Christine Lagarde

Non ci capite niente? Non preoccupatevi, siete in buona compagnia. Non è facile spiegare perché le banche centrali hanno assistito inerti all’ascesa dell’inflazione senza batter ciglio. Chissà, forse credevano per davvero che si potesse stampare carta a volontà. Ma non è più facile spiegarsi l’andamento delle obbligazioni dopo le recenti decisioni sui tassi. Il valore dei bond Usa (ma anche di Btp e Bund) in un primo momento è sceso, a fronte di un aumento dei rendimenti. Come era logico attendersi, del resto. Ma quando il 10 maggio è emerso un dato dell’inflazione più alto del previsto, i rendimenti hanno preso a sorpresa la via della discesa. Così come è successo allo spread, prima balzato sopra i 200 punti, poi in frenata attorno a 180.

Perché? Due le possibili spiegazioni: la chiusura delle posizioni “short” sui titoli che ha favorito un momentaneo rimbalzo. Ovvero, dietro il calo dei rendimenti c’è la convinzione dei mercati che l’economia, sia in Usa che in Europa, seppur per motivi diversi, si sta avviando verso la recessione. O peggio, verso la stagflazione, miscela perversa di stagnazione della crescita accompagnata dall’inflazione.

Certo, è facile capire perché la Fed, pur in colpevole ritardo, abbia deciso di correre ai ripari annunciando una serie di aumenti del costo del denaro. Una recessione, purché lieve, potrebbe essere un toccasana per metter sotto controllo le richieste di aumenti in arrivo dal mondo del lavoro, diretta conseguenza dell’impennata del carovita. E poco conta se, dopo anni di boom senza limiti, Wall Street dovrà rassegnarsi ad una fase di ribassi: i soci di Apple o di Amazon hanno guadagnato abbastanza in questi anni da potersi permettere una (breve) Quaresima.

Ma che dire dell’Europa alle prese con la guerra, il temuto stop delle forniture di energia e i costi dell’embargo verso Mosca? Non sembra, a tutta prima, il momento più adatto per alzare il costo del denaro. L’ultima volta che, su pressione della Bundesbank, la Bce prese quella decisione, anno 2011, si rischiò il collasso dell’euro, lacerato dalle tensioni tra l’area ex marco e la finanza del sud Europa culminata nella drammatica crisi greca.

Oggi le cose stanno in maniera diversa, probabilmente. E l’Europa dispone di anticorpi e strutture assai più forti, anche sul piano politico. Ma oggi come ieri si ha il sospetto che la povera Christine Lagarde dovrà cedere, dopo strenua resistenza, all’insistenza dei banchieri tedeschi. Con il rischio di alzare i tassi proprio quando, al giro di boa di metà anno, la crisi economica potrebbe entrare in una fase critica.

No, non è facile capirci qualcosa in un momento in cui un po’ ovunque, dittatori e poteri forti hanno la pretesa di mettere la politica al di sopra dell’economia, anzi del buon senso. Di qui un consiglio dettato dall’umiltà: nei prossimi mesi la soluzione più semplice e sicura passa dal dollaro, già oggi ai massimi da vent’anni sulle valute asiatiche, avviato verso la parità con l’euro, specie in caso di frattura definitiva con Mosca sulle forniture di gas.

Nei prossimi mesi, almeno fino alle elezioni d’autunno (probabile rivincita dei candidati di Trump) in quel porto sicuro si potrà attendere l’arrivo di tempi migliori. Magari dalla Cina che, una volta liquidato il lockdown che ha ingabbiato più di 300 milioni di persone ed il 40 % del Pil, avrà una voglia matta di ripartire. O dalla stessa Europa se, come suggerisce Henry Kissinger, il cessate il fuoco (cosa ben diversa dalla pace) potrebbe non essere poi così lontano. Ogni speranza è lecita, dopo anni vissuti pericolosamente tra eccessi e sbandamenti, dal Bitcoin al Nasdaq. Anche quella di una nuova stagione finanziaria un po’ noiosa, senza pandemie o i brividi colpi di cannone.