Nel più ampio panorama del private capital, attività in continua evoluzione per quanto riguarda prodotti, tipologia di raccolta e configurazione degli operatori, il private debt sta vivendo una stagione di grande sviluppo e articolazione. Nato in Italia nel 2013, risponde all’esigenza di offrire una alternativa ai più tradizionali strumenti bancari, affiancandosi laddove questi non riescano a sodisfare le esigenze della finanza d’impresa. Per questo motivo viene spesso definito debito alternativo.

A livello mondiale, il private debt è in costante espansione da ormai diversi anni. Le stime annualizzate di Preqin mostrano infatti che nel 2021 l’ammontare totale in gestione a tale mercato è stato prossimo a 1,21 trilioni di dollari; tale valore è frutto di una crescita media annua nell’ultima decade del 13,5%, più alta addirittura di quella del private equity e venture capital, attestata all’11,5% e del real estate, 9,1%.  Questa tendenza si riscontra anche a livello europeo, in particolar modo in Francia, dove sono stati raggiunti risultati davvero notevoli. France Invest, l’associazione francese del private equity, riporta che nel corso del 2021 gli investimenti di private debt nel Paese hanno totalizzato un volume di 14,7 miliardi di euro, in crescita dell’81% rispetto al 2020.

Ottimi risultati, seppur in proporzione molto più contenuti, sono stati ottenuti in Italia. Nel 2021, infatti, la raccolta dei fondi di private debt domestici è stata pari a 987 milioni di euro, valore più alto mai registrato e in aumento del 79% rispetto all’anno precedente. A questi si sono affiancati i fondi internazionali, che guardano con sempre maggior interesse il nostro Paese. Gli investimenti, per la prima volta in Italia, hanno superato la soglia dei 2 miliardi di euro, arrivando per l’esattezza a 2.214 milioni di euro, +92% rispetto al 2020, distribuiti su 142 società target. A questi valori, vanno poi aggiunti circa 700 milioni erogati dalle piattaforme di digital lending nei confronti di più di 2 mila aziende, oltre che quasi 1,5 miliardi di euro del segmento distressed debt, focalizzato sulle aziende in tensione finanziaria e suddivisi tra single name, crediti di singole società, pari a 1.335 milioni di euro in 257 società, e portafogli di crediti Utp, pacchetti di diverse aziende, per un ammontare pari a 139 milioni di euro su oltre 200 società. Numeri importanti e un mercato sempre più articolato che nei prossimi anni crescerà sicuramente.

Il private debt, infatti, è cambiato non soltanto dal punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo. La varietà di attori presenti è sempre più vasta ed è in grado di incontrare le diverse esigenze delle imprese. Tali operatori non si occupano più soltanto della sottoscrizione dei corporate bond, in particolare dei ben noti minibond, bensì sanno offrire una valida alternativa al canale bancario nell’erogazione di finanziamenti, possono garantire un credito istantaneo alle imprese mediante le piattaforme di digital lending, oltre che aiutare le imprese in difficoltà grazie al distressed debt o ancora quelle nelle prime fasi di crescita con il venture debt. Sempre più significativo è anche il supporto che i fondi di private debt forniscono a quelli di private equity nelle operazioni di leveraged buy out, dove non di rado si assiste anche ad un affiancamento ad una o più banche nell’erogazione del debito. Vediamo anche grandi potenzialità nel mondo dei progetti infrastrutturali, dove negli schemi di Ppp e project financing sono sempre più attivi i fondi infrastrutturali, che possono agire lato equity ma anche lato debito.

Una filiera così diversificata e in espansione è chiaramente un’opportunità di investimento per gli investitori istituzionali, ma anche per i retail. Negli ultimi anni, infatti, il private capital sta aprendo le proprie porte alla clientela individuale, tramite la diffusione degli Eltif, ma anche il lancio di Fia retail e ora -grazie all’abbassamento della soglia a 100mila euro- anche con Fia riservati. La prospettiva di buoni rendimenti, la diversificazione rispetto alle asset class tradizionali, uniti alla volontà di partecipare al finanziamento dell’economia reale per favorire la ripartenza, ha fatto sì che diversi investitori individuali abbiano deciso di puntare sul private debt, tanto che in Italia, nel 2021 i privati si sono classificati come prima fonte della raccolta, con un contributo del 25% sul totale.