I libri tornano nelle aule svedesi. La notizia di qualche mese fa ha fatto scalpore. Le scuole svedesi hanno deciso di recuperare una parte dei metodi di apprendimento più tradizionali – come ad esempio lo studio su libri cartacei – dopo aver constatato un calo generalizzato dei livelli di lettura durante l’uso di iPad e computer portatili.
Alcuni insegnanti hanno riferito che sempre più spesso sono gli stessi studenti a chiedere i libri, sostenendo di imparare più rapidamente e di memorizzare meglio le informazioni rispetto a quanto accade tramite i device digitali.
Non si tratta ovviamente di un divieto totale all’uso del digitale in classe, ma il Governo svedese ha iniziato a spendere risorse per acquistare in forma cartacea libri sia di testo che da consultazione, da conservare nelle biblioteche didattiche, che ritornano a prendere vita.
Questa iniziativa non è rimasta un caso isolato ma ha iniziato a risuonare in diverse parti del mondo.
Cosa significa? Un ritorno alla tradizione, un’ammissione dell’inefficacia delle nuove tecnologie nell’ambito educativo?
È troppo presto per dirlo, ma sicuramente si tratta di investigare nuove forme di ibridazione fra il metodo tradizionale e le nuove forme di apprendimento offerte dal digitale
Va subito detto che spesso l’applicazione del digitale nell’apprendimento non è sempre trasformata in eLearning – apprendimento mediato dal digitale – ma in varie forme di eTeaching, e cioè di modalità per supportare l’insegnante nella sua attività di insegnamento. E questo è stato sicuramente un grande limite.
È interessante il fatto che sia proprio la Svezia a guidare questa rivoluzione educativa. Gli standard di lettura della Svezia, che nel 2000 erano tra i migliori in Europa, hanno iniziato a calare. Nel 2012, dopo un lungo periodo di peggioramento, i punteggi Pisa — un test eseguito in tutto il mondo per misurare le competenze in lettura, matematica e scienze tra i quindicenni — hanno toccato il loro punto più basso. Ora, su richiesta popolare, i libri sono tornati in classe e le cose stanno migliorando di nuovo. Lo Stato svedese ha anche lanciato una sfida nazionale di lettura per i bambini di dieci anni e le classi che leggono più libri vincono dei premi.
Non possiamo però dire di leggere con profitto se non facciamo nostro e riutilizziamo in modo creativo quanto letto; la chiave è dunque il riutilizzo, che richiede innanzitutto un contesto. Osserva il retore e teologo medievale Petrus Cantor: «Nessuna verità può essere veramente capita e predicata con ardore se prima non sia stata masticata dai denti della disputa». Inoltre, non è sufficiente ricordare nella nostra testa evocando pensieri; vanno resi concreti e con una specifica forma. Nota Edgar Allan Poe: «il pensiero è reso logico dallo sforzo (scritto) che tende all’espressione». Ci ricorda, inoltre, Kant, nella sua Antropologia Pragmatica che «sappiamo solo ciò che conserviamo nella memoria» … non necessariamente ciò che abbiamo letto o studiato. Ciò che testimonia il nostro sapere non sono i nostri diplomi di studio o la nostra libreria, ma la vivacità e abilità e rendimento della nostra memoria.
Rimettere a scrivere e discutere quanto ci sembra di aver capito questo è il fondamento della formazione gli input possono arrivare anche in digitale, ma il punto fondamentale è la nostra capacità di assimilazione e riutilizzo.
È infatti doveroso ricordare che ogni rivoluzione tecnologica attiva paure per la novità; una delle prime (e più famose) testimonianze di questo fenomeno ci viene dal Fedro di Platone, che considera il prodotto della lettura una forma artificiale e poco utile di conoscenza rispetto a quanto imparato a memoria: «[…] fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei […] questa è la cosa strana delle cose scritte … sembra che ti parlino come se fossero intelligenti, eppure se chiedi loro qualcosa su ciò che ti dicono, per desiderio che ti istruiscano di più, continuano a ripetere sempre la stessa cosa».
