GIANGIACOMO PIERINI, VICE PRESIDENTE ASSOBIBE

«La politica tratta complesse tematiche industriali come se fosse un dibattito su Facebook rispetto all’ultima serie televisiva». A Giangiacomo Pierini, il presidente di Assobibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche, il terzo rinvio della Sugar Tax ha lasciato l’amaro in bocca. A lui e a quell’ottantina di aziende che, col suo centinaio di stabilimenti distribuiti su e giù per lo Stivale, anche grazie all’indotto (distributori e commercianti), contribuiscono al Pil con quasi 5 miliardi di euro. «Rinviarla significa confermarla e chi fa impresa sa che da qui a qualche mese dovrà mettere in piedi tutta la burocrazia che servirà a tracciare zucchero e dolcificanti», sottolinea.

Pure i dolcificanti?

Certo: la nuova tassa si applicherà a qualsiasi sostanza edulcorante, anche senza calorie, non solo allo zucchero: introduce nell’ordinamento un precedente e penalizza gli alimenti solo per il loro gusto. E senza tener conto che già in seguito ai vari protocolli che abbiamo siglato con il Ministero della Salute lo zucchero immesso al consumo negli ultimi dieci anni è stato ridotto del 27% e calerà di un ulteriore 10% entro fine 2022 senza bisogno di nuove tasse. Al Ministero dell’Economia e delle Finanze hanno fatto male i conti.

In che senso?

Nel senso che raccatteranno poco. L’Italia è il Paese in Europa con più basso consumo pro capite di bibite gassate: 51 litri l’anno contro una media di 94,5, e continua a diminuire. In più, il nostro è un settore piccolo, in calo da anni – nel primo anno di applicazione della nuova imposta è stimata una contrazione delle vendite del 17% nel canale domestico e del 9% fuori casa – composto per il 64% da Pmi. Il Mef evidentemente non ha considerato che la Sugar Tax produrrà minori entrate Iva per 104 milioni di euro, a fronte di un gettito reale modesto, di circa 100 milioni. La tassa genera un impatto negativo su tutta la filiera, con 5.050 posti di lavoro a rischio, 250 milioni di euro di minori forniture acquistate, 180 milioni di fatturato in meno, un calo del 12% degli investimenti in Italia e una contrazione del 16% dei consumi. Lo zucchero è trasversale a tutti gli alimenti, ma si sono accaniti sul nostro settore.

Come se lo spiega?

Non me lo spiego se non con la fretta. Nasce come tassa di scopo e poi va a tassare prodotti che lo zucchero neanche ce l’hanno e tra l’altro umilia gli investimenti in innovazione che le imprese hanno fatto negli ultimi anni. È una tassa scritta velocemente, male, senza capire alcune ovvietà che il legislatore, non facendo questo mestiere, non poteva conoscere non avendoci coinvolti. E quando poi ci ha coinvolto non ci ha ascoltati. Il rinvio ovviamente ci fa piacere, ma a livello industriale cambia poco: la prospettiva rende qualsiasi investimento e visione del futuro estremamente compromessi.

Eppure 10 centesimi al litro (o 25 nel caso di prodotti da diluire) non sembrano poi molti.

In realtà si tratta di un aumento del 28% del carico fiscale: il legislatore non capisce il meccanismo dei prezzi di sell in e di sell out: è impossibile non trasferire a valle il carico, ancor di più per le Pmi. Ed è chiaro che qualunque imposta aggiuntiva andrà ad appesantire i carrelli. Se l’intera filiera ha chiesto di cancellare questa tassa, evidentemente una domanda uno deve pur farsela…

Fosse l’unica: ci sarebbero anche quei 45 centesimi euro al chilo di materia plastica da pagare dal 2023.

Diciamolo: siamo l’unico settore che ha avuto questa doppia botta sulle proprie spalle. Nessun altro settore ha due nuove tasse. Ed è un primato del quale faremmo volentieri a meno. La plastica rappresenta il 70% dei volumi dell’industria che rappresento. Ma di plastiche ce ne sono tante…

Quindi?

La Plastic Tax penalizza chi utilizza il Pet, che è riciclabile al 100% e con meno emissioni di CO2.

Un’alternativa coerente con la direttiva contro la plastica monouso recepita recentemente, che stabilisce che entro il 2025 le bottiglie debbano contenere almeno il 25% di plastica riciclata ed entro il 2030 almeno il 30%.

Ma noi saremmo già in grado avere una bottiglia al 100% di plastica riciclata!

Perché il condizionale?

Perché vorremmo comprarlo, ma i prezzi del Pet sono schizzati a livelli mai raggiunti prima e in Italia non si trova il quantitativo che servirebbe. Siamo estremamente organizzati nella raccolta differenziata, ma non abbiamo sufficienti impianti di selezione. Non solo: alle aste vengono da tutta Europa a comprare e il Pet finisce in gran parte al settore tessile. C’è un problema di filiera, perché in Italia non c’è riciclo. Tutte le aziende pagano il contributo al Conai per le quantità immesse al consumo ed è vero che con la raccolta  differenziata in Italia siamo messi bene, ma senza aver raggiunto gli obiettivi europei.

Perché?

Perché si fa presto a dire “plastica”, ma ci sono decine di polimeri diversi: il problema è la selezione e poi quella riciclabile nel nostro settore deve essere stata utilizzata solo per uso alimentare. Per questo si parla di full grade: altrimenti è compromessa. Insomma, la legge sulla plastica monouso ci obbliga a usare prima il 25% (al 2025), poi il 30% minimo di plastica riciclata. Ma attualmente non possiamo adempiere a quest’obbligo perché mancano gli impianti di selezione. Certo, è stato introdotto il principio delle quote di riserva, alle aste, in capo a soggetti con obbligo giuridico, ma al momento è solo un principio. Ma c’è di più.

Cioè?

Nel Decreto Semplificazioni è stato introdotto l’emendamento Penna, che prevede un quantitativo minimo di materiale riutilizzabile. Oggi, oltre il vetro a rendere abbiamo il metallo a rendere dei fustini delle bevande alla spina, ma la plastica a rendere non c’è in Italia perché proprio per ridurre la quantità di polimero le bottiglie sono state rese più leggere. Per ottemperare a quest’ulteriore obbligo andrebbe cambiata tutta l’industria dei macchinari per fare bottiglie che pesino il triplo, poi andrebbe organizzata la raccolta, il lavaggio, eccetera. È un emendamento che non ha senso, contrario a qualsiasi investimento industriale e alla logica comunitaria…

Ma tanto rimanda a un regolamento ministeriale che non c’è ancora. Quanto alla Plastic Tax, siamo già al quarto rinvio…

La prima versione, quella della legge di bilancio di fine 2019, era delirante: addirittura 1 euro per ogni chilogrammo di plastica utilizzata. Poi finalmente è stato stabilito che il materiale riciclato non pagherà la tassa. Ma la vuole sapere la cosa più divertente? Fino all’anno scorso l’Italia era l’unico Paese in Europa in cui fosse vietato usare più del 50% di plastica riciclata – a stabilirlo fu il decreto 134 del 20 settembre 2013, ndr – poi si sono accorti che questo ci rendeva meno competitivi e con la Finanziaria dell’anno scorso hanno eliminato il limite.

Insomma, l’ennesima tassa di scopo per modo di dire…

Abbiamo un Ministero della Transizione Ecologica: perché non sviluppiamo a livello industriale filiere utili? C’è la possibilità di fare le cose con intelligenza: se ne possono fare tante, ma la tassa proprio non serve.