Umberto Mazzucco

Dice un antico proverbio toscano: “Agli zoppi grucciate”. Risponde Edward Murphy che “se una cosa può andar male, lo farà”. Dunque, che si preferisca la saggezza popolare o quella più sofisticata di un ingegnere aerospaziale, sta di fatto che il mondo è di nuovo con il fiato sospeso. Perché a una pandemia che non si vedeva da almeno un secolo ha fatto seguito prima una disastrosa impennata dei prezzi delle materie prime causa scarsità delle provviste. Quindi un aumento incontrollato dei prezzi dell’energia, perché il 2021 è stato un anno molto freddo e poi molto caldo, cioè il peggio che potessimo chiedere. Infine perché una mattina di fine febbraio ci siamo svegliati con i carri armati che marciavano verso le città ucraine. Insomma, non un bel momento per vivere. 

Gli esperti concordano sul fatto che le ripercussioni sull’economia globale saranno molto pesanti. La Bce ha stimato in una minore crescita di Pil dello 0,5% nel 2022 (per ora) e dello 0,1% nel 2023. Poco? Parliamo di circa 90 miliardi di mancata crescita. Oltretutto, con un’inflazione che da passeggera si è trasformata in strutturale almeno per tutto quest’anno con un tasso intorno al 5%. Un vero disastro. Intanto, il prezzo del petrolio ha ritoccato i massimi del 2008, il gas naturale costa 10 volte in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (e il mese di marzo appena concluso è stato particolarmente rigido). Il governo è tornato a parlare di Austerity come non si faceva da quasi mezzo secolo, con i monumenti che devono essere spenti, le case che devono essere un po’ meno riscaldate e la benzina che è schizzata ben oltre i due euro al Kg.

Ma a preoccupare maggiormente è il tema della supply chain, della catena di fornitura che rischia di incepparsi a causa di una contrazione dell’offerta (Ucraina e Russia rappresentano un quarto del grano mondiale) e di uno sgradito ritorno al protezionismo come nel caso dell’Ungheria. Risultato: siamo tornati a vedere la corsa all’accaparramento come era successo durante il primo lockdown. Farine, pasta, ma anche olio di semi. Un dato su tutti rappresenta molto bene il momento: secondo il listino delle Camere di Commercio nella settimana dell’8 marzo il grano ha raggiunto i 405 euro a tonnellata, quasi 80 euro in più rispetto alla settimana precedente. La farina è cresciuta di 100 euro la tonnellata e il mais di 87. Sempre in sette giorni. I mesi a venire saranno ancora piuttosto complessi, con il rischio che si abbatta una nuova parola che non sentivamo da secoli: carestia. Non tanto in Italia o nei Paesi più avanzati, ma in quelli in via di sviluppo che non possono permettersi rincari incontrollati dei prezzi delle materie prime alimentari. 

Ma facciamo un passo indietro: che cosa si intende esattamente per crisi della supply chain? Quali sono i numeri? È una situazione che non si era mai vista prima o ci sono dei precedenti? Per Umberto Mazzucco, Supply Chain & Network Operations Leader di Deloitte Italia «si tratta di un classico squilibrio tra domanda e offerta: i consumatori vogliono comprare beni ma il sistema non è in grado di fornirli ai ritmi richiesti. Negli ultimi 12 mesi i problemi riscontrati lungo le catene di approvvigionamento globali sono diventati di particolare rilievo per via dell’effetto frenante sulla ripresa economica. Le motivazioni alla base di questa crisi sono molte. Una di queste è il mutamento intervenuto nelle abitudini di spesa delle famiglie con un sensibile spostamento dai servizi ai beni. Il fenomeno riguarda le principali economie avanzate ed è molto evidente ad esempio negli Usa dove, dopo il tracollo di marzo-aprile 2020, il consumo di beni ha mostrato un rapido rimbalzo (+270%) per poi proseguire su un trend di crescita decisamente più sostenuto rispetto al 2019».

Una prima causa, dunque, va ricercata nell’incremento monstre della domanda e nell’assenza pressoché totale di scorte. E il motivo è che durante la pandemia di Covid le aziende hanno temuto che la situazione potesse durare molto più a lungo e hanno preferito consumare prima ciò che era già in magazzino invece che mantenere costanti i flussi di acquisto. E quando le limitazioni sono state abbandonate (e negli Usa questo è successo in maniera piuttosto rapida), si è generato uno shortage globale. Il consumo delle scorte ha interessato anche altri settori. A settembre 2021 l’inventory-to-sales ratio di tutti i settori, escluso l’automotive, era appena sopra 1 (-14% rispetto alla media mensile di 1,23 registrata nel decennio 2010-2019) secondo il Census Bureau.

