
La banca ha sicuramente un ruolo essenziale in termini di volumi e prodotti di credito alle imprese che non sarà mai superato da altri soggetti, ma per alcune esigenze il fintech si potrebbe presentare maggiormente adatto alle piccole e medie imprese grazie a tre caratteristiche oggi proposte: trasparenza, flessibilità e soprattutto, velocità. Tuttavia, anche i tesorieri più “advanced” spesso non sfruttano queste opportunità, o per mancanza di informazioni o per una naturale diffidenza verso le novità. Altro impedimento, va aggiunto, è anche la mancanza di personale ben formato, oltre alla scarsa interoperabilità tra vecchia e nuova finanza. Però è evidente che il finTech funziona e sono i numeri a dirlo. Guardando i tassi di crescita, secondo i dati dell’associazione ItaliaFintech, nel solo 2020 le società appartenenti al business lending hanno concesso nuovo credito alle Pmi per 1,65 miliardi di euro, con un incremento del 450% rispetto ai 372 milioni di nuovo erogato nel 2019.
Al contrario le banche continuano a stringere le maglie del credito, in particolare, per le Pmi: negli ultimi 10 anni, i prestiti delle banche italiane alle imprese sono crollati di oltre 186 miliardi di euro (20 miliardi all’anno, dagli 856 miliardi di luglio 2010 ai 669 miliardi di luglio 2020), secondo il rapporto sul credito realizzato dal Centro studi di Unimpresa. Tutto ciò è confermato dall’ultimo bollettino di Banca d’Italia che parla di un “irrigidimento delle condizioni di accesso al credito per le imprese di minore dimensione”. Se la media non è ancora peggiore è anche e soprattutto grazie agli aiuti di Stato resisi necessari per gestire le enormi criticità di liquidità esacerbate dallo scoppio della Pandemia.
Anche a livello geografico, il fintech italiano, in realtà, è un’attività che si concentra nelle mani di alcune regioni e non in tutta la Penisola. Il 75% delle imprese italiane del settore sono localizzate in tre regioni: Lombardia (quasi il 50%), il Lazio (16%) ed Emilia-Romagna (9%). Le altre imprese sono distribuite nel resto del Nord, con qualche presenza minoritaria in Puglia. Sono piccole e medie imprese, composte da una media di 18 addetti ciascuna e con un attivo di bilancio di poco meno di 4 milioni di euro. E poi ci sono le imprese fintech che operano in Italia, ma che hanno sede all’estero: soprattutto nel resto dell’Unione Europea, in Nord America e a Londra.
Sicuramente poi l’ingrediente vincente nell’attraversare il Rubicone sarà proprio una maggiore collaborazione tra banche e startup fintech: dai progetti per innovare l’erogazione di credito e pagamenti digitali, tra cui il mobile banking, il digital lending e i servizi connessi con l’open banking alle attività dedicate all’innovazione nei processi di business operations, governance d’impresa, e servizi di investimento e assicurativi, c’è ampio spazio nel fornire il miglior servizio al cliente impresa e, quindi, al tesoriere.
















