disponibilità di manodopera. Il modello “N” dovrebbe camminare, svolgere compiti manuali e conversare; Highlanders punta a una produzione di mille unità mensili dall’inizio del 2027.
La distanza tra un robot da dimostrazione e uno da fabbrica si misura in ore di lavoro, errori, integrazione e costo complessivo. E soprattutto nella risposta a una domanda: la macchina sostituisce una persona, copre un posto vacante o cambia l’organizzazione produttiva?
«Gli umanoidi non entreranno dappertutto e tutti insieme», avverte Taisch. «Le prime applicazioni credibili saranno nelle aziende di grandi volumi, nell’automotive, nel bianco, nei settori sottoposti a una forte competizione di prezzo e nelle grandi imprese. È il percorso seguito da ogni innovazione industriale: prima i contesti dove i volumi e la pressione competitiva rendono sostenibile sperimentare».
Negli Stati Uniti il manifatturiero conta circa 462 mila posti vacanti; una stima richiamata da J.P. Morgan indica che il fabbisogno non coperto potrebbe salire a 1,6 milioni entro il 2030. In questo scenario, una quota iniziale pari a circa un quarto delle mansioni scoperte potrebbe essere affrontata con umanoidi; con il progresso della tecnologia, la quota teorica potrebbe arrivare al 50%.
Non è una previsione di licenziamenti su vasta scala, misura piuttosto la domanda potenziale di automazione in un sistema produttivo che non trova abbastanza persone per mantenere o accrescere la capacità. «L’inverno demografico non è un vantaggio economico della robotica: è una questione di sopravvivenza per interi pezzi dell’economia», dice Taisch. «In Italia, e più in generale in Europa, non avremo un numero sufficiente di persone per mantenere operative fabbriche e aziende produttive. Anche se l’umanoide dovesse costare 20 o 30 dollari l’ora, diventerebbe comunque uno strumento fondamentale per affrontare quel problema».
Il costo reale
Nella logistica, un umanoide potrebbe costare tra 10 e 12 dollari l’ora, contro circa 30 dollari per un lavoratore umano. Ma il confronto resta parziale: oggi possono servire due robot per eguagliare la produttività di una persona; lo scenario atteso è scendere a 1,2–1,3 macchine per addetto. Il prezzo di acquisto resta inoltre elevato, attorno a 120 mila dollari per unità, ben sopra i 20–30 mila dollari indicati da Elon Musk come obiettivo di lungo periodo.
Taisch considera quei valori «numeri ragionevoli da usare come punto di partenza», ma non come misura completa della convenienza. «Nei 10 o 12 dollari l’ora non ci sono una serie di costi nascosti. Di solito si prende il costo dell’investimento, lo si divide per il numero di ore e si ottiene una cifra. Ma ciò che sta attorno non è stato valutato fino in fondo».
Il conto dovrebbe includere durata della macchina, software, manutenzione, energia, sicurezza, formazione e modifiche all’organizzazione. «L’errore che si fa ogni volta che entra un’innovazione in fabbrica è sottovalutare la configurazione necessaria per riceverla», spiega Taisch. «Servono revisioni del software, cambiamenti organizzativi, investimenti nella formazione, nella sicurezza e nella manutenzione. Il lavoratore umano è già perfettamente inserito nella fabbrica; quanto costi inserire davvero un robot umanoide, oggi, nessuno lo sa con un buon grado di approssimazione».
Il vantaggio, quando arriverà, non sarà soltanto nel costo. «La robotica porta anche ripetibilità e qualità dell’output», sottolinea Taisch. «La qualità non significa soltanto fare bene una cosa una volta: significa farla sempre nello stesso modo, per un periodo prolungato. È uno dei motivi per cui da tempo si usano robot, per esempio, nella verniciatura automobilistica: nessun carrozziere riesce a dipingere una vettura con l’uniformità di un sistema robotico. Con gli umanoidi quel vantaggio può trasferirsi a lavorazioni manuali più flessibili e meno strutturate».
Dal video alla fattura
Il mercato degli umanoidi è nella fase dei pilot, delle sperimentazioni e dei primi contratti commerciali. I casi più credibili riguardano movimentazione di contenitori, picking e kitting in ambienti ordinati, ispezioni, alimentazione delle macchine e compiti circoscritti di linea. Il problema non è più soltanto far camminare o conversare un robot: è fargli completare una sequenza utile con affidabilità, sicurezza e un costo competitivo.
