Consiglio Europeo
Il Parlamento quest'anno dovrà varare la Riforma del sistema fiscale

Cosa se ne farà della riforma fiscale, una volta superata la dorsale delle elezioni al Quirinale (e dell’assai probabile prosecuzione di legislatura fino al 2023)? Difficile dirlo a dieci giorni dalla convocazione del Parlamento in seduta comune per scegliere il nuovo Capo dello Stato e con una partita ancora tutta da giocare. Quel che è certo è che ieri, alla scadenza dei termini, gli emendamenti presentati dai partiti in Commissione Finanze alla delega fiscale approvata con un ddl in autunno dal governo Draghi, sono stati “solo” 467. Per chi non ha dimestichezza con i numeri dell’ostruzionismo parlamentare, basti dire che alla fine del 2020 il numero di emendamenti presentati nel corso della XVIII legislatura superava abbondantemente i 50 mila. E infatti qualcuno ieri nella maggioranza, commentando il basso numero registrato in questo caso, parlava, manco a dirlo, di «segnale di responsabilità».

Il primo ostacolo? Le divisioni sul catasto  

Eppure di note dolenti nella delega fiscale ce ne sono diverse. A cominciare dalla riforma del catasto rispetto alla quale in particolare il centrodestra si sta battendo per stralciare la revisione degli estimi che il Governo Draghi ha previsto, fissandone però l’entrata in vigore il 1° gennaio del 2026, in tempi in cui (guarda caso?) il Recovery Fund avrà esaurito la sua fase operativa di spesa e al governo chissà chi ci starà seduto. Ma tant’è: Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia non rinunciano lo stesso ad accusare il governo di voler fare “una patrimoniale” sul mattone e a salire sulle barricate. Il loro emendamento congiunto ieri è stato accolto con giubilo dal presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa che ha parlato di «passaggio importantissimo in vista dell’avvio dell’esame della delega da parte della Camera dei  deputati» aggiungendo inoltre che «un altro importante segnale è quello che riguarda gli emendamenti, depositati sia da Forza Italia che dalla Lega e finalizzati a mantenere inalterata la cedolare secca sugli affitti abitativi, di cui sarebbe essenziale un’estensione agli immobili non residenziali, resa ancora più urgente in seguito alla perdurante crisi del commercio». Insomma, ce n’è abbastanza per immaginare che sarà alquanto improbabile che questa riforma del catasto prenda corpo e forma, almeno nei termini di cui si sta discutendo, da qui a quando dovrà essere approvata la riforma del sistema fiscale affinché Bruxelles dia il tanto sospirato via libera alla seconda tranche dei fondi del PNRR. Ovvero – facendo due calcoli rapidi – entro giugno 2022, visto che da lì in avanti, per tutto l’autunno cioè, i partiti saranno verosimilmente impegnatissimi con l’ultima legge di bilancio della legislatura (quella pre-elettorale, cioè).

Tax: la Lega la vuole “flat”, il M5S insiste sulla “easy”

La sensazione dunque è che, con l’aria che tira, il “metodo dei pannicelli caldi” con cui il premier Mario Draghi sta connotando, in tutta evidenza, la sua politica economica, prevarrà ancora una volta e la riforma sarà una “riformina” buona a incassare il placet della Commissione Ue sul secondo bonifico con causale Recovery Fund. Anche perchè la Lega insiste su flat tax sotto i 100 mila euro, abbattimento degli scaglioni Irpef, blocco degli aumenti Iva. Mentre il Movimento Cinque Stelle non intende arretrare di un millimetro su cashback sulle spese detraibili, “easy tax” (regime opzionale di uscita graduale del forfettario) e possibilità per imprese, autonomi e professionisti, di rateizzazione di saldo e acconto delle imposte dirette senza sanzioni e interessi.

Sull’Irpef invece c’è l’accordo, coi vari benefici vantaggi per tutti

In questa guerra delle tax, l’opzione più ragionevole è varare, appunto, una riformina fiscale che non accontenterà ma neanche scontenterà nessuno, conservando quella revisione del sistema che è già stata accettata sostanzialmente da tutti: ovvero la riforma dell’Irpef in vigore dall’1 gennaio con la rimodulazione delle aliquote da 5 a 4. Le polemiche che avevano accompagnato l’approvazione del ddl sulla delega fiscale, del resto, sono già un lontano ricordo. Chi inizialmente aveva additato le nuove aliquote come non rispettose del criterio di progressività, urlando al “favore ai redditi medi”, s’è dovuto ricredere: tra deduzioni, addizionali e assegno unico universale a essere favoriti alla fine sono proprio i redditi più bassi.