sanità

“Legislazione concorrente” è un bel nome, sulla carta. Ma assai meno nella pratica. Le ondate di Covid-19 che hanno cambiato la nostra vita – ed estinto quella di oltre 153 mila persone – non hanno però nemmeno scalfito uno stato di fatto che palesemente non funziona e che però la politica non osa discutere, per una sorta di congiura del silenzio.

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L’inchiesta che Economy dedica in questo numero alla sanità italiana, intesa come servizio pubblico ineludibile ma anche come sistema economico cruciale e portante per un Paese civile, conferma che in Italia non esiste un sistema sanitario nazionale, ma ne esistono 21, con asimmetrie, scompensi e disordine organizzativo e funzionale. 

È questa situazione il vero male oscuro del sistema, quel particolarismo che da sempre ci impedisce di diventare un “Sistema Paese” competitivo. Ma non se ne esce, perché gli eccellenti – che non sono i più – trovano nel diritto a “far da sé” che l’attuale legislazione gli garantisce la miglior tutela contro la “contaminazione” che potrebbero subire da parte dei deteriori… E dunque il sistema, nel suo insieme, non fa circolare eccellenza ma difende quest’assurda impostazione a silos, che poi determina quell’”emigrazione sanitaria” che da sempre connota il nostro sistema.

I padri costituenti, affidando all’articolo 5 della Carta il principio del decentramento amministrativo, perseguivano un fine nobile, cioè quello di avvicinare i centri di potere al controllo degli elettori. Ma è esattamente su questo fine nobile che è fiorito un mezzo ignobile: il voto di scambio, che localmente attecchisce dove più si gestisce spesa pubblica, dunque soprattutto sanità, agricoltura e formazione.

La politica, con le sue logiche troppo spesso non meritocratiche, ha penetrato i criteri di selezione del management sanitario. Il tentativo – si direbbe ormai accantonato – di ottimizzare la spesa publica con le spending review si è per esempio arenato sulla definizione di “costo standard” per gli acquisti, soprattutto nella sanità: non già il “miglior costo” ottenuto da questa o quella centrale d’acquisto in gara, a partità di qualità; ma un “costo medio” tra quelli spuntati nelle varie gare periferiche. Col risultato di disincentivare il perseguimento del prezzo migliore e premiare chi accetta prezzi superiori ai livelli ottimali.

È solo un esempio, se ne potrebbero aggiungere mille. La regìa nazionale che avrebbe dovuto riconnettere la programmazione dei “numeri chiusi” nelle facoltà di medicina al piano sanitario nazionale e ai suoi fabbisogni è clamorosamente mancata, e ce ne siamo accorti. Gli sperperi vomitevoli commessi in alcuni quadranti del Paese sulla realizzazione di infrastrutture inutili e ridondanti si sono troppo spesso risolti in sacrifici ingiusti e pericolosi di spazi e servizi essenziali dove non avrebbero dovuto essere toccati ed anzi semmai potenziati.

L’Italia esce però dal Covid – sperando che il coronavirus non ci infligga colpi di coda – in una bizzarra euforia, tipica di questa stagione del “draghismo”, che avendo riportato un po’ di senso nell’azione del governo centrale viene confusa, e colpevolmente narrata, come una specie di età dell’oro. È vero che la sanità italiana funziona anche meglio di quella di altri Paesi, ma i numeri dimostrano che non funziona come dovrebbe e potrebbe. È di queste carenze che dovremmo occuparci, come sistema Paese, non di decantare e magnificare l’efficienza della macchina vaccinale o l’abnegazione del personale sanitario: che avebbe preferito senza dubbio avere meno complimenti e più rinforzi.

Per non disperdere i tanti stimoli critici che questo biennio ha aggiunto a quando sapevamo già dei problemi sanitari del Paese, occorrerebbe una sorta di “manifesto” per una nuova riforma sanitaria determinata a raddrizzare queste storture. E per quanto il pessimismo della ragione di faccia temere che questa riforma non si farà mai, l’ottimismo della volontà ci impone di provarci. Arrivare a un “manifesto della sanità futura” è l’obiettivo ambizioso ma realistico che da questo numero Economy si prefigge, naturalmente non “per scienza infusa” ma attraverso il dialogo costante con le menti e le competenze migliori, e più “partiticamente immuni” del Paese.