Più immigrati uguale meno debito pubblico. La curiosa equazione con risultato inversamente proporzionale è la sintesi di un passaggio contenuto nel Documento di Economia e Finanza, il principale documento di programmazione economica che il governo Meloni ha appena presentato.
Debito pubblico, per tagliarlo servono più stranieri
“Per abbattere il debito pubblico l’Italia ha bisogno di più immigrati. A metterlo nero su bianco è il ministero dell’Economia, guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti, nel Def” a farlo notare è stato il quotidiano La Stampa che scrive: “È una ricetta nota a tutti gli economisti ed esperti demografici, ma a stupire è che — adesso — venga accolta e condivisa anche dal governo più a destra della storia repubblicana. Lo stesso governo che solo pochi giorni fa ha dichiarato lo stato d’emergenza, per sei mesi, per l’immigrazione e ha nominato un commissario straordinario per gestire i flussi”.
Secondo quanto riporta il quotidiano di Torino, nel Def si legge che secondo i calcoli del Mef, un aumento della popolazione di origine straniera del 33% farebbe calare il debito pubblico di 30 punti mentre una contrazione del 33% lo farebbe aumentare di quasi 60 punti. «Il governo italiano finalmente prende atto della realtà» commenta sulla Stampa Francesco Nicoli, docente di Economia internazionale al Politecnico di Torino, «i flussi rappresentano il singolo fattore di maggiore importanza a sostegno della sostenibilità del debito pubblico italiano, il quale rischierebbe, a parità di altri fattori, di assestarsi al 170% del Pil. Stante questo effetto – aggiunge sempre Nicoli – l’esecutivo Meloni dovrebbe agire in coerenza con i propri dati e promuovere canali dedicati di arrivo in Italia, volti a innalzare sia la sicurezza del transito verso la penisola, che il profilo medio del capitale umano in arrivo».
Poche nascite, ha ragione Musk: l’Italia rischia di sparire
Un paradosso, per un governo che ha annunciato una stretta sugli sbarchi, alla luce dei dati di Frontex che parlano di aumenti del 1300% degli arrivi di migranti in Italia. Ma a rendere decisiva la presenza di più stranieri in funzione del taglio del debito pubblico è soprattutto la curva demografica che nel nostro Paese, con appena 393 mila nuovi nati nel 2022, continua a muoversi inesorabilmente verso il basso. Lo scorso anno, dunque, per ogni mille abitanti in Italia ci sono stati 7 neonati e 12 decessi.
Lo ha sottolineato anche lo stesso Elon Musk twittando provocatoriamente qualche giorno fa che “l’Italia sta sparendo”. E lo conferma, sempre sulla Stampa, Pietro Garibaldi, economista del Real Collegio Carlo Alberto ed esperto di mercato del lavoro, secondo il quale «il calo delle nascite e le proiezioni di lungo periodo della popolazione italiana sono impietose. Se ragioniamo su distanze di secoli Musk rischia di avere ragione».
Immigrazione come soluzione alla carenza di forza lavoro
«Per uscire dal circolo vizioso di bassa natalità e calo di popolazione che si autoalimenta» dice Garibaldi, «vi è una sola possibilità: aumentare in modo massiccio il numero di immigrati. Bisogna uscire dalla logica che vede l’immigrato come un soggetto che toglie posti di lavoro. Al contrario, soltanto attraverso l’immigrazione possiamo invertire il drammatico calo di laureati previsto nei prossimi trent’anni».
“Tuttavia, lo scorso anno gli stranieri sono cresciuti di appena 20 mila unità, arrivando a 5 milioni e 50 mila: sono quasi il 9% della popolazione, ma non abbastanza per raddrizzare le sorti economiche del Paese” si legge sulla Stampa. Abbastanza per far lanciare un nuovo allarme a studiosi come Francesco Profumo, presidente della Compagnia di San Paolo e Giuseppe Russo, direttore del Centro Einaudi, per i quali la demografia è una delle possibili soluzioni per l’Italia e secondo cui bisogna prendere esempio dalla Francia che ha iniziato 20 anni fa con una politica sulle famiglie di supporto a cui si è unito un sostegno economico e vantaggi fiscali.
Sia Profumo sia Garibaldi rimarcano che in assenza di nuovi studenti «avremo solo 70 mila laureati in Italia tra trent’anni contro i circa 300 mila di oggi. «La forza di lavoro qualificata, afferma Garibaldi, «è l’elemento essenziale per permettere una crescita positiva del Pil».
















