I CdA ai tempi del COVID -19: il vademecum di Russell Reynolds Associates

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mprese e credito bancario, una combinazione che in Italia ancora oggi caratterizza l’80% delle storie aziendali. Una percentuale molto alta, specie se rapportata a quelle di Francia (60%) e Uk (50%) dove, evidentemente, il cordone ombelicale tra le aziende e il banking tradizionale in magna pars è stato già reciso. Nel nostro Paese invece no, mentre l’alternative financing viene ancora visto come uno strumento astruso, nel caso delle Pmi la banca resta il canale pressoché unico per accedere al credito. I dati dicono che questo scenario non è destinato a mutare sul brevissimo periodo ed anzi, in un recente rapporto Ocse, secondo le piccole e medie imprese, i finanziamenti attraverso il credito disintermediato o i vari strumenti non-bancari “non sarebbero ancora all’altezza delle aspettative e delle esigenze aziendali”. Non vogliamo qui entrare nel merito della questione se la finanza alternativa davvero non sia in grado di garantire all’imprenditoria italiana condizioni migliori rispetto a quelle attualmente offerte delle banche: ci limitiamo a sottolineare solo che, a dispetto delle diffidenze delle realtà produttive, sono le nostre stesse istituzioni economiche a spingere affinché le imprese, nel cercare finanziamenti per la crescita, siano capaci di guardare “oltre le banche”. In un recente convegno organizzato a Milano per presentare il nuovo strumento della Borsa “Elite Basket bond”, ad esempio, sia la Cassa Depositi e Prestiti che la Banca Europea per gli Investimenti hanno esortato le aziende a cambiare mindset aprendosi al mercato dei capitali e agli investitori istituzionali.  E la stessa Bankitalia ammette che un sistema finanziario articolato e adeguati strumenti di corporate finance (acquisizione e cessioni di asset; operazioni di fusione e acquisizione; quotazioni; private placement; attività sul mercato obbligazionario, anche attraverso i minibond) non possono che far bene alle aziende, specialmente a quelle ad alto potenziale innovativo, le quali così possono avere accesso a fondi, distribuire il rischio, attrarre investimenti e competenze.

Competitività, questa sconosciuta

Perché, se da un lato, il sistema bancario resta certamente un valido alleato, dall’altro è innegabile che la stretta creditizia continua a mordere e a lasciare pochi margini di manovra alle imprese in cerca d’ossigeno finanziario (sempre secondo dati Ocse, ad oggi il credito arriva alle Pmi solo nel 20% dei casi, mentre per il resto a beneficiarne sono le grandi aziende). La curva nella concessione del prestito alle imprese, micro, piccole e medie, da anni continua infatti ad essere decrescente.  Ecco allora che reperire ad esempio fonti di capitale azionario mediante emissione di azioni o fonti di finanziamento sotto forma di debito, più che un’opportunità diventa una necessità. Ma – e qui veniamo al cuore del problema – al di là del rigorismo imposto dall’Europa al sistema bancario, le nostre aziende sono davvero in grado di “competere” sul mercato del credito sia tradizionale che alternativo? La risposta, stando ai dati di cui sopra, vien da sé. Ma perché la stragrande maggior parte delle nostre aziende fatica ad essere “bancabile” e/o attrattiva dal punto di vista degli investimenti finanziari? In questo caso, la risposta implica un’analisi un po’ più sfaccettata che tuttavia non può che partire da un dato incontrovertibile: in Italia, a tutt’oggi, anno di grazia 2018, il tasso di “managerializzazione” delle imprese è ancora (molto al di) sotto degli standard internazionali.  Se per un verso, le nostre aziende familiari (ben 784 mila) si contraddistinguono per una serie di caratteristiche positive (riassumibili nel concetto di “heritage”) e molto apprezzate dai consumer, dall’altro in molti casi si fatica ancora ad uscire da una logica di gestione “familista” che non guarda all’esterno per trovare le soluzioni strategiche più idonee ad aumentare la competitività. Di conseguenza, possiamo tranquillamente affermare che nel mondo delle Pmi italiane sussiste un deficit di cultura (e dunque di competenza) finanziaria che purtroppo impedisce di stare al passo coi tempi.

La consulenza? Non è solo un costo!

Volendo schematizzare le credenziali richieste dall’attuale scenario economico-imprenditoriale, il primo passaggio al quale un’azienda oggi non può più rinunciare per essere credibile, in banca o al cospetto di un investitore, è quello della stesura del business plan, strumento imprescindibile perchè un’impresa possa essere valutata sui “numeri”, presenti e prospettici. Purtroppo il nostro Paese, storicamente basato sul cosiddetto “capitalismo delle relazioni”, per troppo tempo ha abituato le aziende a poterne fare a meno, ma oggi chi deve valutare una richiesta di finanziamento o l’opportunità di un investimento di capitali non può non sapere come la società in questione intenda utilizzare le risorse in entrata. Non tutti sanno ad esempio che le imprese, sui finanziamenti, hanno la possibilità di essere garantite dal MedioCredito Centrale ma per sfruttare questa (così come altre) opportunità, servono piani industriali aggiornati e bilanci che rispettano certi parametri!  A monte di questa capacità di ragionare secondo criteri manageriali, c’è la presenza di una governance autorevole, e questo è il secondo punto di cui dovrebbe tener conto un’azienda che vuol crescere. Al terzo punto vanno inseriti quindi i modelli organizzativi come il “modello 231” o il “rating di legalità” che oggi rappresentano ulteriori chiavi di accesso alla fiducia delle banche. Last but not least, per chiudere questa “classifica” delle credenziali per la competitività aziendale sul mercato del credito, è doveroso soffermarsi sulla certificazione di bilancio operata da una società di revisione contabile esterna. È obbligatoria solo per alcune tipologie di aziende (società di capitali e srl con determinati parametri, come prescrive la normativa in vigore dal 2019), ma chi, pur senza averne l’obbligo per legge, ottempera a quest’esigenza di revisione legale – permettendo a dei “terzi” di entrare nei suoi uffici per indagare e analizzare documenti, transazioni, contabilità e procedure interne – è di certo avvantaggiata nel momento in cui si muove per ottenere credito.

Business plan, governance, modelli organizzativi e bilancio certificato: senza questi requisiti, per l’azienda oggi è difficile essere credibile

Il problema è che molti imprenditori continuano a vedere queste credenziali unicamente come dei “costi” , senza capire il valore effettuale. Per conseguire gli obiettivi servono infatti gli advisor, consulenti specializzati in grado di consigliare le Pmi per il meglio e supportarle in fase operativa. è il lavoro che RSM sta portando avanti in Italia da ormai tre anni, con un brand globale alle spalle e soluzioni su misura per le aziende. Siamo solo agli inizi, ma i risultati già ci sono e sono tangibili.