Dovrebbe decidersi domani se la guerra tra Webuild e i suoi azionisti di risparmio, combattuta finora a colpi di carte bollate, possa chiudersi con una transazione. Sul destino delle quattro cause che la società ha intentato contro la categoria è chiamata a pronunciarsi l’assemblea speciale convocata per lunedì 12 ottobre. Ma alla vigilia del voto sul tavolo non c’è una proposta concreta, e il clima resta quello di una guerra di posizione: incontri negati, ricorsi in tribunale, persino la richiesta al giudice di oscurare il sito con cui i risparmisti comunicano tra loro. Il paradosso è evidente. Le azioni di risparmio sono una specie in via di estinzione a Piazza Affari: negli ultimi vent’anni almeno quattordici società quotate le hanno convertite o eliminate, da Fiat a UniCredit, da Intesa Sanpaolo a Buzzi, fino a TIM, che le ha cancellate lo scorso maggio. Webuild invece le mantiene, e le sue risparmio quotano oggi oltre quattro volte le ordinarie grazie a un dividendo generoso. Ne abbiamo parlato con Stella D’Atri, rappresentante comune degli azionisti di risparmio.

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Quanti sono gli azionisti di risparmio di Webuild e cosa chiedono alla Società?

Trattandosi di azioni al portatore, non è possibile stabilire con precisione il numero dei titolari. Le azioni di risparmio rappresentano comunque una frazione ridotta rispetto all’elevato numero di azioni ordinarie emesse dalla Società. I soci attivi, quelli che partecipano regolarmente alle assemblee e che insieme detengono circa il 45% del capitale della categoria, sono una decina.

Le loro richieste sono sempre state improntate a tre esigenze: maggiore trasparenza sui risultati societari; chiarezza sul valore delle azioni di risparmio, il cui valore nominale dai comunicati della Società risulta diverso e superiore rispetto a quello delle azioni ordinarie; maggiore visibilità sulla capacità della Società di generare utili e distribuire dividendi nel medio periodo, oltre a chiarimenti su alcuni aspetti del business e della rappresentazione di bilancio. In sintesi, chiedono la possibilità di vedere un ritorno positivo sul proprio investimento.

Come ha risposto finora Webuild e in che modo si è opposta alle richieste dei risparmisti?

La Società, evidentemente non abituata alla presenza di soci non di controllo attivi, ha adottato un approccio a nostro avviso poco dialettico. In più occasioni ha respinto le richieste di incontro tra il rappresentante comune e i vertici aziendali, che avrebbero potuto fornire informazioni e chiarimenti sull’andamento del business. Ha inoltre promosso procedimenti giudiziari contro la categoria, contestando delibere assunte su materie che la legge riserva alla competenza dell’assemblea speciale. In molti casi si trattava di obiezioni che avrebbero potuto essere risolte con il confronto diretto, evitando costi legali rilevanti. La società ha persino contestato il diritto di parola ed espressione della categoria, chiedendo al giudice l’interdizione del sito dedicato.

Quali principi giuridici e prassi di mercato sostengono le richieste dei risparmisti?

L’art. 146 del TUF attribuisce agli azionisti di risparmio la facoltà di organizzarsi autonomamente per la tutela dei propri interessi e individua le materie di competenza della loro assemblea, tra cui la nomina del rappresentante comune e la costituzione di un fondo per le spese di tutela. La richiesta dei soci è dunque lineare: poter deliberare nelle materie previste dalla legge e utilizzare il Fondo, che la Società si limita ad anticipare a valere sui dividendi spettanti alla categoria, secondo le modalità ritenute più idonee a tutelare i propri interessi, senza interferenze o valutazioni di merito da parte della Società. Webuild, al contrario, ritiene di poter stabilire quali siano gli interessi dei soci di risparmio e in che misura possano essere sostenuti i relativi costi, in contrasto con il dettato normativo.

A che punto sono i profili giudiziari della vicenda?

Sono pendenti ben quattro cause, tutte promosse da Webuild contro la categoria, anche se in più occasioni è stata la stessa Società a promuovere il rinvio delle udienze. Ad oggi, tuttavia, non ha avanzato proposte concrete né fornito osservazioni da sottoporre ai soci in occasione dell’assemblea di lunedì 12 ottobre chiamata a deliberare su una possibile transazione dei procedimenti in corso. Resta la richiesta di poter controllare l’operato della categoria tramite l’adozione di un “protocollo” bavaglio, che a noi risulta inaccettabile.

Le azioni di risparmio sembrano però fuori moda: ad esempio, persino TIM le ha eliminate…

In effetti oggi esiste una più ampia possibilità di emissione di titoli con diritti diversi e le azioni di risparmio quotate sono oramai pochissime (ad es. Edison e Danieli). Negli ultimi vent’anni almeno 14 società le hanno eliminate. Nel caso TIM avrebbero creato un problema per la successiva fusione con Poste. Nel caso Webuild creano anche confusione sul mercato, avendo una quotazione molto superiore: oggi 4,5 volte, giustificata dal copioso dividendo.

Cosa le sembra positivo nel mantenere tale categoria di titoli?

La possibilità di avere un gruppo di investitori retail organizzati e che possono apportare idee, anche critiche, tramite un rappresentante ufficiale. Ovviamente, tale beneficio deve essere compreso da un management moderno e da imprenditori illuminati.