VLADIMIR PUTIN

Una seconda Grande Guerra Patriottica, maiuscole d’obbligo, come quella combattuta dai sovietici dal 22 giugno 1941, data dell’invasione nazista, la famosa operazione Barbarossa, al 9 giugno 1945 quando un soldatino dell’Armata Rossa, come testimonia la celebre fotografia pubblicata su tutti i libri di storia, si arrampicò sul tetto della Cancelleria a Berlino per far sventolare sulla città devastata dai bombardamenti alleati (Hitler si era già suicidato e il suo cadavere bruciato dalle ultime SS fedeli) la bandiera rossa, la stessa che nei giorni scorsi un astronauta ha mostrato alle telecamere della stazione spaziale internazionale prima del rientro sulla Terra (perché ormai russi e occidentali non si capiscono più neanche tra le stelle).

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Una seconda guerra patriottica contro i nazisti insediati a Kiev: questo doveva essere l’operazione militare speciale di Putin, l’invasione dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio con “l’obiettivo di denazificare il paese fratello e contenere la crescita dell’estrema destra nazionalista che ormai cavalca la russofobia più aggressiva” (dal discorso del boss del Cremlino del 21 febbraio).

Putin e l’eredità della vittoria dell’URSS su Hitler

Nei piani tutto si sarebbe dovuto concludere in pochi giorni, i soldati dell’armata russa accolti come liberatori, il presidente Zelensky ucciso o costretto alla fuga e l’Ucraina, ripulita dai nazisti, ricongiunta in qualche modo alla grande madre Russia.

Non è andata così per fortuna dell’Ucraina (che tutt’ora combatte coraggiosamente contro l’invasore) e dell’Occidente che, a suo modo e con mille contraddizioni tra Europa e Stati Uniti, combatte con le armi dell’economia contro i disegni imperiali di Putin. Il quale, probabilmente, avrebbe voluto celebrare la sua personale guerra patriottica il 9 maggio prossimo, lunedì, il giorno della gigantesca sfilata militare sulla piazza Rossa a Mosca sotto gli occhi del mondo (finora c’è arrivata solo qualche immagine dei preparativi, carri armati e obici in movimento per le strade secondarie della capitale).

Sarebbe stato il suo trionfo perché Putin si ritiene il vero unico erede di quella tradizione, l’ultimo testimone post-sovietico di una storia – la vittoria dell’Urss sul regime nazista – che è, dai tempi di Breznev come si dirà più avanti, la base identitaria, forse l’unica, su cui è stata costruita l’ideologia (imperiale) della Federazione dopo la caduta del Muro e il disfacimento dell’impero sovietico.

Dai nazisti di ieri alla denazificazione dell’Ucraina

Putin ce lo ha ricordato più volte in tutti questi anni, da quando il suo mentore, uno Eltsin ormai devastato dall’alcolismo, gli affidò – proprio a lui, l’ex ufficialetto del Kgb, il più grigio dei suoi collaboratori – la guida del Paese. Il 9 maggio del 2021, l’anno scorso, parlando dalla piazza Rossa ricordò al mondo che “il popolo sovietico (disse proprio così, il popolo sovietico: ndr) ha liberato l’Europa dalla peste bruna…”. E qualche anno prima, sempre nel discorso del 9 maggio, aveva voluto precisare che “il nostro Paese ha offerto la libertà ai popoli di tutto il mondo” (battendo il nazismo in una guerra costata 26 milioni di morti, di cui 16 milioni di civili, stando ai calcoli dello storico francese Nicolas Werth, il più grande studioso dell’Urss).

Il 9 maggio prossimo, lunedì, Putin non potrà fare il parallelo tra quel conflitto mondiale e la “piccola” guerra del Donbass visto che la denazificazione non s’è conclusa e non si vede nessun soldato russo che sale sul tetto del palazzo presidenziale di Kiev per ammainare la bandiera azzurro-gialla dell’Ucraina. Ma, certamente, insisterà sull’eredità storica anti-nazista della Russia, sul suo ruolo di paese liberatore che è – pensateci bene – anche un modo per legittimare l’invasione di un Paese sovrano dove il peso dei nazionalisti, cioè dei nemici della Russia, è assolutamente residuale, come provano i risultati dell’elezione di Zalensky (73% dei suffragi nell’aprile del 2019) e tutti i sondaggi fatti prima e dopo.

Nessuno sminuisca l’eroismo russo di ieri (e di oggi)!

Del resto, è stato proprio Putin, nel luglio del 2020, a inserire nella Costituzione della Federazione la celebrazione del 9 maggio e “la difesa della memoria dei difensori della patria” aggiungendo il divieto di “minimizzare il significato del loro eroismo”.

