“Gli italiani vedono le partite di calcio come se fossero guerre e vedono le guerre come se fossero partite di calcio”. La piccola variazione alla famosa espressione del primo ministro inglese Winston Churchill (che, per l’esattezza, usò il verbo “perdere” in luogo di “vedere”) è un’evidente licenza poetica, perfetta però per fotografare lo stato dell’arte del dibattito in Italia sul conflitto in corso.

“Figli di Putin” vs “servi degli amerikani”

Tra Russia e Ucraina, come è tristemente noto, è guerra, ma gli italiani ne parlano come fosse Milan-Inter. Un derby, una partita di pallone, uno scontro tra fedi calcistiche opposte e inconciliabili: quel che serve per scatenare istinti primordiali e massimalismi verbosi da tifosi con la bava alla bocca che non vedono l’ora di urlarsi contro dagli spalti. Prego signori, si accomodino pure. “Figli di Putin” nel settore X, “servi degli amerikani” in quello Y. E adesso datevele pure di santa ragione, se lo fate da dietro una tastiera è meglio, ché tanto se litigate al bar non vi ascolta nessuno e così ingrassate le tasche di chi usa l’odio sui social network come mezzo per monetizzare click e visualizzazioni un tanto al chilo.

È la discussione ai tempi di Internet, bellezza. L’algoritmo che – a colpi di cookies e filter bubble – polarizza e spacca in due la pubblica opinione su qualunque argomento, senza distinzioni di sorta né gradienti di gravità: dai vestiti di Achille Lauro a Sanremo ai civili ucraini ammazzati dai russi a colpi di mortaio sulle strade di Irpin. Dalla foto-scandalo di Chiara Ferragni ai vaccini antiCovid. Uno (spunto) vale uno. Qualsivoglia pretesto è buono per innescare dispute all’ultimo insulto tra tifoserie contrapposte. Il tribalismoeretto a sistema. L’apoteosi del semplicismo. Il trionfo del manicheismo. O di là o di qua. Tertium non datur.

La gente non capisce e ragiona di pancia

È di qualche giorno fa uno studio di Reputation Science – società che analizza la reputazione online di personaggi ed enti – sull’hashtag  #IoStoConPutin che si è diffuso in maniera esponenziale nelle settimane successive all’invasione russa in Ucraina, diventando quel che si dice un “trend topic” suTwitter. Un cluster trasversale ma identitario sotto le cui insegne si sono ritrovati – nel mettere all’indice gli americani come “la nostra rovina” e difendere, per converso, le scelte il dittatore russo – account che fino all’altro ieri abbaiavano, con pari livore e medesimo fervore d’accatto, contro il Governo Draghi, i vaccini e i green pass, contro l’Unione Europea, contro Papa Francesco.

Reputation Science ha cercato di esaminare a fondo i “nodi comunicativi” esistenti tra gli utenti più attivi e influenti sui vari temi ma la (triste, tristissima, disarmante) conclusione è che il vero nesso non è l’avversione ideologica alla Nato o una visione comune antieuropeista ma – molto più banalmente – l’incapacità di un’ampia fetta della popolazione italiana di comprendere i fatti e di assumere quindi posizioni misurate, razionali, filtrate dalla ragione, dalla conoscenza, dalla capacità di analisi.

Dai social al populismo in politica il passo è breve

Tre anni fa, del resto, è stata l’Ocse a certificare, attraverso un’indagine, che circa il 28% della popolazione italiana compresa tra i 16 e i 65 anni è “analfabeta funzionale”, cioè sa leggere e scrivere ma non è in grado di capire a pieno (e usare) le informazioni quotidiane. Da questo punto di vista l’Italia è uno dei Paesi messi peggio in Europa. Ma è una faccenda che interessa solo gli studiosi di statistiche sociali. Perché, in realtà, sui social, e più in generale sul web, l’ignoranza, la disinformazione e i ragionamenti di pancia fanno proliferare commenti e aiutanol’engagement. Tutto grasso che cola per Mr.Facebook & Co. E non solo: questo è l’humus ideale per far allignare il populismo e spostarlo di peso dalle pagine social – le nuove agorà (!) – alle urne elettorali. Nelle quali, non caso, si sono ridotti al lumicino i consensi verso i partiti e i soggetti moderati e liberali e basta scorrere i dati delle ultime sconclusionatissime stagioni politiche per averne conferma e scoramento.

Il sonno della ragione genera mostri

Tornando al caso di specie, il punto è che – dopo averlo drammaticamente sperimentato con la pandemia e le crociate No Vax – adesso, qui nell’Europa Orientale, non in una landa sperduta a mille miglia da casa nostra, c’è in corso una guerra che ci ha riportato indietro nel tempo, nelle pagine più buie del Novecento. Una guerra vera, nella quale ogni giorno muoiono vittime innocenti, un conflitto che da due settimane sta devastando l’Ucraina e che rischia di costare alla comunità internazionale 1000 miliardi di dollari di conseguenze economiche. Uno scontro sul quale pende pure la spada di Damocle del pulsante nucleare e per il quale non sono bastati uno tsunami di sanzioni economiche contro l’invasore russo e vari round di negoziazioni per far cessare il fuoco. Va da sé che in un contesto del genere, dove la guerra – la prima di questa entità, ai tempi di Internet – in parallelo al campo di battaglia, si sta combattendo anche sul terreno delle fake news e della comunicazione, distinguere la verità dalla menzogna e i torti dalle ragioni è compito assai arduo persino per gli analisti e gli esperti di geopolitica internazionale.

Figuriamoci per l’utente medio. Che invece – complice la schiera di commentatori della domenica che pontificano senza equilibrio su media vecchi e nuovi – non ci pensa due volte a scendere in campo dalla parte degli americani e ad accusare l’altro d’essere un “figlio di Putin” solo perché si fa venire qualche dubbio sull’atteggiamento poco consono del presidente ucraino Zelens’kyj. O, viceversa, a difendere a spada tratta zio Vlad e sparare a palle incatenate contro chi fa notare che l’oligarchia russa è gestita da decenni con metodi criminali. È il de profundis di ogni senso della misura e ogni raziocinio. E il sonno della ragione genera mostri, come pensò Goya più di due secoli fa dipingendo la sua celebre acquaforte.

E in tutto questo, sul tavolo dei negoziati lo spiraglio per la fine delle ostilità ancora non si intravede. La guerra continua, purtroppo. E forse tutti dovremmo fare qualcosa di concreto per chi soffre. Invece di perder tempo tra semplicismi e insulti a commentarla come fosse un Milan-Inter qualunque.