«Siamo nella fase dell’hype mediatico», dice Taisch. «Poi arriverà anche la fase della disillusione: si scoprirà che le cose sono più complicate, che la produttività va misurata davvero, che non tutto funziona come nelle demo. È accaduto e accade anche con l’intelligenza artificiale: non basta usarla per un’immagine in stile Miyazaki o per chiedere la strada per Roma per concludere che abbia generato produttività. Con gli umanoidi sarà lo stesso: dovremo trovare i casi d’uso che hanno senso».
Morgan Stanley stima che negli Stati Uniti gli umanoidi potrebbero svolgere nel 2030 un volume di lavoro equivalente a circa 40 mila addetti; nel 2040 la cifra salirebbe a 8,4 milioni, nel 2045 a 26,7 milioni e nel 2050 a 62,7 milioni. La banca ipotizza circa 8 milioni di umanoidi operativi negli Stati Uniti nel 2040 e 63 milioni dieci anni dopo. La curva, però, resta quasi piatta fino al prossimo decennio e accelera dopo il 2035, quando dovrebbero convergere minori costi, migliori capacità di percezione e movimento, e una maggiore convenienza economica rispetto al lavoro umano, alle carenze di personale e all’automazione tradizionale.
«Le previsioni al 2050 vanno maneggiate con cautela: lasciano il tempo che trovano», osserva Taisch. «Nessuno, nel 2050, andrà davvero a verificare una stima fatta venticinque anni prima. Sono però utili se aiutano a vedere la direzione: non stiamo parlando di un giocattolo, ma di una tecnologia che può incidere sull’organizzazione industriale».
Morgan Stanley stima che il 75% delle professioni statunitensi contenga almeno alcune attività potenzialmente svolgibili da un umanoide. L’impatto equivalente riguarderebbe il 40% degli occupati — 62,7 milioni di persone — e una massa salariale di circa 3 trilioni di dollari annui. Sono valori di “optionalità” tecnica ed economica, non una previsione di 62,7 milioni di disoccupati. Le attività più esposte si trovano nel lavoro fisico: costruzioni ed estrazione, agricoltura, pesca e silvicoltura, manifattura, trasporti, magazzini e logistica. Nel modello, fino al 70% delle occupazioni in costruzioni ed estrazione e il 67% di quelle agricole, forestali e della pesca presenta una forte potenziale “optionalità” umanoide.
Nel modello globale aggiornato al 2025, Morgan Stanley stima un mercato da circa 5 trilioni di dollari entro il 2050 e oltre un miliardo di unità installate. Circa 930 milioni sarebbero impiegati in attività industriali e commerciali semplici, ripetitive e strutturate; gli umanoidi domestici resterebbero minoritari, con circa 80 milioni di unità.
Non tutti i robot
Per non confondere proiezioni e mercato reale, occorre distinguere la robotica industriale tradizionale, i robot di servizio professionali e gli umanoidi. Nel 2024 sono stati installati nel mondo 542.076 robot industriali, più del doppio rispetto a dieci anni prima. È stato il quarto anno consecutivo sopra le 500 mila unità annue. L’Asia ha assorbito il 74% delle nuove installazioni, l’Europa il 16% e le Americhe il 9%. La base mondiale di robot industriali operativi è salita a 4,664 milioni di unità, il 9% in più rispetto all’anno precedente.
Nel 2024 sono stati venduti quasi 200 mila robot di servizio professionali, il 9% in più rispetto al 2023, soprattutto per logistica, medicina e pulizia. Un robot chirurgico, un veicolo autonomo di magazzino e un umanoide generalista risolvono problemi diversi e hanno costi, capacità e livelli di autonomia differenti.
L’umanoide può avere un vantaggio dove l’ambiente è pensato per le persone e cambia troppo spesso per giustificare un’automazione dedicata: può usare utensili esistenti, operare in postazioni costruite per addetti umani e adattarsi a compiti diversi. Ma non è automaticamente la soluzione più efficiente. Il suo concorrente può essere un braccio robotico, un nastro trasportatore, un carrello autonomo, un sistema di visione o una postazione progettata meglio.
«In fabbrica non servono necessariamente macchine che assomiglino agli esseri umani», osserva Taisch. «La forma antropomorfa ha senso quando bisogna interagire con ambienti e strumenti progettati per le persone, ma in molte applicazioni possono essere più efficaci soluzioni con ruote o basi mobili, più stabili e semplici. C’è molto immaginario di fantascienza e molto marketing nell’umanoide bipede; il paradosso è che, se cambierà forma per diventare più utile, continueremo forse a chiamarlo umanoide perché il termine è ormai entrato nel racconto».
