La Survey L.U.I. 2025 di Fondazione Libellula arriva come un’ondata di aria fresca in un panorama spesso polveroso di dibattiti sulla parità di genere: per la prima volta, sono gli uomini a prendersi la scena, con oltre duemila voci maschili coinvolte in un’indagine che scardina stereotipi, conferma criticità e lancia una fotografia (questa sì, inclusiva) sulle nuove sfide della mascolinità in Italia. «Spesso quando si parla di genere ci si concentra esclusivamente sul femminile, dimenticando che esiste anche un genere maschile. Eppure, non può esserci reale cambiamento senza uno sguardo condiviso», sottolinea Mara Ghidorzi, Gender Expert di Fondazione Libellula e anima della ricerca. «Abbiamo voluto ascoltare il punto di vista degli uomini per avviare una nuova conversazione sulla parità: è evidente che su alcuni temi c’è ancora poca consapevolezza, ma siamo in una fase di cambiamento. Un cambiamento che, come ci racconta questa Survey, va sempre guidato. Va agita una responsabilità individuale e collettiva, come persone adulte nei confronti delle nuove generazioni e come donne e uomini, nelle relazioni che sviluppiamo nei contesti lavorativi e personali. Quel 90% è un dato importante: la parità non è qualcosa di parte, ma abbraccia tutti e tutte».
Il punto nodale, che taglia trasversalmente tutto il racconto, è questo: la parità non è una battaglia a somma zero, né la rivincita di un genere sull’altro. È una partita corale che finalmente comincia a vedere anche il maschile non solo come osservatore, ma come soggetto attivo, in grado di condurre il cambiamento. Basta numeri per dimostrarlo: il 90,5% degli uomini intervistati è profondamente convinto che una maggiore equità tra i generi, a casa e al lavoro, porterebbe benefici anche a loro.
Uno degli snodi più interessanti della Survey riguarda il tema dei congedi parentali: solo il 34,6% degli uomini parentali ha utilizzato tutto il congedo previsto dalla legge, certificando che il carico di cura è ancora disciplinato come “materno” persino nelle famiglie più moderne. Ma la vera rivoluzione si annida nella fascia dei 30-40enni: qui, la quota di padri che sceglie la strada del congedo pieno balza al 56,6%. Un dato che racconta la nascita di una generazione di uomini per cui la genitorialità non è più un parco giochi facoltativo, ma responsabilità e piacere vissuto pienamente. Emerge così un nuovo modello: papà che scelgono con consapevolezza di occuparsi del proprio tempo e dei propri figli, rifiutando la narrativa che la carriera sia (e debba essere) il destino unico del maschile. E tuttavia, il freno degli stereotipi culturali persiste: nella fascia 51-60 anni, chi utilizza tutto il congedo parentale precipita al 23%, segno di una generazione ancora legata alle vecchie divisioni tra chi produce reddito e chi cresce le nuove generazioni.
La Survey sottolinea anche che l’esperienza diretta modifica la consapevolezza: tra i padri, il 45,5% osserva come la maternità rallenti davvero la carriera professionale delle donne, ma la percentuale sale all’80% tra le donne. E questo salto, apparentemente vertiginoso, è la misura di quanto il privilegio continui a restare trasparente a chi lo vive, e viceversa di quanto sia preziosa la testimonianza di chi ogni giorno affronta barriere invisibili. Qui la parità può finalmente mostrarsi come un cammino condiviso e non come una concessione.
Nonostante i progressi e la narrazione mainstream, la strada verso la parità è disseminata di ostacoli sostanziali e percettivi. Quasi un uomo su tre (29,5%) ritiene che la parità di genere sia ormai “raggiunta”, segnando un peggioramento rispetto al 21% del 2023. È un dato allarmante che racconta uno scollamento sempre più marcato tra realtà vissuta e percezione del privilegio: chi vive in condizioni di favore spesso non riconosce le disuguaglianze strutturali che persistono, tanto che nel Global Gender Gap Index del World Economic Forum l’Italia languisce in fondo alle classifiche europee, e serviranno almeno 124 anni per colmare il gap. Solo il 6,5% delle donne condivide la convinzione che la parità sia un traguardo raggiunto.
Le generazioni più giovani sembrano però ancora più distanti da queste prese di coscienza: tra i ragazzi della Gen Z, crolla il senso di coinvolgimento personale rispetto al tema della violenza di genere e cresce, parallelamente, la percezione che alcune misure pro-equità possano discriminare proprio il maschile. Una spaccatura che si riflette anche nell’ecosistema digitale: la cosiddetta “manosphere” e la galassia di forum e community maschili – anche in Italia – trovano terreno fertile tra i più giovani, riproponendo un modello di mascolinità difensiva e spesso ostile alle conquiste femminili.
L’ultimo capitolo della Survey mette a fuoco il senso di corresponsabilità: oltre il 95% degli uomini e delle donne intervistati respinge l’idea che il contrasto alla violenza e alle discriminazioni sia compito esclusivo del top management o della politica aziendale. Al contrario, la lotta per l’equità viene percepita come “efficace e reale” solo nella misura in cui viene agita da ciascuno nel quotidiano, nei piccoli cambiamenti che costruiscono la cultura aziendale, familiare e sociale.
Perché, come ribadisce la Survey, senza una vera alleanza di genere – fatta di ascolto, riconoscimento, responsabilità concreta – nessun cambiamento sarà mai davvero irreversibile. E queste voci variegate, spesso in contrasto, ma tutte chiamate a un ruolo attivo, sono il motore di una società che, anche grazie a questa ricerca, oggi può finalmente riconoscere il “lavoro di cura” non più come retaggio femminile né come concessione, ma come patrimonio comune.
Le discriminazioni e i “vetri” ancora da infrangere
Uno dei dati più significativi della Survey arriva dal mondo del lavoro: oltre il 23% degli uomini ha cambiato attività a causa di molestie, discriminazioni o ambienti tossici – una fetta che cresce tra freelance e lavoratori delle microimprese, dove le tutele sono scarse e il clima spesso più asfittico. Le discriminazioni per orientamento sessuale toccano il 5,3% degli uomini (valore che sale tra i giovani e in presenza di studi post-laurea), mentre l’ageismo colpisce sia i più giovani (spesso tacciati di immaturità) sia i senior (bollati come “inadatti alle nuove tecnologie”).
Ma il vero spartiacque resta la questione salariale: quasi il 50% delle donne riferisce di percepire una retribuzione inferiore, a parità di ruolo e anzianità, rispetto ai colleghi uomini, mentre tra i maschi la consapevolezza della discriminazione cresce con l’età e con l’esperienza da padri. Sulla carta, il gender pay gap rilevato da Eurostat parla di un “modesto” 5,3%, ma basta incrociare altri fattori – come il part-time involontario, le interruzioni di carriera dovute alla maternità e la carenza di servizi di cura – per far schizzare la forbice al 22% secondo l’analisi Oxfam e il Global Index Gender Pay Gap. Da qui l’urgenza di azioni concrete, come la Direttiva UE 2023/970 in arrivo nel 2026 e la nuova Certificazione della parità di genere per le aziende italiane.
















