I segnali d’allarme sono evidenti. Secondo il Rapporto sull’invecchiamento 2024 realizzato dal Mef per la Commissione Europea, nel 2022 la cosiddetta Pension System dependency ratio (Sdr), ovvero il rapporto tra numero di pensionati e di lavoratori attivi, indicatore cruciale della capacità di tenuta del sistema previdenziale, era pari a 0,63, un valore considerato a rischio. Il rapporto stimava che l’indice sarebbe salito a 0,7 nel 2030; ma lo scorso mese di aprile l’Inps ha dichiarato che già quest’anno siamo a 0,76. Il sorpasso delle pensioni pagate sul numero di occupati è già avvenuto al Sud: nel 2024 erano 7,3 milioni contro 6,4. Anche a livello nazionale, secondo tutte le stime il numero di pensionati e lavoratori tenderà a convergere sempre più nei prossimi anni, per l’allungamento dell’aspettativa di vita dei 65enni a 21,2 anni, e – nel lungo periodo – per il tasso di natalità ai minimi storici: 1,18 figli per donna nel 2024. Secondo l’Inps inoltre la spesa pubblica per le pensioni dovrebbe raggiungere quest’anno i 289,35 miliardi di euro, pari al 15,3% del Pil, percentuale che salirà al 17,1% nel 2040; mentre la media dell’Ue era al 12,2% nel 2022. Siamo così al penultimo posto al mondo per sostenibilità del sistema pensionistico, secondo il Mercer Cfa Institute Global Pension Index 2025. Maglia nera è l’Austria, ma siamo comunque al 52° posto su 53 Paesi esaminati. Giulio Tremonti, primo firmatario di una proposta di legge che punta a detassare la società civile che svolge attività di interesse pubblico, ha messo nero su bianco: «In una non remota prospettiva temporale, fra pochi anni, all’autunno demografico verrà ad aggiungersi un altro tipo di autunno: l’autunno democratico. La prevista progressiva riduzione dell’assistenza sociale pubblica avrà infatti carattere regressivo, perché destinata a svilupparsi all’interno di una società in cui pochi potranno comunque garantirsi un proprio welfare privato, mentre la massa degli altri subirà senza alternative la progressiva drammatica riduzione del welfare pubblico».

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Questo il quadro, tutt’altro che roseo. Gli italiani ne sono consapevoli: secondo una ricerca di Nomisma per Athora Italia sul rapporto tra gli italiani e il risparmio e la previdenza, il 62% ritiene che la pensione pubblica sarà insufficiente a garantire il proprio stile di vita. Ciononostante, solo il 38% ha valutato la sottoscrizione di una pensione complementare o intende farlo. Su questa discrepanza tra consapevolezza e azione, oltre che sull’inadeguatezza della risposta pubblica all’emergenza, si è innestato uno sforzo creativo e promozionale da parte del mondo dell’industria di risparmio, con una sola parola d’ordine: integrate! Sono numerosi SGR e asset manager che negli ultimi mesi hanno spinto i loro prodotti di previdenza integrativa proprio puntando sul messaggio, più o meno esplicito, che la pensione pubblica non sarà sufficiente – sempre che reggerà. Ma al di là delle logiche di marketing, c’è qualcosa che non torna. Dalla stessa ricerca di Nomisma per Athora Italia emerge il motivo per il quale l’incertezza sul futuro non si traduce in azioni concrete di protezione e pianificazione: un’insufficiente o scarsa capacità di risparmio, evidenziata dal 43% degli italiani, con un quadro in deterioramento. Il 44% degli italiani dichiara di aver visto peggiorare la propria capacità di risparmio rispetto a due o tre anni fa e, in prospettiva futura, quasi un italiano su quattro teme un ulteriore degrado della propria situazione finanziaria familiare. La sfiducia nel sistema pubblico, inoltre, spinge il 37% degli italiani a valutare la possibilità di posticipare il momento del ritiro dal lavoro, per continuare a percepire uno stipendio (48%) o per avere una pensione più alta (46%). Di qui la lubranesca domanda che sorge spontanea: se la fetta di risorse destinate ai lavoratori italiani (e non solo) è sempre più ristretta, la soluzione per il sistema previdenziale è chiedere loro di tirare ulteriormente la cinghia per integrare, oppure tornare a una politica di redistribuzione della ricchezza complessiva abbandonata da diversi decenni a tutto vantaggio dei patrimoni sempre più enormi di una quota sempre più ridotta della popolazione?