Lavoro e politica industriale
L’interesse per gli umanoidi cresce in manifattura e sanità anche perché molte imprese non trovano addetti per compiti essenziali, turni gravosi e mansioni fisicamente logoranti. In questi casi il robot può coprire una posizione vacante, evitare di ridurre la capacità produttiva o affiancare lavoratori anziani, come nel caso Mitsubishi.
La distinzione è decisiva: sostituire un lavoratore e compensare una carenza di manodopera non producono gli stessi effetti sociali. In un’economia con disoccupazione elevata, salari fermi e poca formazione, l’automazione può amplificare l’esclusione. In un Paese con pochi lavoratori disponibili, può difendere produzione, servizi e continuità operativa.
Taisch richiama anche il tema dell’accettazione. «Ci sarà una reazione più forte di quella vista con altre tecnologie, proprio perché l’umanoide è riconoscibile. La paura del “ci rubano il posto di lavoro” non è un dettaglio di comunicazione: riguarda relazioni industriali, consenso e organizzazione del lavoro. Non bisogna trattarla come una resistenza irrazionale, ma affrontarla con trasparenza su quali mansioni vengono automatizzate, che cosa accade alle persone e quali nuove competenze servono».
Il World Economic Forum stima che tra 2025 e 2030 la trasformazione tecnologica riguarderà l’equivalente del 22% dell’occupazione attuale. Le imprese prevedono 170 milioni di nuovi posti e 92 milioni di posti dislocati, per un saldo netto positivo di 78 milioni. Ma robotica e sistemi autonomi rappresentano la tecnologia associata al maggiore saldo negativo, circa 5 milioni di posti netti.
L’Organizzazione internazionale del lavoro, riferendosi alla GenAI, conclude che l’effetto più probabile è la trasformazione dei compiti, non la scomparsa generalizzata delle professioni. L’OCSE, guardando alla robotica industriale, rileva soprattutto una ricomposizione: diminuiscono lavori elementari e parte di quelli intermedi, aumentano ruoli tecnici, professionali e ad alta qualificazione. Senza formazione, tuttavia, la transizione non è automatica.
«Ogni innovazione, quando la conosciamo davvero, finisce per trovare il proprio ruolo alla luce delle sue caratteristiche reali», sintetizza Taisch. «Negli anni Ottanta si parlava di fabbriche buie: se i robot avessero fatto tutto, non avrebbero avuto bisogno della luce. Non è andata così. Non perché i robot non siano entrati in fabbrica, ma perché abbiamo capito come usarli. Per gli umanoidi sarà lo stesso: dobbiamo ancora capire bene qual è il loro spazio e come impiegarli bene».
Prima di annunciare un umanoide al lavoro, quindi, non basterà indicarne velocità, autonomia dichiarata o costo orario nominale. Le imprese dovranno misurare le ore produttive reali per turno, al netto di ricariche, test, aggiornamenti e manutenzione; la quota di compiti completati senza teleoperazione o intervento di recupero; il numero di addetti necessari per supervisione, formazione e assistenza; il costo totale di proprietà, inclusi software, integrazione, energia, assicurazione, sicurezza e fermo impianto. E dovranno chiarire l’effetto sull’organico: licenziamenti, mancato turnover, spostamento di mansioni, riduzione degli straordinari, crescita produttiva oppure creazione di nuovi ruoli.
Fra dieci anni gli umanoidi potrebbero essere più presenti in magazzini, fabbriche, ospedali e infrastrutture. Per arrivarci, tuttavia, dovranno fare qualcosa di meno spettacolare di una corsa sui cento metri: lavorare con continuità, gestire gli imprevisti, non creare rischi e costare abbastanza poco da convenire.
«La vera catastrofe non è che gli umanoidi ci spazzino via», conclude Taisch: «la vera catastrofe può essere economica, per i Paesi che non riusciranno a seguire l’evoluzione tecnologica. Per l’Italia il rischio è restare schiacciati tra chi sviluppa queste tecnologie e chi le adotta rapidamente. Le imprese devono approfittarne e sperimentare; alla politica spetta rendere l’adozione possibile, con incentivi, aggiornamento delle misure esistenti e strumenti capaci di accompagnare l’evoluzione tecnologica».
















