Amazon, la società dei record: luci, ombre, numeri e curiosità

Commenta il Fatto Quotidiano la multa comminata ad Amazon dall’Antitrust italiano: “Per una volta l’autorità che vigila sulla concorrenza e sul mercato ha comminato una sanzione (1,1 miliardi di euro) che è proporzionata alle dimensioni del soggetto che la subisce. Esattamente quello che si propongono le nuove regole dell’Unione europea in materia.”Ma cosa vuol dire proporzionale alle dimensioni? La sensazione di molti è che negli ultimi anni – nonostante il crescente dinamismo delle varie antitrust – i big del digitale siano sempre più potenti, influenti e spregiudicati. L’espressione “ridimensionati” non descrive neanche pallidamente il risultato di tali azioni – che nello spirito del legislatore dovrebbero essere dei veri deterrenti. L’economia digitale tratta di oggetti immateriali con un costo nullo di duplicazione e con dei meccanismi economici – le esternalità di rete – che ne regolano la produzione di valore.  Il ruolo dei dati e le potenzialità legate alla facilità con cui si innescano le economie sia di scala che di scopo rendono quasi impossibile calmierare questi colossi.

“Spezzatino” e “tassa sulle rendite” per calmierare gli Ott

Forse per questi motivi le regole concepite per un mondo materiale non si applicano, a partire dal concetto stesso di limite di sfruttamento che è implicito nella dimensione materiale dei beni considerati dai regolatori. Vi sono probabilmente due vie per creare deterrenti efficaci ai “cattivi” comportamenti che siano davvero coerenti con le poste in gioco. La prima è il cosiddetto “spezzatino”. La sua applicazione più celebre è stato il break-down del colosso delle telecomunicazioni At&t nel 1984; il settore delle telecomunicazioni ne ha tratto grandi benefici. La seconda è stata recentemente approfondita da Andrea Bonaccorsi in un bell’articolo sulla Rivista di cultura e di politica edita da Il Mulino (“Tassare la rendita digitale, meglio che inseguire i profitti”). L’articolo parte da una domanda insidiosa: si può pretendere che i giganti digitali riconoscano che una parte del loro valore di capitalizzazione è di proprietà degli utenti? L’autore costruisce una risposta positiva, che ovviamente richiederà di studiare meccanismi fiscali adeguati, in grado di tassare non tanto i profitti quanto la rendita prima dei profitti. Il cuore del ragionamento è che lo schema proprietario oggi usato per i beni digitali non è adeguato. Il modello di funzionamento delle imprese digitali si fonda infatti sulla acquisizione di enormi moli di dati e il meccanismo è molto semplice: l’utente non paga il servizio di accesso, in cambio della rinuncia a qualunque pretesa sui dati che fornisce. Inoltre, il valore economico dei dati è indeterminato: va cioè da zero a (quasi) infinito; è prossimo a zero se i dati non sono strutturati e organizzati, ma quanto è combinato con i dati di altri consumatori acquista un valore potenzialmente elevatissimo.

Infine, mentre i beni fisici hanno limiti intrinseci alla intensità di sfruttamento (e quindi al potenziale di valore generabile) quelli digitali – essendo immateriali e ricombinabili all’infinito – non ne hanno e il valore dei dati che gli utenti forniscono alle imprese digitali aumenta continuamente, anche se l’impresa continua a pagare gli utenti sempre allo stesso modo. È questo il meccanismo che innesta il moltiplicatore a spirale della rendita.

Oltretutto un focus del regolatore sulla rendita e non sui ricavi e profitti di queste aziende vede nei prezzi di borsa un rivelatore di valore molto efficace. Infatti, le dinamiche dei prezzi che caratterizzano le azioni delle aziende quotate in borsa sono spesso un’indicazione molto puntuale e verosimile del reale valore delle imprese; valore che tiene in conto non solo gli utili e i dividendi generabili ma anche il potenziale di crescita legato alle rendite cumulate. Il valore di un’azienda, infatti, non è leggibile solo guardando il suo conto economico. Le dimensioni patrimoniali – dove il valore si accumula – sono forse più importanti per prevederne gli andamenti futuri.