L’attuale sistema pensionistico italiano funziona a ripartizione. I contributi versati dai lavoratori non vanno in un loro salvadanaio, ma servono a pagare le pensioni degli attuali pensionati. Un sistema che è in equilibrio solo se ci sono abbastanza lavoratori e se i contributi sono sufficienti: di qui l’allarme per il continuo aumento dell’indice Sdr. «Un sistema a ripartizione è uno schema Ponzi» dice a Economy Marco Liera, giornalista finanziario con alle spalle una lunga carriera al Sole 24 Ore, Ceo di Wide Data Management e autore della newsletter Il Capitale (marcoliera.com), «perché non c’è accumulazione, quindi chi incassa non lo fa da un capitale che ha accumulato, ma dai lavoratori che stanno pagando, i quali a loro volta sperano che quando saranno loro a dover incassare ci saranno altri che pagheranno per loro. Lo schema Ponzi funziona proprio così». Tanti sistemi previdenziali nel mondo hanno comunque scelto questo schema come base della previdenza. «In una condizione che oggi non c’è ma che in passato c’era, cioè quella di nuove forze lavoro che subentrano in modo abbondante, con un adeguato tasso di natalità, la forza lavoro è talmente ampia che riesce a mantenere quelli che percepiscono la pensione» rimarca Liera. «Per motivi demografici questo non sta più accadendo ormai da tempo, e quindi un sistema a ripartizione così non funziona più». Certo il paragone è inquietante, visto che lo schema Ponzi è destinato a crollare… «Il sistema previdenziale sarebbe già fallito se non ci fosse il trasferimento dalle tasse» aggiunge Liera, «dovrebbe stare in piedi da solo con i contributi dei lavoratori, ma questi non bastano, e quindi ogni anno bisogna tappare il buco con la fiscalità. Per quanto si possa andare avanti a chiudere con la fiscalità collettiva le falle di uno schema Ponzi che dovrebbe essere già fallito da tempo, non saprei dire». Quindi, meglio anticipare l’uscita: «Dal punto di vista individuale, non è il caso di aspettare 3-4 anni per prendere una pensione più alta: meglio incassare il prima possibile, perché negli schemi Ponzi chi esce prima è quello che ha un vantaggio. Piuttosto si faccia la trasformazione del montante in contributivo, anche se con le regole attuali la pensione è più bassa, ma almeno si può cominciare a incassare 64 anni e non si devono aspettare i 67». 

Poi ci sono quei pensionati con il sistema retributivo che percepiscono lauti assegni; ai più giovani in età lavorativa che pagano le loro generose pensioni questo sta bene? «Se si andasse a chiedere ai figli e nipoti dei grassi pensionati retributivi, ben pasciuti, che hanno delle pensioni sproporzionate rispetto ai contributi versati: sentite, ma a voi andrebbe bene tagliare la pensione di vostro padre o nonno e avere così un calcolo più equo della loro pensione a vostro vantaggio?» ipotizza Liera. «A quel punto i loro contributi non andrebbero a finanziare le pensioni dei già pensionati come accade nel sistema a ripartizione, quindi nel loro interesse il sistema avrebbe un maggiore equilibrio, e sarebbe più improbabile che non venissero pagate loro le pensioni un domani quando smetteranno di lavorare. Ma figli e i nipoti di questi pensionati ben pasciuti accetterebbero una proposta del genere? Io ho seri dubbi. Perché prevale spesso una preferenza politica familistica. Chissenefrega del sistema, dice l’elettore, io voglio che mio padre, mio nonno, mia madre, mia nonna continuino a prendere questa mega pensione. Perché? Perché mi stanno mantenendo». Un dato su tutti rende più credibile questa ipotesi: nel 2024 il 63,3% dei maggiorenni under 35 viveva ancora con la famiglia d’origine; tra i 25 e i 34 anni il dato scende, si fa per dire, al 44%. È il ritratto di un Paese la cui ricchezza arriva sempre più dagli anziani e non dai giovani. «Non può che essere così. In Italia per decenni, sempre in cambio del voto, perché la leva è sempre stata quella, si sono fatte promesse, si sono dati mari e monti a una generazione: tutto è eredità di quel periodo» aggiunge Liera.