D’altra parte, però, il digitale peggiora il processo stesso della lettura, non solo per le distrazioni ma anche per i meccanismi cognitivi che attiva. Come osserva la neuroscienzata Maryanne Wolf, nel nostro cervello si trovano dei neuroni “rallentanti” la cui sola funzione è posticipare di pochi millesimi di secondo la trasmissione neuronale da altre cellule nervose. Istanti preziosi, perché introducono sequenza e ordine nel nostro apprendimento della realtà, permettendoci di progettare e sincronizzare. Il segreto che sta al cuore della lettura è il tempo che offre al cervello per pensare e concepire pensieri più profondi di prima (cfr Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge).
È proprio questo piccolo ritardo mentre leggiamo un libro, che permette la creazione di una visione d’insieme, la riflessività e il collegamento dell’elemento appena letto con quanto già sappiamo. E ciò è possibile grazie all’unione di più sinapsi in una vera e propria trama associativa, che non solo rafforza il senso e il valore di quanto appena letto, ma irrobustisce anche il ricordo aumentando il numero di legami tramite cui l’elemento è recuperabile. In un mondo di simultaneità totale questo piccolissimo e poco appariscente interruttore del ritardo rischia di sovraccaricarsi e bruciare come un fusibile, riducendo le nostre facoltà cognitive. Potremmo dire che il cervello che legge col “giusto ritardo” ha, quasi letteralmente, più tempo per pensare. Leggere, infatti, non è solo un atto tecnico, né solo un processo mentale, ma un vero e proprio “progetto di costruzione del cervello”. La ricerca scientifica ha dimostrato come regioni del cervello che in realtà sono progettate per compiti del tutto diversi – per esempio la vista, l’udito o anche l’olfatto – durante la crescita del giovane lettore cominciano a connettersi tra loro in modo nuovo. Così il cervello, in un certo senso, supera i propri limiti.
Oltretutto è proprio la lettura che caratterizza il lifelong learning. È un’attitudine che ci accompagna per tutta la vita e nutre la nostra voglia di sapere anche quando siamo lontani dai banchi di scuola, dalle aule didattiche o dagli schermi delle piattaforme digitali di apprendimento.
In una memorabile intervista organizzata dalla redazione di «Harvard Business Review», il celebre critico letterario Harold Bloom ha spiegato ai manager l’importanza di leggere, soprattutto i classici: «Tutto ciò che potremmo voler conoscere di noi stessi lo possiamo trovare in Shakespeare. Ha inventato così brillantemente se stesso da poter inventare tutti noi. È al tempo stesso il migliore, il più originale e il più espressivo scrittore cognitivo ed estetico che sia mai esistito, in qualunque lingua. Ma è anche un intrattenitore. Si preoccupa costantemente di portare avanti la trama. Trovo che leggere Shakespeare sia come ascoltare involontariamente se stessi, il che, detto per inciso, è molto diverso da ascoltare la propria voce». (A Reading List for Bill Gates – and You. A Conversation with Literary Critic Harold Bloom)
Solo la letteratura, la grande letteratura che è di fatto storia di donne e uomini, può arricchire e integrare la nostra conoscenza sul campo degli esseri umani (e di noi stessi). E i manager, ricorda Bloom, sono innanzitutto gestori di uomini. Leggere i classici ci può, infine, proteggere dal tatticismo della quotidianità e darci uno sguardo più lungo, soprattutto in tempi di cambiamento, facendoci alzare la testa. Ma i suggerimenti devono sempre essere riletti alla luce della contemporaneità, altrimenti è solo una fuga, un passatempo. Per questi motivi è prezioso il suggerimento di Italo Calvino in Perché leggere i classici: «Per poter leggere i classici si deve pur stabilire “da dove” li stai leggendo, altrimenti sia il libro sia il lettore si perdono in una nuvola senza tempo. Ecco, dunque, che il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d’attualità».
