In questo modo il nuovo zar del Cremlino ha voluto dare una copertura costituzionale all’articolo 354.1 del Codice penale della Federazione che considera reato la riabilitazione del nazismo” e per questo vieta “la diffusione di informazioni false sulle attività dell’Urss durante la seconda guerra mondiale; la diffusione di notizie manifestamente irrispettose sulle date delle glorie militari e le date memorabili della Russia relativamente alla difesa della patria”.

Se leggete bene vi accorgerete che l’obiettivo vero del Codice è colpire le ricostruzioni e il lavoro degli storici non allineati e le versioni ufficiali del Cremlino. La FIDH, la Féderation internationale pour les droits humains (che proprio quest’anno, 2022, fa un secolo e vede impegnati 164 paesi ora sotto la guida di un’avvocatessa dei diritti civili del Botswana, Alice Mogwe) ha pubblicato nel 2021 un rapporto dal titolo “Russia, tutti i crimini contro la storia” nel quale si dimostra come la ricostruzione della Seconda guerra mondiale vista con gli occhi di Mosca sia diventata un ulteriore strumento per colpire il dissenso. Uno studente universitario, per dire, s’è visto condannare (a una ammenda pesantissima, ma non sappiamo altro) per aver scritto sul suo sito che “nazisti e comunisti si sono alleati e hanno attaccato insieme la Polonia: così è cominciata la seconda guerra mondiale”.

Si tratta del famigerato patto Ribbentrop-Molotov del 1939 che, come si sa, è quello che ha permesso a Hitler e Stalin di spartirsi la Polonia ma che, secondo la vulgata storica della Federazione russa, è stato solo un modo per difendere l’Urss dall’aggressività del regime nazista.

L’Homo sovieticus non più comunista ma nazionalista

Anche Putin, probabilmente ben istruito dagli esperti della Società russa di storia militare (un organismo creato nel 2012 per “riscrivere” le vicende del secondo conflitto mondiale in chiave pro-Cremlino, per esempio negando le fosse di Katyn, il massacro staliniano di migliaia di ufficiali polacchi), in un discorso del 2015  è arrivato a dire che “all’epoca, dopo la Conferenza di Monaco del 1938, l’Urss fu lasciata sola dall’Occidente a fronteggiare la Germania di Hitler per cui, mentre francesi inglesi e italiani giocavano alla pace, fu costretta a firmare il patto di non aggressione con Berlino”.

Neanche una parola sugli accordi segreti di spartizione della Polonia che erano, invece, il vero contenuto del patto come ricorda la storica americana Marlène Laruelle, docente alla George Washington University e autrice di un saggio, “Is Russia fascist?”, che riletto oggi offre un punto di vista straordinario sulla Russia post-sovietica e sul putinismo.

Con molta probabilità, alla domanda della Laruelle, si può rispondere di sì, che la Russia di oggi è un regime fascista, autoritario, imperialista e che il mito della Grande Guerra Patriottica, quella che si celebra il 9 maggio, è solo uno dei mezzi, certo il meno cruento, per legittimarsi e tenere insieme un Paese i cui cittadini, come avviene in tutti i regimi autoritari, sono indottrinati per diventare cloni del perfetto “homo sovieticus” non più comunista ma nazionalista (l’immagine è del giovane storico russo Andreï Kozovoïche ha dedicato più di un saggio su questa trasformazione della Russia che data, secondo lui, dall’era di Breznev, il segretario del Pcus che ha inventato il mito della vittoria contro il nazismo – con lui cominciano le celebrazioni del 9 maggio e le grandi parate militari sulla piazza Rossa, la prima nel 1965 per il ventennale della vittoria – e creato, alla vigilia del crollo dell’Urss, la dottrina dell’unità popolo-partito-esercito).

Tutte menzogne, avrebbe detto e scritto l’Ong Memorial che per anni ha raccolto testimonianze e testimonianze sui crimini del regime sovietico se Putin, cresciutonell’Urss di Breznev, non avesse deciso di chiuderla nel 2021 giustificandosi così: “Non è vero che tutta la storia dell’Urss è fatta di gulag e di repressioni”.

E guai a non credergli come hanno fatto gli ucraini che nel febbraio 2014 scesero in piazza, in piazza Maidan, gridando “Gloria all’Ucraina!” che era l’urlo di Stepan Bandera, il controverso leader dei nazionalisti che, durante la guerra, si schierò con i nazisti ma poi finì in un lager e, una volta liberato, aiutò l’Armata Rossa che aveva invaso il Paese e quindi, dopo la guerra, fu assassinato da un agente del Kgb.

Gloria all’Ucraina! era troppo per uno come Putin che la gloria la vuole solo per sé e la sua Russia, la grande potenza che ha vinto la Grande guerra patriottica, ma non l’operazione militare speciale nel Donbass, Ucraina, il paese che parla russo ma non ama Mosca e il suo regime.

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Giuseppe Corsentino
Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.