Domani prima giornata di votazione per le elezioni presidenziali 2022

Com’era largamente prevedibile, i partiti arrivano alla vigilia del voto per il Quirinale in ordine sparso.

Se il centrodestra piange, il centrosinistra non ride

Il Centrodestra, tenuto in scacco fino a ieri dallo psicodramma di un leader, Silvio Berlusconi, che è l’ombra di se stesso e parla solo con l’interposizione di una cricca di badanti, è diviso tra la linea Salvini, che ovviamente non vuole il voto anticipato e promette una rosa di candidati unitari e unificanti, e quella della Meloni, per la quale un Draghi al Colle e un voto domani mattina sarebbe una soluzione ideale. Il Centrosinistra è fibrillato tra la debolezza politica del pur perbene Enrico Letta e i gruppuscoli e, pur desiderandolo, non osano nemmeno convergere apertamente su Draghi. I Cinquestelle hanno due leader contrapposti, uno dice Draghi e l’altro dice donna, e – salvo poco eccezioni – una schiera di peones tarantolati dalla paura di perdere il seggio prima del tempo, per non ritrovarlo mai più. Neanche le cancellerie straniere riescono più a capirci una mazza. E a volte sembrano domenticare che la nostra Costituzione non lascia al Quirinale alcun potere di governo, e dunque alcun ruolo operativo. Il Covid fa il resto, con l’incognita del voto o non-voto dei positivi. Nell’insieme, un pianto.

Il clima euforico di 7 mesi fa soltanto un’illusione

Questo quadro fosco si dipinge peraltro su un semestre trascorso nell’euforia più inconsapevole. Ripensiamoci un attimo, torniamo al 12 luglio scorso, quando la Nazionale di calcio ha vinto gli europei. Avevamo contagi al minimo, si rivedevano i turisti sulle spiagge e nelle città d’arte, il Pil stava ripartendo a razzo, l’inflazione non c’era ancora, le imprese stavano ricominciando ad assumere. E il Pnrr era appena stato spedito a Bruxelles, ed accolto con lode, per quel libro dei sogni che già era ma non sembrava ancora. Sono passati 7 mesi. Lo scenario è completamente cambiato. Gravemente in peggio.

Tavares ha messo il dito nella piaga

Prima di enumerare i molti “perché” sia strutturali che congiunturali di questo peggioramento, rileggiamoci la sintesi cruda che ne ha dato pochi giorni fa Carlos Tavares, capo di Stellantis, il colosso francese dell’auto che ha fagocitato l’ex Fca. I costi di produzione negli impianti del nostro paese sono «significativamente più alti per unità assemblata, a volte il doppio, rispetto alle fabbriche di altri paesi europei, nonostante un costo del lavoro più basso». Tradotto: gli operai guadagnano meno, produrre costa di più. «Un problema particolare che la riguarda è il prezzo fuori misura dell’energia». Quasi un telegramma dal fronte per il governo in carica e per il futuro inquilino del Colle. Se i leader politici avessero un briciolo di sensibilità economica e responsabilità sociale in più, basterebbe quest’atto d’accusa da parte di un manager internazionale che ha in mano le sorti di circa 86 mila lavoratori dipendenti in Italia, per farli tornare in riga, a lavorare senza risse per raddrizzare una situazione pericolante. Ma non c’è da sperarlo.

Tra bollette, Covid e inflazione c’è poco da stare allegri

E torniamo agli altri elementi dell’aggravamento del quadro, perché quello dei costi di produzione fuori misura e della perdita di competitività dell’Italia rispetto al resto del mondo non è un fatto nuovo ma risale ormai al decennio Novanta. ll Covid non se n’è andato: è cambiato, morde di più anche se per fortuna uccide in proporzione assai meno, ma nelle città c’è un lockdown di fatto che ha imposto al governo di spendere per ulteriori sostegni alle imprese. La ripresa, non solo per conseguenza del Covid, sta frenando (Bankitalia ha ridotto a +3,8% la previsione di crescita per il 2022), il Pnrr resta largamente inattuato anche nelle parti già finanziate, la spesa corrente galoppa e continua a essere finanziata in debito a dispetto della tensione sui tassi che arriva dall’inflazione americana ai massimi dall’82 e dal caro-prezzi che flagella anche l’Europa, per quanto la Banca centrale europea non voglia ancora ammetterlo per mere ragioni politiche. In particolare, il caro-energia sarà almeno per molti mesi irreversibile, tra tensioni militari sull’Ucraina e sanzioni Ue-Russia, con l’Italia che importa il suo gas proprio da Mosca per il 30% del fabbisogno.

Mario Draghi e quell’autocandidatura che sa di autogol

In questo quadro, l’unica cosa che tiene è Draghi a Palazzo Chigi. Certo, è un Draghi zoppo e lo sarà comunque, se non salirà al Colle. La luna di miele è sfumata, dallo sciopero generale di Cgil e Uil in poi. Il suo prestigio è stato appannato dall’autocandidatura di dicembre, quando,  rispondendo alla domanda sulla sua disponibilità per il Quirinale e sottolineando di considerarsi «un nonno al servizio delle istituzioni», disse: «Fondamentale per l’azione di governo è stato il sostegno delle forze politiche. I miei destini personali non contano niente. La responsabilità è interamente nelle mani delle forze politiche, non è nelle mani di individui, sarebbe fare offesa all’Italia, che è molto di più delle persone individuali, la grandezza del Paese non è determinata da questo o quell’individuo, è determinata da un complesso di persone e di sostegno politico che permettono di andare nella direzione giusta». Una frase che tutti legittimamente interpretarono come il tentativo di smontare il vero argomento contro la sua promozione, che era – ed è – chi mai, oltre lui, potrà tenere insieme questa supermaggioranza unita unicamente dallo sputo di non voler votare prima del tempo.

Le votazioni domani iniziano dunque al buio

Domani alle 15 è stato convocato il Parlamento in seduta comune per la prima votazione. Ogni ora, ogni minuto potrebbe segnare una svolta d’opportunismo. Restano contrapposte due pretese assurde, quella del centrodestra di aver diritto divino a indicare il nuovo presidente perché “maggioranza del Paese” (forse, ma non tra i Grandi Elettori); e quella del centrosinistra, incardinata sulla posizione simmetricamente opposta, con l’aggravante che non ha un nome salvo Draghi, senza però sapere chi mettere in sua vece a Palazzo Chigi.

Mattarella-bis l’unico (ragionevole) ripiego di lusso

Una desolazione. Determinata, all’origine – spiace dirlo – dalla scelta di Mattarella di chiamarsi fuori. Diciotto mesi in più al Colle, fino al voto del 2023, con Draghi intanto confermato e corroborato a Palazzo Chigi e con la presa d’atto di un’emergenza tutt’altro che finita anzi aggravata, sarebbero stati un gesto di responsabilità. Peraltro non ancora da escludere, di fronte a un’improbabile ma non assurda convergenza plebiscitaria sul suo nome. L’unico ripiego di lusso a disposizione dei partiti.