Il Servizio sanitario nazionale fatica sempre più a garantire prevenzione e cura agli italiani. Secondo il Country Report 2026 della Commissione europea, nel 2024 il 9,9% degli italiani ha rinunciato a cure necessarie, contro il 6,3% del 2019, soprattutto per le liste d’attesa (6,8% dei casi). E non si tratta di un problema di carenza di medici – l’Italia ne conta oltre 315mila, sopra la media Ocse – ma di distribuzione: secondo un’analisi della Fondazione Gimbe su dati Ocse, quasi 93mila professionisti formati nel nostro Paese non lavorano nel Ssn, ma hanno scelto il settore privato o l’estero. Queste condizioni generano un impatto sulla spesa privata dei cittadini: in Italia quella sanitaria vale il 23,7% della spesa sanitaria complessiva e, secondo Bruxelles, la situazione economica delle famiglie italiane può spingere sempre più persone a rinunciare alle cure quando queste richiedono un esborso rilevante.
Anche i fondi sanitari integrativi legati ai contratti collettivi, che negli anni hanno aiutato a colmare alcune lacune del sistema pubblico, faticano oggi a mantenere le condizioni che li avevano resi convenienti: diversi rinnovi contrattuali nel corso dell’ultimo triennio hanno rivisto al rialzo i contributi a carico delle aziende, in alcuni casi anche in modo significativo, e al ribasso i massimali delle prestazioni previste dai nomenclatori del fondo.
È in questo contesto che si muove il secondo welfare, l’insieme delle prestazioni con finalità sociale che gli attori privati erogano a favore dei propri lavoratori. I piani di flexible benefit includono da tempo il rimborso di spese mediche, eppure l’utilizzo dei crediti welfare in questa categoria resta marginale: secondo l’Osservatorio Welfare 2026 di DoubleYou, appena l’1% della spesa complessiva nel 2025. Un dato che stride con la domanda dichiarata nella stessa indagine: il benessere fisico – che nel documento comprende sia l’attività sportiva sia i check-up medici – è tra le priorità più sentite sia dai lavoratori (43%) che dagli Hr (52%).
Le differenze generazionali rendono il dato ancora più significativo: il benessere fisico risulta prioritario per il 50% della Gen Z, davanti a Millennials e Generazione X (43%) e Baby Boomers (36%). Un bisogno trasversale, ma che si declina diversamente in base a età e storia personale.
In risposta a questo scenario nasce FSWA (Fondo Sanitario Welfare Aziendale, www.FSWA.it), la cassa sanitaria di DoubleYou, società del gruppo Zucchetti che dal 2014 affianca le imprese italiane nella costruzione del benessere delle persone. L’idea è di dare al credito welfare un canale dedicato e più capiente per l’accesso a cura e prevenzione: FSWA consente di rimborsare con il piano welfare spese mediche generiche e specialistiche, assistenziali e farmaci, tramite una piattaforma online con assistenza dedicata. La nuova soluzione garantisce inoltre un’ampia platea di beneficiari: oltre al nucleo familiare fiscalmente a carico, copre anche partner conviventi non sposati, genitori, suoceri, fratelli e nonni, anche se non conviventi. Ogni iscrizione include un consulto psicologico, prestazione che nella maggior parte dei fondi tradizionali non rientra tra le coperture di base.
«Non vogliamo essere solo una cassa sanitaria», spiega Umberto Cassinari, Ceo e co-founder di DoubleYou e di FSWA, «ma diventare un vero e proprio punto di riferimento per il benessere e la salute delle persone». L’ambizione è quella di trasformare con il tempo FSWA in un network completo per il benessere della persona, con tariffe agevolate e scontistiche dedicate su una rete di strutture e servizi.
Il welfare aziendale nasce per aumentare il potere d’acquisto delle persone e garantire loro l’accesso a servizi per il proprio benessere e quello della famiglia. Se il primo pilastro della sanità italiana continua a mostrare segni di debolezza, iniziative come FSWA indicano una direzione precisa: rendere la sanità una componente rilevante del welfare aziendale e non più una voce marginale tra le altre.
















