Facebook guadagno in italia

L’ennesima foto di Salvini in cucina, che rimescola – si direbbe – una padellata di pasta ma con look e contesto da festa di famiglia, in chiave anti-Papeete. E la clamorosa, e neanche prima né unica, bestialità di Enrico Letta nell’ipotizzare un rincaro dell’imposta di successione per dare aiuti economici ai diciottenni.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Tradotto: Salvini punta come sempre al voto delle famiglie, delle mamme e dei benpensanti pop, riconfermandosi legato ai più banali luoghi comuni; e Letta elemosina il voto dei neo-elettori, che probabilmente manco sanno chi è.

Meta cosa sta succedendo?

Due scelte minime ma emblematiche della deriva disastrosa che ispira – ahimè – quel che una volta era il dibattito politico ed elettorale ed oggi è un avanspettacolo imbarazzante: la deriva dei social media e di Google Trend, cioè l’inseguimento da parte dei leader degli argomenti che funzionano sui social, nella convinzione (che si rivela poi sistematicamente errata o lacunosa) che sui social si formi l’opinione pubblica elettorale.

Ecco perché la crisi di Meta – purtroppo e per ora piccola crisi, ma forse prodromica di una futura crisi più grande – è una buona notizia. Non stupisca il nesso apparentemente forzato.

Se le democrazia di tutto il mondo sono sconquassate da personaggetti (De Luca cit.) quanto e più dei nostri protesi solo alla questua del consenso più idiota; se un balordo come Johnson ha potuto governare per anni la più antica democrazia europea; se in Francia il Parlamento è un patchwork di partiti e il presidente è una comparsa senza copione; se negli Usa il deep-state ha dovuto opporre un ottantenne bollito a un pericoloso pazzoide dal dubbio curriculum imprenditoriale; se l’unica indiscutibile capacità di Zelensky è quella mediatica; se alle ultime elezioni politiche nelle Filippine tutti i candidati erano ex attori, qualcosa vorrà dire.

La finta democrazia di un web in mano agli oligarchi

Il pensiero critico sviluppato dalla civiltà occidentale sulla tv negli Anni Sessanta (ci ricordiamo Quarto Potere?) e contro il rischio dei suoi abusi (appunto) di potere mediatico e ipnotico non si è levato contro i social media e il motore di ricerca unico che governa la Rete, eppure il ruolo di questi ultimi è assai più pernicioso.

La disintermediazione dei corpi culturali intermedi – giornali, partiti, sindacati – attuata dalla Rete che ha dato a tutti il diritto di parola sarebbe stata una meravigliosa conquista socio-culturale se non fosse invece finita in mano a un paio di oligarchi attratti solo da una spaventosa avidità di guadagno e crescita, in particolare Mark Zuckerberg e il politburo che governa Google, che hanno orientato anche i concorrenti nella sola e semplice direzione della massimizzazione del traffico più becero nel tempo più breve.

La Rete è diventata quindi uno specchio deformante della realtà, perché gli algoritmi dei suoi social – ovvero essenzialmente di Facebook, Instagram e Whatsapp, imitati però dai comprimari e gli algoritmi di Google – scremano e valorizzano solo le polarizzazioni estremiste del pensiero, insomma i rutti e le scoreggie verbali e intellettuali prevalgono su tutto, l’analisi ha ceduto il passo all’urlo, talvolta entusiasta più spesso demolitivo, e la possibilità per ciascuno di noi di crearsi una propria piccola cerchia di “amici” consoni al proprio modo di pensare e rifugiarsi in quell’ambito, altro non è che la conferma di quanto le famose “eco-chamber” dominanti, sempre grazie all’algoritmo e ai suoi cinici e banali obiettivi quantitativi, non facciano che dare forza e numeri impressionanti sempre e solo ai messaggi deteriori.

Perché la crisi di Meta è una buona notizia

Perché se questo criterio seguito indeflettibilmente da Google, Facebook e dagli altri social negli ultimi anni inizia a mostrare qualche crepa nel suo affermarsi, magari qualche testa pensante anche in quei consigli d’amministrazione inizierà a chiedersi se non sia necessario superare questo abominevole meccanismo polarizzante e segmentare l’offerta, come accade nei media tradizionali, dove chiunque può trovare di tutto e assecondare anche i suoi gusti più bestiali, ma senza la soddisfazione di vederli assurgere a trend generali.

C’è da sperare che il fenomeno prosegua e si accentui fino a far grippare il giocattolo di Zuck? Improbabile: per quanto il tentativo di generare più utili rincoglionendo ulteriormente il mondo col metaverso sia partito molto male, altra buona notizia, la ricchezza finanziaria e il potere lobbistico del nerd più arrogante del pianeta gli dà molta forza e zero coscienza.

I Repubblicani faranno Zuck a spezzatino?

E’ più probabile quindi che la politica americana si ravveda e imponga a Meta di scindersi in dieci pezzi da affidare a proprietà diverse e sottrarre tanto potere all’indirizzo unitario di un unico boss, come già avvenne virtuosamente con At&t e con Standard Oil.

Il Congresso era a un passo dal deciderlo, lo spezzatino dei tech-giant, alla fine del quadriennio Trump, ma poi Capitol Hill e quel vilipendio della democrazia che sono state le ultime presidenziali americane ha mandato tutto a monte.

Quando nel novembre prossimo i democratici del malfermo Biden perderanno le elezioni di Mid-Term e cederanno la maggioranza ai repubblicani, meno vassalli del Big Tech, è possibile che quel percorso riprenda. Quanto prima tanto meglio. Nel frattempo, brindiamo ai problemi economici dei colossi dei social.