«Le problematiche che si stanno riscontrando – aggiunge Mazzucco – sono relativamente nuove per le economie contemporanee, tipicamente più avvezze a gestire criticità dovute al crollo della domanda. In questo caso, invece, la rapidità e l’entità delle misure di sostegno pubblico alla domanda e ai redditi hanno determinato un rapido recupero dei consumi a cui il sistema logistico/produttivo globale non era preparato. Si tratta infatti di una crisi che non ha precedenti confrontabili perché frutto di una complessa combinazione di numerosi fattori». 

Il rallentamento della produzione, che (già prima dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina) si sarebbe tramutato in una mancata crescita di un punto percentuale di Pil, è l’effetto più evidente e macroscopico della crisi della supply chain. Ma ce ne sono altri? Va detto, prima di tutto, che l’incremento del costo delle materie prime è un fenomeno che va avanti da oltre un semestre. Tale fenomeno, aggravato dalla difficolta di reperimento di molte categorie di materie prime si sta traducendo in un sensibile aumento del costo di produzione dei prodotti finiti, ed, in alcuni settori, addirittura all’interruzione della produzione. La combinazione di questi effetti, è alla base del forte innalzamento dell’inflazione che si sta verificando un po’ in tutto il mondo, e che è uno degli elementi di maggiore preoccupazione per l’economia globale. 

«Comunque – aggiunge Mazzucco -, la ripresa economica nella maggior parte dei Paesi sviluppati rimane sostenuta, e gli effetti della crisi della supply chain dipenderanno in gran parte dalla sua durata sul lungo termine. La maggior parte degli esperti sono ottimisti, presentando previsioni di ritorno alla normalità tra il 2022 e il 2023. Tuttavia, come scrive l’Economist, “le forze più profonde” alla base della crisi non potranno essere eliminate rapidamente». Dobbiamo dunque prendere atto che l’inflazione e la scarsità di materie prime, così come l’incremento dei prezzi dell’energia sono “here to stay” come dicono gli anglosassoni. Ma ci sono industry che saranno maggiormente colpite anche in futuro? Quali? Con che virulenza? «L’impatto è esteso – aggiunge Mazzucco – , saranno coinvolti più di 160 settori industriali, con un danno economico stimato in oltre 100 miliardi di dollari. 

L’ampiezza delle ricadute di questa crisi è dovuta al fatto che le principali criticità si sono verificate nei settori del cosiddetto “upstream”, ovvero a monte di molte filiere. 

I semiconduttori sono un ottimo esempio ma anche le commodities primarie come petrolio, gas e metalli.  I colli di bottiglia emergenti in questi settori si ripercuotono su un elevato numero di industrie a valle, ad esempio una “disruption” nella supply chain di commodities energetiche tipicamente ha un impatto da 3 a 5 volte superiore alla dimensione di quello iniziale, per i semiconduttori il moltipicatore è ancora maggiore». 

Come provare a invertire la tendenza? Una delle eredità più importanti della pandemia (che la guerra tra Russia e Ucraina e le conseguenti sanzioni provvederanno ad aumentare ulteriormente) ha portato gli Stati e le aziende ad adottare iniziative per accrescere la resilienza delle supply chain. Ad esempio le strategie di reshoring, che puntano a riportare la produzione manifatturiera e le catene di approvvigionamento dentro i confini nazionali. 

«Un’altra leva strategica – conclude Mazzucco – che coniuga resilienza ed efficienza è quella delle tecnologie digitali (intelligenza artificiale, IoT, cloudizzazione, blockchain, robotica, digital twin) finalizzate ad aumentare visibilità e controllo lungo la supply chain, a migliorare la qualità delle previsioni di consumo dei prodotti finiti e conseguentemente ottenere una migliore pianificazione dei materiali e a monitorare, in tempo reale, i livelli di rischiosità lungo la supply chain estendendo il perimetro di monitoraggio a tutta la catena di fornitura (da fornitori “tier-1” a “tier-n”)».