Sulla parola etica si sono soffermati nei secoli filosofi, sociologi, economisti fino ad affievolirne il significato e far perdere la sua forza e concretezza. Così oggi, soprattutto in economia, parlare di etica significa parlare di moralità, filantropia, buone maniere, tutte cose buone ma, a detta di molti, poco inerenti con l’essenza del fare impresa e, di conseguenza, poco utili. La verità è che la parola greca “ethos” significa “comportamento abituale che tende al bene comune” e, di conseguenza, parla di ciò che più serve a chi lavora e al “sistema azienda” stesso: azioni comuni indirizzate verso un risultato che produce valore e benessere all’intero sistema, a partire dagli azionisti fino ai collaboratori e ai clienti.
Far finta che questo abbia poco a che fare con l’economia di oggi significa fare un po’ come le scimmiette che preferiscono non vedere, né ascoltare né sentire, perché è oramai chiaro ad ogni uomo d’impresa e ad ogni economista che viviamo all’interno di un sistema in cui le dinamiche della complessità hanno fortemente agito. Al punto tale che azioni negative come quelle accadute in America a inizio 2008 hanno pesato non solo sulle persone e le realtà al centro degli scandali ma sull’economia internazionale, fino a determinare gli accadimenti che ben sappiamo.
Ed è forse proprio questo essere divenuti un “sistema aperto” che ha reso oggi la “Business Ethics” un tema interessante e strategico per lo sviluppo delle imprese e dei territori; basta pensare ad alcune note vicende accadute in Italia come gli scandali “Monte dei Paschi” o “Ilva” per citare alcuni esempi, per capire che là dove l’interesse di pochi ha prevalso su quello di tanti, questo ha generato effetti negativi dirompenti sull’intero sistema e un collasso, a volte evitato soltanto grazie all’intervento pubblico. Finchè sarà possibile almeno. Così come oramai i dati dicono chiaramente che difronte a realtà solide e sostenibili, il cui risultato si incrementa nel tempo, spesso si è in presenza di imprese che fanno della “Corporate Social Responsability” l’elemento centrale della cultura aziendale e delle proprie best practice e, per l’appunto tornando all’inizio dell’articolo, comportamenti quotidiani tesi al bene comune. I casi cominciano ad essere tanti anche, o soprattutto, in Italia: Ferrero, Cucinelli o Loccioni sono solo alcune di queste aziende che testimoniano nei fatti come il fare impresa in modo etico non sia solo giusto ma bello e conveniente.
Cosa fare allora perché questa riflessione di base diventi cultura e orienti i comportamenti individuali e collettivi verso un “bene maggiore”? in LIUC da anni crediamo siano due le strade, parallele e complementari, quelle che anche quest’anno proviamo a percorre attraverso due percorsi di formazione per manager e imprenditori. Il primo “Storie di ordinaria economia”, imperniato su 4 incontri (da aprile a dicembre) organizzati in aziende che da anni sviluppano questa modalità di fare impresa, si pone l’obiettivo di creare cultura non tanto, o non solo, attraverso alcune riflessioni sui cardini della Business Ethics ma attraverso il contatto diretto e il racconto dei protagonisti. Il secondo invece, in programma da maggio a novembre, si intitola “La Business Ethics a supporto dello sviluppo commerciale” e prende per mano questi concetti focalizzandosi su un settore, quello commerciale appunto, che è duramente messo alla prova dalla complessità attuale. Per dimostrare come e attraverso quali strumenti sia possibile sviluppare un risultato sostenibile agendo in modo alternativo. Due percorsi diversi e innovativi che orientano il nostro modo di lavorare verso lo sviluppo dei tre capitali propri della Business Ethics: quello umano, relazionale e fiduciario che sono già oggi una delle grandi sfide di chi lavora, oltre che investimenti determinanti per ogni impresa.
*Docente di Business Ethics della LIUC Business School

















