Surfare nei mercati in tempesta può spaventare, anche quando si ha a che fare con un investimento di lungo termine come quello in previdenza complementare. In questo frangente è ovvio che ognuno è il migliore conoscitore della propria situazione personale, economica e patrimoniale, dei suoi bisogni e delle sue necessità; quindi, dispensare consigli non è il nostro compito. Grazie all’aiuto della professoressa Barbara Alemanni, (Università di Genova e Sda Bocconi), esperta di finanza comportamentale, proveremo però a dare qualche punto di riferimento per non smarrirsi nei marosi dei mercati in tempesta.

Per quanto riguarda le scelte di previdenza complementare la cosa più importante è ricordare che un cambiamento di comparto d’investimento andrebbe fatto solo «se cambiano i nostri bisogni e non se cambiano i mercati».  Insomma, impaurirsi per un segno meno e pensare di uscire proprio in quel momento, non perché ve ne sia la necessità o la volontà razionale di farlo, ma solo per una reazione emotiva, sarebbe una scelta decisamente poco lungimirante.

Uno degli atteggiamenti che spesso si riscontrano in questi casi è quello che si definisce in gergo tecnico “avversione alle perdite miope”, che deriva dal dare troppo peso all’andamento del mercato in un determinato momento di particolare volatilità, nonostante il nostro investimento abbia invece un orizzonte di lungo periodo. «Poniamo che io abbia investito per mandare i miei figli, che oggi hanno tre anni, all’università. Ho investito in attività volatili perché sono quelle che, per loro natura, hanno la capacità di far crescere il portafogli nel lungo periodo. Tuttavia, a tre mesi dall’investimento, controllando le performance potrei registrare una perdita sul valore iniziale. Il che sarebbe normale perché sappiamo che le attività volatili crescono ma con grandi oscillazioni. Il punto allora qual è? È che se si guarda troppo di frequente la performance degli investimenti si può incappare in un errore cognitivo: potrei registrare delle perdite, spaventarmi e provare il desiderio di uscire dai mercati. L’errore cognitivo consiste nell’essere miope, una miopia temporale. Un’incoerenza tra l’attività di monitoraggio dei miei investimenti, esagerata in questo caso, rispetto a quello che è il mio orizzonte temporale. Questo non significa ovviamente che debba aspettare 15 anni per capire se ho trovato o no un buon investimento!», spiega Alemanni. Uno degli elementi da tenere sempre presente è quindi che «se investo a lungo termine non ha senso che ogni giorno vada a controllare cosa succede ai miei investimenti. Se è un errore cognitivo, a questo punto, abbiamo capito che l’errore è la miopia e infatti tecnicamente si parla di “avversione alle perdite miope”».

Ovviamente ci sarebbero una serie di altri aspetti da considerare, dalla personale avversione al rischio, a quella alle perdite, all’avversione al rammarico e al tema della salienza, ma volendo estrapolare qualche sintetica dritta eccone due: «La prima è consigliare un serio esame di coscienza prima di fare investimenti che non sono alla nostra portata dal punto di vista psicologico, imparare a conoscersi bene, evitare euforia e depressione. Forse è più facile dirlo che farlo ma è un aspetto importante. Imparare a capire come siamo è fondamentale. Ma magari impariamo tardi, siamo già sulle montagne russe ed ecco allora il secondo elemento da tenere sempre in considerazione: ricordarci perché abbiamo fatto determinate scelte. Per la stragrande maggioranza delle persone il denaro è un mezzo e non un fine e riportare l’attenzione all’uso che volevamo farne può aiutarci a togliere enfasi da un contesto di volatilità, a tenere a bada il rumore di fondo che inevitabilmente arriva».