Vista l’esiguità dell’assegno prossimo venturo, non solo, o non tanto, si progetta di posticipare l’uscita dal mercato del lavoro per rimpinguarlo; si diffonde piuttosto la pratica di continuare a lavorare dopo la pensione, specie tra i professionisti. È attivo l’81% dei pensionati commercialisti, come il 77% degli avvocati, il 67% di architetti e ingegneri, il 31% di medici e dentisti – sono oltre 36mila, i più numerosi in termini assoluti. «Per questo secondo me non bisognerebbe chiamarla più neppure pensione» conclude Liera, «bensì payback, la restituzione dei contributi versati».

Ma il sistema previdenziale è fuori equilibrio nel suo complesso, oppure è zavorrato da una sua componente? «Il sistema eminentemente pensionistico in sé è sostenibile» dice a Economy Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. «È il sistema assistenziale che è scappato di mano, andando completamente fuori controllo, complici le continue elezioni». Il Rapporto di quest’anno di Itinerari Previdenziali, numero 12, evidenzia che nel 2023 il costo totale delle prestazioni è stato pari a 267 miliardi, mentre il totale delle entrate contributive ha raggiunto i 236 miliardi, con un saldo negativo di 30,4 miliardi. «Ma al netto dell’Irpef che grava sulle pensioni, che nel 2023 era pari a circa 65 miliardi, il saldo è positivo per circa 35 miliardi: quindi il sistema delle pensioni regge» afferma Brambilla. Il problema dunque è da un’altra parte. «Le uscite nette per pensioni al netto dell’Irpef nel 2024 sono pari a circa 195 miliardi. La quota che nello stesso anno il governo ha trasferito all’Inps per pagare tutte le assistenze, quindi l’assegno unico universale per i figli, il bonus bebè, la 14esima mensilità per i pensionati, l’importo aggiuntivo, l’integrazione al minimo, la maggiorazione sociale, la social card, la carta dedicata a te, eccetera, sono costate 180 miliardi. Totalmente a carico della fiscalità generale» incalza il Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.

Questo trionfo dell’assistenza comporta un’ulteriore complicazione: fa sembrare il sistema peggiore di quello che è. «L’eccesso di spesa assistenziale computata sotto la voce pensioni può generare presso la UE un allarme per spesa eccessiva: è già successo nel 2011, con la conseguenza della legge Fornero» osserva Brambilla. «Che cosa può pensare di fronte a questi dati la Commissione Europea, o un parlamentare europeo? Che gli italiani sono i soliti pizza e mandolino, hanno un debito che ha superato i 3.050 miliardi e continuano a spendere in pensioni» sottolinea Brambilla.

