“Exegi monumentum aere perennius”, scriveva Orazio, riferendosi alla gloria poetica, che sapeva – e aveva ragione! – gli sarebbe sopravvissuta nei secoli senza corrodersi, quindi più del bronzo: ”Ho costruito un monumento perenne, più del bronzo”.

E certamente nella storia dell’imprenditoria mondiale Leonardo Del Vecchiomorto stamattina a 87 anni all’Ospedale San Raffaele di Milano dov’era ricoverato – ci è entrato per non uscirne più da almeno trent’anni, da quando cioè aveva fondato una delle tante aziendine del distretto dell’occhialeria di Agordo e Belluno trasformandola, con una crescita vertiginosa, nel numero uno del settore, Luxottica; tanto più dopo la fusione con l’antagonista storico, la francese Essilor, insieme alla quale totalizza oggi 180 mila dipendenti.

Una vita per il lavoro

Una figura leggendaria la sua, per le origini – molto umili, addirittura con un lungo passaggio nel collegio dei poveri milanesi, i “Martinitt”, dove il bambino Leonardo restò fino alla scuola media per cominciare a lavorare a 14 anni in una fabbrichetta. Ha detto bene il sindaco di Milano Giuseppe Sala, celebrando l’iconicità di Del Vecchio per chi – come la mistica milanese prevede – individui nel lavoro la chiave del progresso: “Il valore fondante di Milano è il lavoro – ha aggiunto – e Leonardo del Vecchio vi ha speso tutta l’esistenza, fino all’ultimo suo istante”.

Per la successione sarà Italia-Francia

Quel che invece è auspicabile ma per nulla certo che accada da oggi in poi è la continuità dell’assetto proprietario del colosso Essilux. Nel capitale, oggi la finanziaria di famiglia Delfin detiene il 32,06% dei voti; bilanciato però da un azionariato istituzionale francese forte dell’11,24%… Dunque da una parte la  famiglia, gli eredi di Del Vecchio, sei figli molti dei quali di età matura, ma nessuno salvo l’ultimo attivo in azienda. Dall’altra patte, la Francia.

Il frazionamento della proprietà nella holding di famiglia, la Delfin, è stato blindato con una serie di pattuizioni che ne rendono difficile la scalata dall’esterno, ma il tema sostanziale è quello del comando aziendale, delle strategie. La componente francese dell’azionariato trova i suoi riscontri nell’estabilishment parigino, che ha energie e referenti ben più forti di qualunque famiglia, come ben sa chi abbia seguito la netta e vincente opposizione fatta dal “sistema Francia” contro lo strapotere dei colossi americani del web.

La separazione da Andrea Guerra

Del Vecchio ha lavorato fino all’ultimo, è vero: ma è d’ora in poi che si vedrà se questo suo straordinario e concreto impegno in azienda abbia lasciato spazio ad un management capace non di far da sé, perché lo è, ma di sviluppare la visione strategica dell’imprenditore sui binari giusti e, contemporaneamente, difendere la parte sostanziale del radicamento italiano del gruppo.

Parve fino a dieci anni fa che un top-manager di livello internazionale Del Vecchio avesse saputo tenerselo al fianco: Andrea Guerra. Ma quando costui cedette alle lusinghe della politica, “non rifiutando” un eventuale incarico nel governo Letta, il Tycoon si offese e ne promosse l’uscita. Da allora tornò al comando diretto del colosso fino ad affiancarsi l’attuale a.d., Francesco Milleri. 

Con Caltagirone per le Generali

Del Vecchio ha lavorato fino all’ultimo giorno anche sul fronte delle attività diversificate, come quella dello Ieo, l’istituto oncologico del quale avrebbe gradito un rilancio più forte dell’attuale ma sotto la propria egida; o come l’importante quota in Mediobanca, cresciuta fino al 20% come semplice partecipazione finanziaria (secondo l’invalicabile prescrizione della Bce) eppure cruciale nella battaglia contro l’estabilishment delle Generali e della stessa Mediobanca, che Del Vecchio ha combattuto al fianco di uno come Francesco Gaetano Caltagirone, altro Tycoon un po’ più giovane ma meno internazionale…

Il sistema-Paese non gli ha giovato, accentrare neanche

Un uomo ovviamente convinto delle proprie opinioni, sia nel proprio seminato che all’esterno di esso. Forte dei propri successi, della propria sterminata ricchezza.

Che però per costruire attorno a queste opinioni, a tutte le sue grandi intuizioni e al suo gruppo qualcosa di più stabile non in sé – ci mancherebbe: è il leader mondiale! – ma per la continuità proprietaria e per l’Italia, non ha trovato attorno un sistema-Paese paragonabile a quello della Francia e forse non ha trovato in sé stesso la disponibilità a mettere in comune col prossimo più scelte e più visioni di quelle pur lucide che pure lo hanno reso grande.