PIERPAOLO SILERI

Ci tiene a definirsi un chirurgo prestato “pro tempore” alla politica e si professa “felice” all’idea di tornare un giorno in sala operatoria. in effetti, Pierpaolo Sileri – 49 anni, romano, eletto in senato per la prima volta nel 2018 in quota M5S – del politico di professione ha davvero poco. Di certo non la tendenza a rifugiarsi nel “politichese” per sfuggire alle responsabilità, come tanti suoi colleghi. Lui, da uomo di governo, in questi due anni di pandemia, ci ha sempre messo la faccia.

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Viceministro alla Salute prima con Conte, sottosegretario oggi con Draghi. Due governi diversi, stesso ministro, Roberto Speranza. Trovi le differenze.

Nell’impegno a contrastare l’emergenza sanitaria non c’è stata soluzione di continuità. Se vi sono state differenze, sono unicamente relative alle diverse fasi della pandemia che i due governi si sono trovati ad affrontare. Aver mantenuto stabilità dell’azione di governo, almeno nell’ambito del Ministero della Salute, è stato sicuramente positivo per non rischiare di incorrere in battute d’arresto nella strategia di contrasto al virus.

La trasferta a Wuhan a febbraio 2020. Il Covid. L’approccio iniziale da “tecnico”. Le minacce subite. Poi le prese di posizione plateali contro i no-vax di questi mesi. Quanto l’ha cambiato la pandemia?

Penso abbia impartito grandi lezioni a tutti. La prima cosa che abbiamo imparato è che tutto ciò che fino a due anni fa poteva apparire scontato nello scorrere delle nostre vite – lavoro, scuola, vacanze, viaggi – non lo era. In questi anni ho cercato di portare la mia competenza di tecnico della sanità per contribuire ad orientare le scelte di salute pubblica, con l’obiettivo di preservare e migliorare un sistema sanitario che, forse non lo ricordiamo mai abbastanza, è uno dei più importanti patrimoni che le generazioni precedenti ci hanno lasciato. E che forse da oggi non daremo più per scontato

Ora sono due anni esatti dallo scoppio della pandemia. I libri di storia in futuro scriveranno di “un prima” e un “dopo Covid”…

La pandemia è certamente un evento epocale, ad ogni livello: una tragedia collettiva che ci ha fatto riscoprire, purtroppo al costo di tante morti, valori di civismo e di coesione sociale che pensavamo da tempo sopiti. La risposta degli italiani alla pandemia, prima con la disciplinata adesione al lockdown ed alle misure di contenimento, poi con il successo della campagna vaccinale, ci ha confermato che la nostra comunità si riconosce profondamente nei valori di solidarietà e giustizia che animano la nostra Costituzione. Da chirurgo prestato “pro tempore” alla politica, penso che la pandemia ci abbia fatto riscoprire l’importanza del senso di responsabilità e di bene comune attorno a cui la politica, quella alta, quella che ascolta le domande, riconosce le difficoltà e trova la migliore sintesi possibile, sa ricompattarsi. La pandemia ha anche riacceso un faro sul ruolo della ricerca clinica, sul valore della comunità scientifica e della collaborazione internazionale, nonché sulla necessità di tornare a investire sulla salute pubblica partendo dalla prevenzione e dalla prossimità dell’assistenza.

A proposito di comunità scientifica, come giudica l’atteggiamento dei virologi sui media? Si poteva fare meglio?

Be’ forse c’è stato un eccesso di presenza mediatica, frutto però di una domanda pressante di informazione che ha generato una discreta “infodemia”, come è stato evidenziato. Spesso, inoltre, la voce degli esperti si è dovuta imporre prepotentemente su quella di personaggi di dubbia credibilità che proponevano teorie strampalate e ai quali sono convinto che non si doveva attribuire così tanta attenzione. Tuttavia, penso che i cittadini abbiano avuto la possibilità, grazie al sistema informativo nel suo complesso e alle fonti autorevoli, di farsi una idea corretta della situazione e di poter assumere decisioni informate: sulle misure di distanziamento, per esempio, o sulla vaccinazione.

In che fase dell’emergenza ci troviamo?

In una fase di transizione, fuori dal picco acuto della pandemia. La variante dominante, Omicron, è altamente trasmissiva ma sembra causare meno casi sintomatici, grazie anche all’elevata copertura vaccinale della popolazione: siamo ormai oltre il 90% della popolazione vaccinata con doppia dose e i due terzi hanno fatto anche la dose di richiamo. Non è ancora il momento di abbassare la guardia, ma possiamo guardare con fiducia ad un futuro ormai non così lontano nel quale il Covid-19 sarà gestibile in modalità ordinaria, come oggi avviene per altre affezioni respiratorie stagionali, per esempio l’influenza.

Lei sostiene che il green pass deve continuare ad esserci. Ma delle accuse di attentato ai diritti della persona che dice? Qualche discriminazione in effetti c’è…

Al contrario, io credo che il green pass abbia evitato chiusure, ed è stata una misura che nel secondo semestre 2021 ha contribuito a tenerci largamente al riparo dall’ondata della variante Delta che ha colpito duramente altre nazioni come Germania e Regno Unito. In una fase nella quale, per l’elevata circolazione del virus, alcune attività o servizi risultavano a rischio di causare un aumento dei contagi, si è richiesto il requisito della vaccinazione o della negatività al tampone, allo stesso modo in cui per poter guidare l’automobile si richiede la patente, ovvero un “pass” che attesta la conoscenza delle regole del codice della strada e l’aver svolto lezioni di guida: non è una garanzia assoluta che non si causeranno incidenti, ma di certo li riduce notevolmente. E così il green pass non azzera il rischio che ci si possa infettare e trasmettere il virus andando al ristorante o allo stadio, ma lo riduce notevolmente e consente lo svolgimento di queste attività con un accettabile grado di sicurezza.

E i vaccini? Sono il nuovo soft power?

Sono lo strumento che ci sta consentendo di superare l’emergenza pandemica, e tale devono rimanere: un’arma da usare contro il virus e non come leva geopolitica. Ma dalla pandemia o se ne esce tutti o ci rimaniamo tutti dentro: ecco perché occorre fare di più per raggiungere l’obiettivo fissato dall’Oms, il 70% della popolazione mondiale vaccinata entro il 30 giugno. Aggiungerei anche che la gestione centralizzata europea degli acquisti dei vaccini e dei farmaci antivirali, insieme alla messa in campo del programma Next Generation Eu, ha rivitalizzato e dato nuovo slancio al processo di integrazione europea: anche questo è un patrimonio positivo che ci rimane dopo la tragedia di questi due anni.

Il Pnrr però ha destinato alla salute meno soldi rispetto a tutte le altre missioni…

In questi anni siamo riusciti ad invertire il trend di sottofinanziamento della Sanità. Nel 2019 la dotazione complessiva del Ssn ammontava a 114 miliardi: la legge di bilancio 2022 ha elevato questa dotazione a 124 mld, con un ulteriore incremento a 126 nel 2023 e a 128 nel 2024. Indietro non si torna. Per quanto riguarda il Pnrr, non starei a guardare quanti soldi sono stati dati alla sanità piuttosto che ad altri pilastri. Oggi i soldi ci sono, e la nostra priorità deve essere quella di spenderli bene, per lasciare ai nostri figli una sanità migliore di quella che abbiamo ricevuto dai nostri genitori.

Usciremo mai del tutto dalla pandemia?

Questo è certo, ce lo insegna la storia. Il Covid entrerà nei libri di medicina e la pandemia volgerà presto verso l’endemia: dall’emergenza passeremo alla convivenza.