Quella che in italiano possiamo tradurre con “economia della condivisione” rappresenta nei suoi principi un modello in cui – apparentemente – tutti gli attori coinvolti non solo risultano vincenti ma riescono persino ad accrescere il proprio status all’interno della società.

Sharing Economy, cos’è e qual è l’idea di base

La crisi economica e i nuovi spazi sociali creati dalla diffusione capillare di Internet hanno messo in discussione la validità di alcuni modelli di business tradizionali e favorito lo sviluppo di strutture economiche fondate sulla condivisione.

L’idea di fondo dell’economia della condivisione non è quindi poi così tanto diversa da quella alla base della blockchain: il tentativo è sempre quello di decentralizzare ed ampliare il controllo delle risorse responsabilizzando ogni elemento della catena, in questo ancor più che in altri casi, mantenuti assieme da uno stretto rapporto di fiducia.

Così, sulla base di nuovi stili di vita collaborativi e meno orientati al mero possesso, erano nati progetti volti a rinnovare anche le esperienze personali alla luce di un nuovo modo di intendere ed affrontare i classici “dogmi” propri del consumismo.

Economia della condivisione, esempi

Da queste premesse, ad esempio, sono nate esperienze quali “bla bla car”, il couchsurfing, o anche la stessa “Air bnb” degli albori. Con la stessa idea di fondo, si sono diffusi i primi spazi di coworking, luoghi di aggregazione, comunicazione e scambio di idee ed esperienze prima ancora luoghi di lavoro.

Per non parlare poi dell’idea delle “banche del tempo”, soluzioni in cui le persone mettono a disposizione se stesse e il proprio tempo per offrire gratuitamente servizi al prossimo.

Sharing Economy e la virata verso ESG 

In Italia, pur conosciuto tale fenomeno non è ancora del tutto radicato. Da una ricerca Ipsos del 2021 è emerso che il 75% degli intervistati ha sentito parlare di sharing economy e, tra coloro che conoscono questo fenomeno, il 67% lo identifica con beni e servizi (ride sharing, condivisione della propria casa, bike sharing, ecc.), mentre il 21% lo associa a un vantaggio economico.

Cos’ha quindi, almeno in parte, cambiato questo genere di approccio costantemente rivolto agli altri? Semplicemente dagli anni 2010 in poi, i temi della sostenibilità, dell’ESG, dell’ecologismo e del consumo consapevole si sono fatti ancora più strada nell’opinione pubblica e tra i consumatori e anche le imprese hanno manifestato l’esigenza di operare un radicale cambio di paradigma orientandosi maggiormente verso i nuovi temi, con uno sguardo sempre verso gli affari.

Se il modello si snatura, il caso della mobilità

Il fatto è, però, che il rispetto dei nobili principi che animavano gli albori di tale economia sono più spesso sbilanciati tra chi fornisce il servizio e chi ne fa ricorso. Diciamo che, a seconda della prospettiva del soggetto preso in considerazione il modello rispetta concetti riferiti alla redditività capitalistica o ad un più ampio senso di comunità.

Prendendo ad esempio uno dei settori in cui la sharing economy è particolarmente diffusa, la mobilità, osserviamo che il modello sia via via mutato dalla sostanziale reciproca collaborazione in un business in cui auto, bici, moto, monopattini eccetera fanno capo a imprese, spesso “usa e getta”, più o meno grandi il cui vero business sembra essere più quello di acquisire i dati degli utenti che non quello di offrire effettivi servizi ai consumatori.

Ma i consumatori non rinunciano alla sostenibilità

Ebbene, anche se in questo momento l’economia della condivisione può considerarsi oggi un esperimento in gran parte snaturato che ha, invece, costituito una nuova branca dell’economia fatta di domanda, offerta, profitti e marginalità, altrettanto non si può dire dei consumatori – e non solo di quelli più sognatori e idealisti – che hanno continuato a sostenere nuovi modelli economici.

La sharing economy, infatti, si è evoluta nel tempo, sfociando in parte nell’economia circolare, soprattutto per quanto riguarda i suoi principi di fondo orientati alla condivisione, alla lotta allo spreco, alla sostenibilità eccetera, allargandosi poi a vari altri settori. Esempi attualmente in voga sono, ad esempio, l’app danese Too good to go che contrasta lo spreco alimentare, i gruppi Facebook in cui si regalano oggetti e indumenti anziché gettarli, alcune esperienze o ancora alcune applicazioni dei siti come Subito.it.

Il punto finale è però che la richiesta di una maggiore attenzione ai temi della sostenibilità è il fulcro dell’economia del futuro con cui si dovranno confrontare tanto le imprese quanto i consumatori anche perché il processo di sviluppo economico e sociale non potrà prescindere da questi temi ormai stabilmente presenti anche nelle agende politiche dei paesi.

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Presidente dell’Associazione Prestatori Servizi di Pagamento e della Fondazione Italian Digital Hub che promuove la formazione e la trasformazione digitale. Già consigliere per l’innovazione tecnologica al Ministero del Turismo è attualmente membro del Comitato permanente di promozione del turismo in Italia del Ministero del Turismo. È docente di “Strumenti, sistemi e processi di pagamento” al Corso Superiore di Polizia Economico – Finanziaria presso la Scuola di Polizia Economico – Finanziaria della Guardia di Finanza – Lido di Ostia e docente di “Moneta Elettronica e Sistemi di Pagamento” presso la Libera Università Jean Monnet – LUM di Casamassima (BA). È autore di varie pubblicazioni scientifiche, accademiche e divulgative su PSD 2, collabora con varie riviste specializzate.