NAIDOO NAVANETHEM NAVI PILLAY EX GIUDICE DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE E ALTA COMMISSARIA DELLE NAZIONI UNITE PER I DIRITTI UMANI VINCITRICE DEL PREMIO NOBEL 2026 PER LA PACE

Nella mattina di Oslo in cui il Comitato norvegese per il Nobel ha rotto il silenzio, il nome che è uscito dalla busta non era tra quelli che gli osservatori avevano messo in cima alle loro previsioni. Il Premio per la Pace 2026 è andato a Navanethem “Navi” Pillay, giurista sudafricana di origine tamil-indiana, nata a Durban nel 1941, in pieno regime di apartheid. La motivazione parla di una “ferma bussola morale” e di una costante adesione ai principi fondamentali della giustizia, e attribuisce alla vincitrice un ruolo decisivo nel garantire che crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio vengano perseguiti. Il comitato ha scelto una persona che, con “coraggio eccezionale e integrità”, ha aperto la strada verso un ordine giuridico globale più completo. Alla vigilia, tuttavia, l’attenzione di molti esperti si concentrava altrove, su una rosa di candidati che sembrava promettere un verdetto più prudente.

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Il peso di un premio da 12 milioni di corone

Il riconoscimento vale quest’anno 12 milioni di corone svedesi (circa 1,2 milioni di dollari e 1,08 milioni di euro), una cifra che resta il simbolo materiale di un premio nato dalla volontà di un industriale. Alfred Nobel (1833-1896), inventore della dinamite, dispose nel testamento che i premi andassero a chi, nell’anno precedente, avesse apportato il maggior beneficio all’umanità. La pace è la quinta e ultima disciplina citata nel documento, e Nobel non lasciò alcuna spiegazione sul perché la sua assegnazione dovesse spettare a un comitato norvegese, mentre le altre quattro categorie sono affidate a commissioni svedesi. Il denaro, in realtà, è la parte meno rilevante del valore del Nobel per la Pace: ciò che conta è la capacità di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica, dei governi e delle istituzioni. Il tempo del premio è già scandito: i vincitori di medicina, fisica, chimica e letteratura erano stati annunciati nei giorni scorsi, lunedì la stagione si chiuderà con il premio della Sveriges Riksbank per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel, e il 10 dicembre, anniversario della morte di Nobel, tutte le onorificenze saranno consegnate.

I 287 candidati e i grandi sconfitti

Il comitato ha lavorato su 287 candidature, di cui 208 persone e 79 organizzazioni, un numero nettamente inferiore a quello dello scorso anno, quando le proposte erano state 338. In un campo così ampio, molti analisti ritenevano che l’istituzione norvegese avrebbe potuto orientarsi verso una scelta meno divisiva, premiando le organizzazioni umanitarie. Tra le realtà indicate come possibili vincitrici figuravano i gruppi per i diritti dell’infanzia come Save the Children e le Emergency Response Rooms del Sudan, una rete locale di volontari che dallo scoppio della guerra civile nel Paese garantisce cibo, assistenza medica e rifugi temporanei a chi fugge dai combattimenti. Entrambe sono rimaste fuori. Pillay, il cui nome non compariva tra i favoriti, ha superato realtà che avrebbero rappresentato un riconoscimento al lavoro silenzioso sul campo, più che a un percorso giudiziario e istituzionale.

Dalla difesa di Mandela alle Nazioni Unite

La biografia della vincitrice attraversa alcuni dei passaggi più delicati della giustizia contemporanea. Avvocata e pioniera nel diritto, ha dedicato la propria attività alla difesa di chi subiva discriminazioni e alla promozione dell’uguaglianza davanti alla legge. Tra le prime tappe figura la difesa di Nelson Mandela e di altri oppositori dell’apartheid, un’esperienza che ha segnato il suo impegno nelle istituzioni giudiziarie nazionali e internazionali. È stata la prima donna nera a diventare giudice dell’Alta Corte sudafricana, ha prestato servizio nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda, di cui è stata presidente, ed è stata Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. È stata inoltre giudice ad hoc della Corte internazionale di giustizia nel procedimento avviato dal Gambia contro il Myanmar per presunte violazioni della Convenzione sul genocidio, in relazione alle persecuzioni della minoranza rohingya.

La commissione sui Territori palestinesi e la lettura politica

Se la carriera di Pillay è ampiamente riconosciuta, è l’ultimo capitolo a rendere il Nobel un caso politico. Fino a tempi recenti la giurista ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele, organismo incaricato di indagare sulle violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. Il rapporto fu pubblicato due anni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e attribuiva la responsabilità delle violazioni alle autorità israeliane e al premier Benjamin Netanyahu. Nel 2025 Pillay accusò Israele di aver commesso un genocidio a Gaza, con l’intento, disse, di “distruggere i palestinesi”. Per questo chi guarda al premio con scetticismo lo legge come una presa di posizione netta, tutt’altro che neutrale, mentre il comitato sottolinea la coerenza di una vita spesa a difesa del diritto internazionale, a prescindere da chi ne sia chiamato a rispondere.

Un comitato che non ama le scelte quiete

Il verdetto di quest’anno arriva dopo un 2025 che aveva già alimentato il dibattito: il premio era andato alla leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado, che lo aveva dedicato al presidente americano Donald Trump e gli aveva poi consegnato la propria medaglia. Il regolamento, però, stabilisce che il premio in sé non può essere trasferito a un’altra persona. Con Pillay il comitato sembra aver scelto la strada opposta a quella della prudenza: non un gruppo umanitario, non una figura simbolica lontana dalle fratture del presente, ma una magistrata la cui credibilità poggia su decenni di tribunali e il cui ultimo incarico tocca uno dei dossier più incandescenti del momento.