Il direttore Svimez Luca Bianchi

Non spara più, intimida meno – solo quando è strettamente necessario – e ha drasticamente diminuito le attività “illecite”. Rapine, furti ed estorsioni? Un lontano ricordo, roba da mafie del secolo scorso. I clan mafiosi nel Terzo Millennio fanno meno rumore e più affari. Come? Facendo da “banche d’investimento” per business nei quali è facile remunerare il capitale.

Riciclaggio, soldi a chi è in crisi e corruzione negli appalti pubblici

«Da un lato riciclano danaro e acquisiscono patrimoni, partecipando ad esempio alle aste giudiziarie dei beni oppure entrando nella gestione delle imprese in difficoltà o ancora intestando fittiziamente le attività a prestanomi. E dall’altro fanno leva sulla corruzione per drenare i grandi flussi di danaro pubblico come può essere in questo momento storico il Recovery Fund». Il direttore della Svimez Luca  Bianchi, ha spiegato in maniera chiara il nuovo modus operandi delle organizzazioni criminali in una intervista rilasciata ad Avvenire, nell’inserto  dedicato alla Calabria.

I clan si infiltrano nell’economia legale attraverso riciclaggio, investimenti e corruzione

Dai rifiuti alle pompe funebri, all’affare ci pensano i colletti bianchi  

Bianchi ha enucleato anche i settori dove i boss stanno iniettando i grandi capitali di cui dispongono: «si tratta di settori strategici – ha detto – dall’eolico, all’offerta di servizi, fornitura di dispositivi medici e farmaceutici, dal ciclo dei rifiuti, all’intermediazione immobiliare e finanziaria, oltre a quelli tradizionali, quali la ristorazione, il  commercio, la logistica, l’edilizia, i servizi funebri, i trasporti, le scommesse». Ma come avviene lo sversamento della liquidità illegale a disposizione delle cosche mafiose nei settori produttivi? Il direttore dello Svimez punta il dito su una categoria nota, quella dei “colletti bianchi“: «La malavita», puntualizza, «si serve di professionisti e figure competenti, che agiscono con fare imprenditoriale e assumono il volto  legale dell’agire economico».

Adesso nel mirino c’è il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza 

Il Rapporto annuale della Svimez, presentato di recente, aveva già lanciato l’allarme denunciando il peso ormai acquisito dall’economia illegale nello sviluppo dell’Italia. Bianchi ha parlato anche di come tutelare i fondi del Pnrr dalla longa manus della criminalità: «Il Presidente Draghi lo ha ripetuto più volte: non bisogna abbassare il sistema dei controlli per inseguire la spesa, in particolare attraverso incroci di banche dati patrimoniali, per sventare possibili infiltrazioni malavitose nei gangli del Pnrr.  Esiste un rischio che non riguarda più solo il Mezzogiorno e che richiede una massima trasparenza nelle procedure».