Avvertenza: in questo articolo troverete una buona e una cattiva notizia. La buona notizia è che interessa solo chi ha uno stipendio superiore ai 100 mila euro lordi l’anno, non proprio persone prive di mezzi per la sussistenza; la cattiva notizia è che chi rientra in questa platea non stapperà champagne leggendo queste righe ma alla fine, probabilmente, sarà contento di essercisi imbattuto!

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Se lo stipendio medio di un dirigente d’azienda italiano è infatti di circa 100 mila euro, si tratta come sempre di una media di Trilussa e sono davvero molti gli abili e intraprendenti manager che guadagnano cifre sensibilmente superiori a questa soglia e anche chi, magari a inizio della carriera dirigenziale, meno. Ma nel nostro ragionamento lo spartiacque è dato dalla cifra di 105 mila euro di retribuzione annua lorda. E’ infatti questa la cifra massima sulla quale sono calcolati e versati i contributi pensionistici nel 2022 (il parametro viene aggiornato annualmente). In altri termini, oltre questa soglia, il reddito non contribuisce alla formazione della pensione pubblica. 

Attenzione però questo vale solo per coloro i quali hanno iniziato a lavorare dopo l’entrata in vigore della Riforma Dini, e quindi dal 1996 in poi! 

Sono quindi soprattutto i più giovani a dover tenere a mente l’esistenza del tetto contributivo pubblico perché esso può tradursi in una forte differenza tra l’ultimo stipendio percepito e la pensione che sarà erogata al momento del ritiro. 

Per intendersi, se secondo il Mef (Le tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico e socio sanitario 2021) i tassi di sostituzione lordi al 2040 saranno inferiori al 60% per la sola pensione pubblica (di dieci punti percentuali in più se accompagnata da una complementare), per un dirigente che guadagnasse il doppio del massimale contributivo, questo tasso di sostituzione (che per gli assunti dal 1996 scende al 55%)  non sarebbe assolutamente realistico.

Insomma nel caso dei manager non si pone  una questione di mera sussistenza nel passaggio dalla vita lavorativa attiva alla pensione ma ne esiste una legata al mantenimento del tenore di vita. In generale questo vale per tutti coloro i quali rientrano esclusivamente nel metodo di calcolo contributivo della pensione e in particolare per chi è soggetto al massimale Inps. Per questa ragione, per garantire a sé e alla propria famiglia una continuità nel benessere economico-finanziario, la previdenza complementare può essere uno strumento efficace, soprattutto se questa via viene intrapresa presto, fin dall’inizio della carriera lavorativa.

Non a caso l’ultimo rinnovo contrattuale dei dirigenti dell’industria, in vigore dal 2020, ha molto puntato su questo aspetto, prevedendo una serie di benefici che vanno dall’incremento (da 150 a 180 mila euro) del massimale sui cui sono calcolati e versati i contributi alla previdenza complementare (Previndai è il fondo di previdenza complementare dei manager industriali), all’introduzione di un’ampia flessibilità nella suddivisione degli oneri a carico di lavoratore e datore di lavoro. 

Nello specifico, se lo standard è il 4% a testa, l’azienda può utilizzare come una sorta di politica retributiva questa leva, facendosi carico della quota del dirigente fino a un massimo del 3%, lasciando quindi a quest’ultimo solo un contributo dell’1%. Il che, per un manager che percepisca oltre 180 mila euro l’anno, si tradurrebbe in un risparmio di circa 5.400 euro. Infine, dal 2022 il contributo minimo annuo a carico dell’azienda è stato portato per tutti i dirigenti, a prescindere dall’anzianità di servizio, a 4.800 euro. Novità che sono un segno dei tempi e di come si possa decidere di investire sul benessere dei propri dipendenti anche passando per l’aiuto nella costruzione di una pensione di scorta, in grado di garantire serenità negli anni meno vigorosi della vita.

di Luisa Leone