Scomettiamo che domani Mario Draghi sarà ancora presidente del Consiglio e ritirerà le dimissioni?
E’ il sentimento generale che si respira a Roma, nei Palazzi della politica, anche se quella “p” dovrebbe essere minuscola.
Ha incassato la supplica pressoché unanime della cosiddetta società civile, centomila firme raccolte da Renzi, 1000 sindaci, tutti i partiti tranne gli oppositori di Fratelli d’Italia e tranne qualche mal dissimulato mal di pancia tra le file della destra di governo. Come farà a dire di no, prendendosi la responsabilità di premere lui il bottone dell’auto-affondamento dell’esecutivo? Non lo farà: e incasserà la soddisfazione di aver vinto una prova di forza e di emarginare Giuseppe Conte e il suo ormai sparuto drappello di fedelissimi.
Non una grandissima figura, visto che aveva espressamente detto che non ci sarebbe mai stato un governo Draghi bis e senza i Cinquestelle, mentre la sostanza che si profila è proprio questa, o meglio: l’esecutivo va avanti con un pezzo di Cinquestelle che non si chiama più Cinquestelle.
Ricorda la prima grande gaffe, quando il premier disse che con una maggioranza coesa non era rilevante chi sedesse sulla poltrona più alta di Palazzo Chigi, una riformulazione elegante di quell’”uno vale uno” tanto caro proprio ai grillini, pronunciata come maldestra autocandidatura al Colle.
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Draghi andrà avanti
Comunque sia: Draghi resterà, e i suoi tanti – e comprensibili – estimatori, tra i quali anche Economy, nell’ottica emergenziale nella quale purtroppo tocca ancora porsi non potranno che gioirne. Resta il problema di fondo, però: non è senza politica che l’Italia ritroverà davvero la via dello sviluppo. E la presenza di Draghi a Chigi, col voto del “campo largo”, è appunto frutto e sintomo della sospensione della politica.
La scommessa vera quindi, quella che dovrebbe catalizzare i bookmakers, non è sulla durata di Draghi a Chigi in questa legislatura: è sull’esito delle prossime politiche, che cadano a dicembre, a marzo o a maggio. Il Centrodestra è un gorilla nella nebbia, con una sola leader lucida, la Meloni, che le cancellerie europee non sdoganeranno mai, o almeno non prima di una omologazione di cui ancora non si vede l’ombra; il centrosinistra balbetta draghismo implume. I voti in libera uscita sono quasi una metà del totale degli elettori. La legge elettorale è un disco rotto.
C’è uno spread di immaturità politica che non è meno grave di quello tra Btp e Bund.
















