Ma cos’è quell’hastag #foodporn che con 243 milioni di post su Instagram e 47 miliardi su Tik Tok sta scalando le vette della visibilità sui social media? Si tratta della presentazione di piatti capaci di suscitare in chi li guarda un desiderio quasi primordiale di cibo attraverso l’uso di immagini libidinose.
Food porn evoca quell’idea di irraggiungibile, che, come nella pornografia, ha sempre stimolato fantasie e immaginari. Come dice la fotografa gastronomica Abigail Cockroft: “Quando si tratta di visual food marketing, per catturare l’attenzione degli utenti bisogna focalizzate l’attenzione sull’oggetto del desiderio e gli elementi che fanno decisamente venire l’acquolina in bocca!”.
Non a caso le immagini che riscuotono più successo sono quelle di salse colanti, formaggi filanti, glasse caramellate, spaghetti traboccanti di sugo… tutte immortalate con colori brillanti, abbinamenti spinti all’eccesso, dettagli posti in primo piano dove la tecnica cerca di ridurre la distanza fisica tra l’oggetto e chi lo osserva. Dove l’impiego di qualsiasi metafora o iperbole è valida per spingere al massimo l’asticella della passione alla ricerca del massimo dell’eccitabilità sensitiva. Del resto il connubio tra cibo e sesso rappresentato, fin dall’antichità, uno dei motivi più fortunati dell’immaginario collettivo. Ne è prova eloquente cratere greco del 420 a.C. circa esposto al Museo Archeologico di Napoli dove sono ritratte donne discinte e intrecci amorosi, mentre in primo piano svettano primizie succulente su vassoi decorati. Come a dire fin dai tempi del buon Socrate, il piacere del palato non era disgiunto da quello erotico! E se nell’epoca contemporanea non ci si stupisce più se qualcuno al ristorante prima di consumare il cibo appena servito lo fotografa prima di assaggiarlo per condividerlo con i suoi follower e abbiamo sempre più dimestichezza con il concetto di “food porn media”, non sempre ci rendiamo conto che ci troviamo di fronte a un fenomeno di “edonismo mentale”, perché food porn è puro voyeurismo del cibo.
“Li chiamiamo food porn media e prendono forma e significato in una società digitalizzata nella quale le pratiche alimentari e i dispositivi tecnologici hanno un valore centrale”, dice la sociologa Luisa Stagi. Del resto senza le piattaforme social non sarebbe possibile la costruzione di una narrazione che ha trasformato il discorso intorno a ciò che mangiamo e la rappresentazione delle pietanze in un linguaggio dotato di una sua grammatica che va sempre più verso una deriva estetizzante.
Ma l’immagine del cibo come piacere estetico non può farci dimenticare il significato fondamentale che il cibo ha sempre rappresentato nella nostra cultura, cioè quello di essere dono. Perché il dono consiste nel preparare una pietanza con affetto per condividerla con amore senza lasciare che sia esclusivamente la scenografia del cibo ad assumere importanza.
La scrittrice gastronomica Laura Hadland commenta: “È stato dimostrato che guardare immagini di cibo ci rende soddisfatti. È lo stesso fenomeno che avviene quando si ordina il dolce, e la voglia viene placata al primo boccone. A quel punto siamo già soddisfatti, poiché il nostro cervello ha elaborato il desiderio. Inoltre, è stato anche dimostrato che scattare foto ai propri piatti aiuta a rendere il cibo più piacevole e gustoso. Infatti, creando un rito intorno all’esperienza del cibo, si mangia in maniera più presente e consapevole”. Odori, sensazioni tattili e gustative, suoni, immagini e associazioni sono in grado di creare un clima di desiderio. La passione (dal greco paschein: tribolare; ma anche da pathei: desiderare) è infatti generata dall’aspettativa, dal desiderio di quello che verrà dopo. Quante volte ci è capitato di andare al ristorante e, al posto di avventarci sul piatto appena servito, lo abbiamo invece fotografato e condiviso con i nostri follower su Instagram o TikTok? Sebbene la nostra cultura abbia sempre onorato il cibo come strumento di piacere, da quando il cibo è diventato un’ossessione non solo per il palato ma anche per gli occhi?
di Sonia Raule Tatò, Presidente Vegzone
















