La robotica umanoide ha ampiamente superato la fase di sperimentazione e si sta affacciando con decisione sul mondo dell’industria e della vita reale. Le aziende hanno iniziato a guardarla con un approccio più maturo e pragmatico: si è progressivamente ridotto l’interesse per la sola dimostrazione tecnologica, così come la lettura del progresso della robotica come inesorabile sostituzione del lavoro umano. Oggi l’attenzione è rivolta soprattutto a capire dove questa innovazione possa essere applicata, come possa inserirsi nei processi esistenti e quale valore possa creare per le persone e per l’organizzazione del lavoro.

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Nelle fabbriche esistono ancora attività ripetitive, gravose o rischiose, così come mansioni per le quali trovare personale è diventato sempre più difficile. È da esigenze concrete come queste che deriva una parte crescente della domanda di automazione avanzata. Quando una tecnologia entra stabilmente nei processi produttivi, però, il confronto diventa inevitabilmente più ampio e coinvolge aspetti altrettanto concreti: affidabilità, sicurezza e responsabilità.

È proprio su questi aspetti che, negli ultimi anni, abbiamo incentrato il nostro lavoro. L’esperienza sul campo ci ha insegnato a porci una domanda che viene ancora prima della tecnologia: quale ruolo vogliamo affidare a queste macchine e, soprattutto, quale vogliamo continuare ad affidare alle persone?

A mio avviso, è qui che si manifesta il valore della robotica collaborativa. La macchina può farsi carico di una parte del lavoro più standardizzato e fisicamente oneroso, mentre alle persone devono restare le attività in cui esperienza, giudizio, capacità di relazione e gestione dell’imprevisto fanno davvero la differenza. È un equilibrio che riguarda insieme produttività, qualità del lavoro e responsabilità.

Quando abbiamo sviluppato RoBee, abbiamo scelto fin dall’inizio di lavorare su una macchina capace di inserirsi negli ambienti esistenti, condividere gli spazi con le persone e operare secondo criteri di sicurezza, senza chiedere a quei luoghi di essere ripensati intorno al robot. Questo percorso, che ci ha portato ad ottenere la certificazione per l’impiego in fabbrica, ci ha mostrato come l’innovazione entra davvero nei processi industriali, attraverso regole chiare e verificabili, compatibili con il funzionamento reale dei processi produttivi. 

La certezza delle regole è quindi il comune denominatore di tutti gli attori coinvolti: chi sviluppa la tecnologia, chi sceglie di adottarla e le istituzioni chiamate a definire il quadro entro cui queste soluzioni possono essere impiegate. È anche per questo che seguiamo molto da vicino il confronto europeo sulla robotica basata sull’intelligenza artificiale e sulla Physical AI, al quale siamo direttamente chiamati a contribuire come operatori del settore. Il fatto che il tema sia arrivato anche al Parlamento europeo è un segnale importante: indica che le istituzioni stanno riconoscendo sempre più chiaramente la dimensione industriale e strategica della robotica, oltre a quella strettamente tecnologica.

In questo senso, una proposta come lo European AI-based Robotics Act può rappresentare un’opportunità, se saprà creare condizioni favorevoli allo sviluppo, alla sperimentazione e all’adozione delle tecnologie europee. L’Europa dispone già di competenze scientifiche, industriali e manifatturiere di grande valore. Il tema, oggi, è trasformarle in capacità industriale e di mercato, evitando che i tempi della regolamentazione si allontanino troppo da quelli con cui si muovono la tecnologia e le imprese.

Per questo credo sia essenziale che il confronto resti aperto e continuo tra imprese, ricerca e istituzioni. Ognuno di questi mondi osserva la trasformazione da un punto di vista diverso, e proprio da questa pluralità può nascere un quadro più aderente alla realtà.

Ridurre la distanza tra sviluppo tecnologico, sperimentazione e adozione significa anche mettere chi innova e chi utilizza queste soluzioni nelle condizioni di muoversi con maggiore chiarezza e responsabilità all’interno di un mercato che, del resto, esiste già.

Le aziende hanno esigenze concrete e spesso urgenti alle quali queste tecnologie possono dare una risposta. L’Europa ha competenze, capacità industriale e un patrimonio manifatturiero che le consentono di giocare un ruolo da protagonista: occorre creare, e assicurare, le condizioni perché sviluppo, certificazione e adozione possano procedere con tempi compatibili con quelli del mercato.