Altri dati sono emblematici: «I pensionati sono 16.305.000, e quelli totalmente o parzialmente assistiti sono il 43%, circa 7 milioni» mette in evidenza il Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. «Il 60% degli italiani paga l’8% dell’Irpef, e solo per garantire la sanità – che costa 2.220 euro pro capite – a questo 60%, al netto di questo 8% versato ci vogliono 55 miliardi. Poi c’è il 17,5% degli italiani dichiara più di 35mila euro e si accolla il 64% di tutta l’Irpef, il 90% dell’Ires e un po’ di più dell’Irap: può andare avanti un Paese così?». Tutto ciò si ripercuote sulle pensioni. «Abbiamo il 43% dei pensionati totalmente (la metà) o parzialmente assistiti, perché non ha pagato i contributi» continua Brambilla. «Negli ultimi tre anni abbiamo avuto circa 250mila richieste di assegno sociale da parte di ultra 67enni sprovvisti di reddito. Di questi la maggioranza era assolutamente sconosciuta all’Inps e al fisco. Abbiamo complessivamente in pagamento quasi 880.000 assegni sociali, 2 milioni e mezzo di invalidi civili, e così via. Sarebbe potuto accadere in Olanda, in Danimarca, in Germania? No, perché in quei Paesi se non hai mai fatto una dichiarazione dei redditi e hai superato i 35 anni ti chiamano per capire di che cosa vivi. Dobbiamo deciderci: continuiamo con il solito piagnisteo – perché questi sono fragili, perché questi sono deboli… Oppure vogliamo rendere sostenibile non solo il sistema pensionistico, ma il bilancio del Paese? Dobbiamo continuare a fare debiti che pagheranno le giovani generazioni perché nessuno paga? Poi scopriamo che l’Agenzia dei monopoli ci dice che nel 2024 gli italiani hanno giocato, solo al gioco legale – gratta e vinci, slot machine eccetera – 150 miliardi, mentre la sanità è costata 133 miliardi».

E i governi? «Invece di premiare il lavoro, premiano il non lavoro» insiste il Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. «Le pensioni retributive dei dirigenti d’azienda, di banca, di quadri e funzionari, che hanno pagato tutti i contributi, sono già stata decurtate all’inizio, perché mentre per tutti gli altri lavoratori valeva il 2% di coefficiente per ogni anno, quindi con 40 anni di lavoro la pensione era pari all’80% dell’ultimo reddito, per questi lavoratori il coefficiente era l’1,2%, in 40 anni il 48% del reddito. Eppure queste pensioni sono state ulteriormente decurtate negli ultimi 15 anni di ben il 21%. Le pensioni assistenziali, invece, sono state non soltanto rivalutate al 100% dell’inflazione, ma gli è stato dato un 1,5% una volta, un 2% un’altra volta e anche quest’anno 20 euro in più».

Dulcis in fundo, le pensioni per i falsi invalidi. Sono tanti gli emuli del tennista che zoppica a comando di Cetto La Qualunque. Come l’arzillo settantenne di Vicenza che percepiva la pensione di invalidità dal 1972 per cecità assoluta, ripreso dalle Fiamme Gialle mentre acquistava frutta e verdura al mercato, scegliendo con cura e pagando in contanti, per poi dedicarsi ad attività di giardinaggio con attrezzi come forbici da potatura e tagliasiepi. Il giardiniere tenace è stato rinviato a giudizio per truffa ai danni dello Stato lo scorso ottobre: ci è costato un milione di euro.

Complementare, nodo Tfr

Rafforzare la previdenza complementare è ormai un imperativo categorico. Ma come? «In primo luogo si deve accrescere la consapevolezza, quindi la cultura finanziaria e quella previdenziale sono fondamentali» dice Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza. «Ma considerato che le risorse sono scarse, soprattutto per giovani e donne, c’è poca voglia di pensarci, proiettandosi in un futuro molto lontano, ultraquarantennale o anche ultracinquantennale». In altri Paesi, come il Regno Unito, si è introdotta una sorta di obbligatorietà di adesione, salvo la possibilità dell’opting out. «È una soluzione ragionevole, perché affidandosi alla sola volontà dei singoli è difficile fare progressi» rimarca Corbello. «Da noi però il problema è più complicato, perché gran parte delle aziende non sono grandi, ma medie o piccole: la previdenza complementare mette in gioco il Tfr, che per loro è una forma di autofinanziamento. Sarebbe utile reintrodurre il fondo di garanzia che permetteva di finanziare alle imprese l’importo del Tfr versato nel fondo pensione. Ma forse la soluzione potrebbe essere di estrema gradualità: iniziare con l’obbligatorietà per i neo-assunti, salvo la facoltà di rifiuto. Potrebbe essere il primo passo verso un percorso che, seppure a passo di lumaca, pian piano porterebbe ad avere una diffusione abbastanza capillare della previdenza complementare».