«La mafia ormai è globale, per fermarla serve un “armadio digitale” per condividere le informazioni»
Federico Cafiero De Raho, Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo

Parla di “armadio digitale” Cafiero De Raho. Un contenitore virtuale da riempire con informazioni di qualunque tipo in arrivo da ogni parte del mondo, sulle organizzazioni criminali, i loro contatti, i loro traffici, i loro interessi, i canali di riciclaggio. Secondo il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, quella della cooperazione internazionale, d’altronde, è l’unica strada «per essere più forti delle mafie, un problema che non riguarda più i singoli Paesi ma il mondo intero». Già, perché mentre la criminalità organizzata ha imparato bene a sostituire la lupara con la tastiera e a comunicare con tutto il globo abbattendo frontiere e distanze geografiche, gli organi giudiziarie e le polizie dei cinque continenti, evidentemente, ancora oggi faticano a incrociare dati, condividere rapporti e strumenti e a supportarsi nelle azioni investigative nelle strategie di contrasto alla mafia.
Il predecessore di Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti, del resto, lo aveva detto e scritto nel 2016: «La partita contro le mafie si gioca prima di tutto sul piano dell’armonizzazione degli ordinamenti, almeno a livello europeo» erano state le sue parole. Concetto che oggi ritorna, in verità anche ampliandosi, nelle dichiarazioni dell’attuale numero uno della Procura Nazionale Antimafia: «Se si vuole contrastare efficacemente le mafie è necessario che tutti i paesi si attrezzino per impedire loro di svolgere le attività criminose, soprattutto quelle che si infiltrino nell’economia globale», ha detto ieri De Raho nel corso di un convegno su “Sicurezza, innovazione e complementarità”, organizzato dalla Questura di Messina al Palazzo dei Congressi di Taormina. Da qui l’idea di un “armadio digitale” in cui inserire le informazioni di tutti gli Stati «perché quello che può essere utile, ad esempio, nel Regno Unito è probabilmente presente in Brasile, o quello che è necessario per l’Italia è probabilmente presente in Cina – ha aggiunto – quindi se riuscissimo a creare una cooperazione giudiziaria e di polizia capace di condividere in pieno le conoscenze saremmo sicuramente sempre più forti delle mafie».
ll punto, anche se De Raho non lo dice, è che sul piano della cooperazione giudiziaria – questione già sollevata 5 anni fa da Roberti – l’antimafia internazionale sconta fortissimi ritardi. E le infiltrazioni mafiose, nel tessuto produttivo globale, ormai hanno raggiunto livelli tali da impedire, in non pochi contesti, di riuscire a scindere l’economia legale da quella illegale. Un fenomeno che De Raho ha molto chiaro visto che ieri ha a Taormina voluto porre l’accento anche sulla trasformazione del modus operandi di clan e organizzazione mafiose: «oggi hanno completamente cambiato la loro strategia e hanno assunto la fisionomia di un’impresa e quindi è fondamentale alzare la guardia e assumere tutti i modi selettivi, di monitoraggio, di prevenzione e di repressione e di contrasto. Anche perché le infiltrazioni distruggono o indeboliscono fortemente l’economia delle imprese sane. Bisogna garantire a queste ultime di svolgere correttamente il proprio lavoro e per converso impedire alle imprese mafiose di infiltrarsi nel tessuto sano del globo».
Un ultimo allarme, il procuratore non ha dimenticato di lanciarlo sul Recovery Fund e sulle risorse economiche che il piano europeo di ricostruzione post-CoVid ha destinato all’Italia: «bisogna fare tutto ciò che è necessario per impedire che la mafia riesca a prendere anche solo un euro dalle risorse che arriveranno dall’Europa che invece devono aiutare il nostro Paese a riemergere e raggiungere il livello di sviluppo economico che gli compete».