
di Cinzia Ficco
Nel 2017 l’Economist aveva definito i dati “il nuovo petrolio”. Oggi non basta disporre di informazioni: Per creare valore d’impresa, assicurarsi vantaggi competitivi sul mercato, è necessario saperle gestire, cioè renderle affidabili, disponibili, interpretarle e impiegarle in modo concreto. Di qui la necessità di un presidio, di figure che all’interno di un’organizzazione ne valutino la qualità, l’attendibilità e l’applicabilità.
«Un adeguato ed efficace sistema di governo dei dati che regola i processi di gestione e utilizzo dei dati – afferma Mauro Tuvo, Principal Advisor di Irion (nella foto), con Egle Romagnolli autore di un recente volume (Data Governance, FrancoAngeli), entrambi nel Comitato Scientifico Dama Italy – è una condizione necessaria per trasformare i dati da un ammasso di lettere e numeri in un fattore abilitante per il successo di un’impresa. Governare i dati significa attribuire ruoli e responsabilità nei processi attraverso i quali un’azienda o un’istituzione raccoglie, elabora, controlla, impiega i dati lungo il loro intero ciclo di vita. Un report, una dashboard, il risultato di una applicazione di intelligenza artificiale: sono il punto di partenza di un percorso che ha come obiettivo il controllo, l’attivazione di un processo, l’identificazione di un’opportunità, la mitigazione di un rischio per l’impresa. Ma sono anche il punto di arrivo di un processo che parte dall’identificazione, dall’acquisizione, dal trattamento dei dati necessari per arrivare alla loro produzione».
Quali sono i costi di una data governance efficace?
Quando parliamo di costi dovremmo considerare anche quelli dell’inazione: non presidiare la data quality, secondo gli analisti di Gartner costa in media alle aziende 13 milioni di dollari l’anno. Una cifra destinata ad aumentare con la maggior complessità del business e dei sistemi informativi. Anche per via dell’esplosione dei sistemi e progetti di intelligenza artificiale e machine learning. Soltanto negli Stati Uniti, gli errori nei dati hanno un effetto negativo sull’economia pari a 3,1 miliardi di dollari l’anno, avvertiva una stima Ibm del 2016, con gravi conseguenze come la mancata produttività, l’indisponibilità dei sistemi informatici e i costi di manutenzione più alti. E in molti casi – per il 60% dei rispondenti – le organizzazioni non riescono nemmeno a fornire un numero sugli impatti finanziari del fenomeno, perché – come emerge sempre da Gartner – non ne misurano le conseguenze sul bilancio.
Sì, ma quanto costa a un imprenditore assicurarsi una data governance che crei valore?
I costi di un sistema di data governance possono essere elevati. Il nostro modello Value Based Data Governance valuta i costi/benefici, sia di una singola iniziativa o progetto sia di un intero e ampio presidio di governo dei dati in azienda. Più è maturo il modello di gestione, più i dati hanno valore e generano valore per un’azienda. Esistono modelli specifici per valutare i costi relativi alla gestione dei dati in base alla loro tipologia e all’impatto che questi hanno, ad esempio, sulle decisioni del management nonché del tipo di utente (data producer, data consumer, data hub). Specifico che non esiste un unico modello di governo dei dati, ma tanti a seconda delle dimensioni e della complessità dell’azienda, del grado.
Come la data governance agisce sulla reputazione di un’azienda?
Una scarsa data quality crea esternalità negative a cascata: è la prima causa di fallimento nei progetti advanced analytics, secondo una ricerca del Politecnico di Milano. Un buon livello di governo del patrimonio informativo crea benefici per l’intero sistema economico, aumentando la trasparenza anche nei confronti dei consumatori. Non solo: la protezione della privacy ne risulta rafforzata, così l’esperienza del cliente, che sarà più soddisfatto e fidelizzato e potrà disporre di prodotti e servizi migliori, nonché di transazioni più sicure, online e offline.
Quali sono i settori che dovrebbero con urgenza ricorrere alla data governance?
Il settore finanziario è tra i più maturi, ma oggi la sensibilità generale è cambiata. Molte più aziende hanno fame di data governance, perché devono essere sempre più competitive, ridurre la complessità e il sovraccarico informativo, fare miglior uso dei propri collaboratori rendendoli più produttivi, automatizzare le loro attività manuali e liberare risorse per quelle strategiche, a maggior valore aggiunto. Gli esempi più frequenti: energia e utility, manifattura, retail, logistica e pharma. Le logiche di governo dei dati sono in buona parte trasversali ai settori di business. La cultura del dato non è più una scelta se si vuole competere. Negli ultimi tre anni le Dama Italy Survey (l’indagine annuale realizzata dal chapter italiano dell’associazione mondiale degli esperti di data management) svolte tra banche, assicurazioni e agende energetiche hanno mostrato come investire nella qualità dei dati crei maggiore fiducia interna nei processi. Servono risorse adeguate, ma soprattutto modelli – come quello Value Based che stiamo sviluppando – per stabilire le priorità e il rapporto costo/benefici delle iniziative di data governance. In questo modo si favorisce il dialogo in ogni azienda tra i data leader e i top manager, che devono stanziare i budget necessari per le attività di presidio e governo dei dati. Abbiamo numerose collaborazioni con il mondo accademico, ad esempio l’Osservatorio Big Data & Business Analytics del Politecnico di Milano (di cui Irion è partner), la Cattolica, il Politecnico di Torino e l’Università di Modena e Reggio Emilia. Non dimentichiamo che la data governance favorirà l’occupazione di figure professionali come quella dei data steward, che sta assumendo una rinnovata centralità. Si tratta di custodi, collaboratori di colleghi più tecnici che gestiscono gli strumenti operativi e il funzionamento dei sistemi.
Le opportunità per monetizzare
«Non sono i dati in sé ad avere valore, ma le relazioni e gli insight in essi contenuti. Quantificandoli possiamo fare previsioni. Queste ultime creano opportunità per monetizzare, tramite una serie di use case, ossia esempi e scenari aziendali concreti». A dichiararlo Egle Romagnoli, Head of marketing Irion, esperta in Information data governance, che con Irion e i suoi partner sta organizzando eventi per diffondere non solo la cultura del dato, ma anche un modello matematico utile a calcolare in modo concreto il valore economico dei progetti e programmi di governo dei dati.
«La data governance – chiarisce – richiede un’evoluzione organizzativa e tecnologica per cogliere le opportunità potenziali nascoste nei dati. I dati aiutano le organizzazioni a governare i processi di business e ottimizzare le risorse». In un’organizzazione è preferibile “isolare” chi gestisce i dati, creare “reparti speciali“: «È importante garantire l’accesso democratico ai dati. E si arriva a ciò, gestendo in modo adeguato l’accesso, affinché essi siano al contempo affidabili, tempestivi e disponibili a tutti i data user di un’organizzazione. Un ambiente condiviso e controllato, con regole chiare e giuste, favorisce la condivisione non anarchica delle informazioni in azienda». Ma c’è il nodo della protezione dei dati. «Governare i dati significa garantire anche il rispetto delle normative privacy come il Gdpr, il Regolamento generale sulla protezione dei dati. Gestire l’archiviazione delle informazioni, mascherarle e/o anonimizzarle sono passaggi importanti per garantirne la sicurezza. Piattaforme come Irion sono supporti importanti per garantire la qualità, la disponibilità e la sicurezza delle informazioni presenti in azienda».















